D’Avenia: Ciò che inferno non è

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La Bellezza può fiorire proprio lì dove non te lo aspetti. L’ho pensato arrivata alla fine di “Ciò che inferno non è” di Alessandro D’Avenia, Mondadori 2014, libro a cui – lo confesso – mi ero approcciata con non pochi pregiudizi. Ne ho trovato conferma pagina dopo pagina nella storia dei personaggi che per quanto “trasfigurati dallo sguardo del narratore” – così si precisa all’interno – sono figure già note e familiari, troppe volte incrociate, intuite, che non necessitano di alcuna presentazione.

È un racconto di paradossi, è il racconto delle contraddizioni di cui si nutre il nostro quotidiano quelle stesse che per tutta la vita cerchiamo di combattere e arginare nella speranza di darci un ordine, di costringere alla linearità ciò che lineare non è.

La vita dentro la morte, la bellezza in mezzo all’orrore, il paradiso tra le vampe dell’inferno, il coraggio timido, la forza umile. Paradossi, quasi ossimori, ingredienti apparentemente non combinabili ma qui talmente ben mescolati da non distinguersi più e da trovare senso l’uno nell’altro, l’uno con l’altro, un po’ come il pizzico di sale che si aggiunge nelle torte. Un libro corale e scritto all’“aperto” mi verrebbe da dire.

Corale, perché pur essendoci un protagonista di tutto rispetto – Don Pino – è talmente umile, anche nella sua versione letteraria, da sciogliersi come lievito nelle vite degli altri personaggi, facendosi “mangiare” dalla loro umanità. La sua è una presenza forte, definita, con segni fisici marcati (le orecchie, la testa pelata, le scarpe grandi) ma capace di ritrarsi fino a scomparire pur di far posto all’altro, facendosi sussurro di vento delicato, voce di uno che grida nel deserto. Così la storia resta storia di tutti, tutti ugualmente importanti, tutti ugualmente coinvolti, tutti ugualmente “pesanti” sulla bilancia del Padre: perché nessuno vada perduto.

È una storia “all’aperto”, che si anima lungo strade polverose e impastate di afa, si tesse davanti al mare, sotto il cielo. Le poche mura che vengono raccontate sono luoghi di costrizione o perché imprigionano e costringono l’agire o perché non possono contenere la potenza di quello che si agita dentro il cuore di chi le abita. È all’aperto ma non all’aria aperta: l’aria, infatti, è piuttosto pesante, caricata dagli spasimi di chi si agita dentro ma anche dal denso e atavico respiro di quella terra ammaliante, non tanto diversa dalla mia.

Non si indugia nella sofferenza dell’altro, non c’è banale enfatizzazione del sentire ma incanto, quello sì. Si respira, infatti, la meraviglia: la meraviglia sempre viva di Don Pino che ne fa un perenne innamorato dell’Altrove a partire dal “qui”; di Totò che riesce a sentire l’orchestra suonare con negli occhi ancora il sangue dell’Agnello rappreso sulla strada; ma ancor più di Federico che entrando a Brancaccio inizia un viaggio alla scoperta del paradosso più grande di tutti, quello dell’Amore che dà la vita ma al contempo la esige, che sa farsi speranza anche in mezzo alla disperazione, che sa custodire l’uomo anche lì dove è trattato come carne da macello, che non smette di cercare l’uomo anche in quelle stanze oscure in cui si è trasformato in bestia. Un Amore per tutti, da salvare nei più piccoli che se lo trovano in dono come portatori inconsapevoli, da alimentare nei più grandi traditi dalla vita, da riaccendere nei cuori resi sepolcri dal male. È questo il paradiso di cui siamo già parte, tutti, vittime e carnefici.

Una meraviglia che commuove e che ricorda tanto, in questo tempo di avvento, lo stupore dei pastori davanti alla grotta, davanti al mistero di quell’Amore eterno e infinito fattosi carne in un corpo piccolo e indifeso. Una meraviglia che permane anche davanti alla gratuità della violenza, alla morte insensata, al nulla vorticoso in mezzo al quale si getta Dario. Del resto non fu meraviglia anche quella che provarono gli spettatori inerti della crocifissione di Cristo? Anche l’orrore fu vinto da quel gesto di donazione totale perché quello che si compì non fu morte, ma l’inizio di una Vita nuova.

Meraviglia e orrore: la possibilità di scorgere la prima anche in mezzo al secondo è opportunità di vita nuova che dobbiamo al fratello, che si deve conficcare in noi come “malaspina” che ci renderà inquieti fino a quando non saremo stati capaci di offrirla davvero.

Perché non diventi inferno anche ciò che inferno non è.

Cecilia Vigilanti