“Non si può essere liberi senza differenza”. La filosofa Luce Irigaray all’Università della Calabria

La filosofa belga Luce Irigaray, femminista storica, teorica della differenza sessuale molto nota in Italia e nel mondo, il 16 maggio ha incontrato gli studenti per discutere sul tema “Dualità naturale e dualismo logico. Essere differenti non significa essere opposti” presso l’Università della Calabria. Irigaray è una delle autrici più influenti della teoria femminista. È  del 1974 il testo che l’avrebbe portata alla rottura con Jaques Lacan e all’espulsione dall’università di Vincennes a causa della sua profonda diversità rispetto ai percorsi istituzionali. Si tratta di Speculum. L’altra donna, ormai divenuto un classico del pensiero femminista, cui sono seguite moltissime altre pubblicazioni.

Sono note le critiche di Irigaray al fallologocentrismo e alla psicanalisi freudiana, accusata di non avere riconosciuto l’autonomia della sessualità femminile, concepita invece esclusivamente come mancante rispetto a quella maschile (si pensi, fra l’altro, alla teoria  freudiana dell’invidia del pene); sicché nell’ordine simbolico occidentale, che struttura il suo sistema di potere, il maschile si pone come universale, mentre il femminile si configura come privazione, come “non-maschile”. Tali critiche hanno segnato nella storia del pensiero un’accelerazione nella costruzione di una visione alternativa del mondo, che fosse comprensiva dell”altra metà del cielo’ senza schiacciarla culturalmente in un’impostazione “monosoggettiva”.

Nell’incontro calabrese Irigaray ha l’occasione di specificare il senso di quel titolo: “Speculum nel suo senso originario significa mondo, non specchio. Ma speculum è anche lo strumento ginecologico. Nell’antichità era usato per mettere a fuoco il nemico”. La critica dell’ordine simbolico occidentale, prendeva dunque avvio negli anni ’70 per continuare sino a oggi, all’età di 83 anni. Durante l’incontro è la filosofa stessa a dare un quadro complessivo dell’evoluzione del suo percorso teorico: “la prima parte della mia opera è una critica della cultura occidentale monosoggettiva. Poi avevo bisogno di mediazione, quella del linguaggio, dell’immagine, della religione, per un apporto alla genealogia femminile; questa è stata la seconda fase. Nella terza fase ero mossa dalla domanda: come creare una relazione tra soggetti diversi? Infine, nella quarta fase mi sono concentrata sul fatto che sia sbagliato concepire questa diversità in termini di opposizione, fra differenza di genere e differenza culturale. La prima è basilare rispetto alla seconda”.

L’incontro di Rende inizia con un riferimento alla conferenza tenutasi il giorno precedente, sulla Grecia classica, i cui modelli culturali e le cui evoluzioni sono considerati “profetici” rispetto alla cultura occidentale. Il discorso non può che prendere le mosse da Omero: “la cultura occidentale comincia con l’epopea omerica. Si parte dalla propria casa per fare una guerra tra uomini, una guerra che è scatenata da una donna. Ma l’epopea è doppia: poi c’è anche un ritorno. Un ritorno a una casa, a un’istituzione: non al sé. Odisseo parte sotto il segno della dea dell’amore, Afrodite, per tornare sotto il segno di Era, dea della casa e dell’istituzione matrimoniale. Così l’uomo non torna in sé stesso. L’inizio della cultura greca è dunque profetico. La cultura occidentale nasce cioè come cultura che non consente di tornare a sé. Si tratta di una partenza senza ritorno: l’uomo si è perso nel viaggio.” È necessario, dunque, “tornare a noi stessi, non solo alla nostra casa, al nostro paese, ma a noi stessi”. Quella che Irigaray definisce “identità umana” è l’unica che possa dirsi, dunque, valida, per “una cultura rispettosa delle identità maschile e femminile”. Per Irigaray, infatti, la filosofia – come la ragione, il linguaggio, in una parola la cultura – occidentale, nel suo approccio totalizzante ha azzerato la differenza primaria, quella sessuale, in favore di una falsa (perché pretesa ma non fondata) universalità, che lei definisce “universalità monosoggettiva”, propria, cioè, del solo soggetto maschile.

Al contrario, la tesi è che senza la sessuazione non sia possibile alcuna universalità: “non si tratta di pensare a un’individualità neutra, e nemmeno a un’universalità. Si tratta di pensare a una identità determinata: la determinazione universale unica, per dirla con un linguaggio hegeliano, che è sessuazione”. Hegel torna spesso nel discorso della filosofa belga, che ne utilizza il linguaggio rimodulandolo sui concetti della differenza sessuale e dell’identità, o come termine di paragone critico: “per Hegel, il soggetto è vuoto. È col processo dialettico che esso va a riempirsi. Per me il soggetto non è vuoto, è già determinato. È sessuato. Dà luogo ad altra dialettica. Il soggetto torna alla sua concretezza, una concretezza diversa da quella di Hegel”. Secondo Hegel, infatti, la concretezza segna il compimento del processo dialettico. Essa è la wirklichkeit, che ricomprende in sé tanto l’idea quanto la realtà. Per Irigaray, invece, la concretezza è l’istanza originaria, situata, incarnata, naturale. E questa “concretezza” è molto diversa poiché consiste appunto nella sessuazione.

Dal momento, dunque, che l’individuazione “non è neutra o indeterminata”, si tratta allora “di tornare nudi, come nel giardino dell’Eden”. Infatti, questa sorta di oblio del sé evidente nell’epopea omerica fondativa della cultura occidentale, si sviluppa parallelamente a quello che potremmo definire oblio del corpo, della carne; qui entra in gioco la cultura cristiana. Come Odisseo nella cultura greca, così in quella cristiana anche Adamo ed Eva hanno eluso il sé: “il peccato originale non è peccato della carne, ma è il peccato di aver voluto dio senza una nostra identità, attraverso la relazione nella differenza. Il percorso deve dunque essere inverso, arrivando al divino dopo, partendo dall’umanità naturale per arrivare alla divinità, non viceversa. Il vero peccato è voler saltare dritto a Dio”. Sessuazione, individuazione, ‘identità naturale’ sono i termini che Irigaray contrappone a quello di lògos, nella sua doppia accezione di ragione e linguaggio. La contrapposizione avviene solo in quanto il lògos ha, per così dire, espropriato l’umanità dalla differenza sessuale. “Bisogna quindi tornare all’‘incarnazione’, altrimenti resteremo esiliati nell’umanità. Esiliati dal lògos, che è stato costruito in modo parallelo alla nostra identità culturale. In realtà non l’abbiamo costruita: siamo tagliati da noi stessi, non siamo cioè capaci di tornare”. Si è prodotto, storicamente, uno scollamento tra lògos e identità naturale, sicché “il lògos non è la casa dell’uomo, come voleva Heidegger. Da esso siamo esiliati”. La filosofia heideggeriana, che in In cammino verso il linguaggio descrive il linguaggio come la casa dell’Essere (non dell’uomo, in effetti), si presta, al pari di Hegel, a fornire alla filosofa dei concetti da rimodulare sulla prospettiva della differenza sessuale. L’esilio dell’umanità da se stessa si comprende dunque alla luce del fatto che “il linguaggio lascia fuori le donne: così non possiamo dialogare con noi. Quindi non possiamo realizzare una cultura mondiale”.

Da sempre molto attenta agli aspetti linguistici intesi come rivelatori di profonde dinamiche culturali, per illustrare il senso di questo esilio dal lògos, Irigaray si sofferma sulla perdita storica di alcuni termini e forme grammaticali nel passaggio storico dalla Grecia antica alla Grecia classica. “Nella cultura greca, vi erano due termini per designare l’altro: heteros, che significa ‘l’altro di due’, e allòs, cioè ‘l’uno del molteplice’. A poco a poco il primo termine si è perso. Abbiamo cioè sacrificato il due a beneficio dell’uno del molteplice”. Per rendere intuitiva la differenza fra i due termini, Irigaray invita a immaginare le mani, le labbra, le palpebre, come esempi di uso di heteros. Esse sono “un tutto mentre si mantengono due. Formano un’unione, un tutto” senza perdere la dualità, la differenza. Il lògos, invece, “non ha più un due di un tutto. Questa divisione è artificiale. Si tratta di un esilio tanto per la donna quanto per l’uomo”.

Un altro esempio è quello del caso duale nella grammatica greca: nella lingua greca antica, infatti, accanto al numero singolare e plurale era presente anche la forma duale. “Siamo passati dal singolare al plurale, perdendo il due”. Ancora, è andata perduta“la via media o mediopassiva del verbo greco, cioè una modalità né passiva né attiva ma entrambe le cose insieme”. La grammatica offre dunque la chiave per spiegare, metaforicamente, una relazionalità concepita nel quadro del ritorno a sé. “A mio avviso, la via mediopassiva è la via per tornare a sé; è la via in cui non si sa più chi tocca e chi è toccato, proprio come avviene per le labbra. Oggi siamo irretiti nell’attivo/passivo. Si è perduta, dunque, la via per l’autoaffezione e per l’unione amorosa”.

Particolarmente interessante è inoltre la riflessione sul termine genòs, che originariamente rimandava tanto alla “genealogia” quanto al “genere”. “Progressivamente, per questa parola è andato perduto il senso di ‘genere’, a favore della genealogia. L’orizzontale si è perso a beneficio del verticale. Si perde il valore delle divinità femminili; si perde quello che io chiamo il‘trascendentale sensibile’ cioè un trascendente che rimane sensibilità. Bisogna dunque tornare alla cultura greca, a una cultura in cui questi valori siano presenti”.

L’approccio di Irigaray si serve molto, in modo suggestivo, dell’analogia e della metafora. Non a caso le critiche che nel corso degli anni più di frequente le sono state mosse afferiscono proprio al suo approccio definito dai critici ‘postmodernista’ (si pensi, fra l’altro, a Fashionable Nonsense, 1997). Inoltre, secondo molte critiche, la filosofia di Irigaray sarebbe ‘essenzialista’: pretenderebbe, cioè, di definire il femminile e il maschile come categorie omogenee, con caratteristiche rispettivamente proprie e comuni, come se fossero delle essenze, entro un quadro a tratti deterministico. Nel corso dell’incontro, in effetti, Irigaray non ha affermato qualcosa che potesse demotivare questa critica. Per esempio, la filosofa si è detta contraria a quelle impostazioni femministe che ritengono la divisione dei giocattoli infantili in base al genere come “stereotipi”. “Perché dovremmo togliere le bambole alle bambine?” – bisogna, prosegue Irigaray, rispettare la differenza. Ma a quel punto resta difficile comprendere quale sia il confine fra la differenza determinata dal lògos monosoggettivo, maschile, che sembra aver determinato storicamente la divisione per generi dei giochi (le “bambole” sottendono un preciso universo di significati e di ruoli culturali attribuiti al femminile, relativo alla cura), e la differenza sessuale, naturale, che invece sembrava rivendicata e distinta dal lògos. L’universo morale e simbolico della cura attribuito in modo esclusivo al femminile non è forse un prodotto culturale, del lògos? Perché dovrebbe afferire a quella che l’autrice definisce “identità naturale”, base della differenza sessuale? Del resto, qualche momento dopo Irigaray stessa afferma che “identità naturale è liberare la donna dalla sua identità culturale”, che per il cosiddetto principio di carità non considereremo in contraddizione con quanto sostenuto poco prima, se non dopo aver interrogato direttamente i suoi testi.

Il discorso sulle ‘proprietà’ del femminile e del maschile, così prosegue: “l’heteros è femminile. Le donne privilegiano l’orizzontalità, il rapporto soggetto-soggetto. La logica maschile consiste, invece, in un rapporto soggetto-oggetto. È dunque necessario creare una logica maschile e una logica femminile”. Tuttavia, ci domandiamo se l’attitudine femminile all’orizzontalità non possa, essa stessa, essere un prodotto del lògos già criticato. Non potrebbe, cioè, avere poco a che fare con quella che Irigaray, a più riprese, definisce “identità naturale”, afferendo piuttosto alla dimensione culturale? Il confine fra i due piani non ci è sembrato in questa sede abbastanza chiaro, apparendo segnato da diverse oscillazioni.

Secondo Irigaray, la diversità logica deve tenere conto del fatto che “tra i sessi c’è opposizione solo nel lògos. L’antagonismo è rimanere nel dualismo logico, la differenza è identità naturale”. Irigaray prosegue sostenendo che“dal lògos l’uomo ha escluso l’apeiron (l’infinito, nda), creando un vuoto artificiale nell’opposizione. Ha creato una casa chiusa. Dando luogo in tal modo a un cattivo nichilismo, che dobbiamo sostituire con la consapevolezza che nessuno ha l’essere. In questo c’è un rinvio alla solitudine: un tornare a se stesse, che è tragico”. La tragicità risiede nella necessità di sopportare la solitudine, come esperienza ineludibile nel percorso che porta al ritorno a se stessi. L’umanità, eludendo la differenza, ha eluso la possibilità di un rapporto con se stessa, proprio come è avvenuto per Odisseo o per i primi abitanti dell’Eden cristiano.

Tante le domande. Ci chiediamo fra l’altro se questo “sé” cui dovremmo tornare sia veramente accessibile. Facciamo nostra, cioè, quella “istanza dell’opacità” assunta recentemente da Caterina Botti in Prospettive Femministe (2012, Espress) come componente critica di una teoria morale femminista: si tratta del dubbio che sia possibile veramente accedere al sé, a un’autenticità originaria, a un’identità limpida, e non piuttosto a un’identità intrinsecamente “opaca” e inattingibile in modo cristallino.

Ci chiediamo infine in che termini sia possibile “uscire” dal lògos, attingere limpidamente alla nostra identità naturale e così tornare dall’esilio, se non tramite il lògos stesso, che sembrerebbe intrinsecamente corrotto e nel quale, volenti o nolenti, siamo immersi. Se i mezzi stessi con cui critichiamo il lògos sono lògos, e quindi seguendo il ragionamento di Irigaray sono plasmati in modo monosoggettivo, come attingere a un lògos purificato di questa sorta di corruzione originaria? Probabilmente, anche Irigaray fa proprio, da una prospettiva certamente interessante e che merita attenzione, il problema tipico della filosofia, della conciliazione fra natura (differenza sessuale) e cultura (lògos), ma non ce ne dà che degli strumenti metaforici e simbolici.

Sono molte le domande che gli studenti hanno posto alla filosofa, stimolando ulteriori specificazioni. Nel corso del dibattito sono venute fuori diverse questioni interessanti, fra le quali il suo problematico rapporto con il femminismo italiano della differenza. “Come ho detto recentemente a Verona, il femminismo italiano usa la parola ‘differenza’ sempre partendo dalla logica ‘io donna che sono differente da te uomo’. Anziché partire da sé, il femminismo italiano parte dalla relazione, dall’uomo. Io credo che dobbiamo partire da noi, che siamo differenti tra noi. Da un punto di vista filosofico, in questo caso il‘negativo’ si ferma alla critica. Invece il negativo deve essere garante della dualità. Il problema è coltivare la nostra identità naturale”. La relazione di Irigaray con gli altri femminismi si specifica ulteriormente laddove qualche studente sembra aver fatto propria la critica di Judith Butler al pensiero della filosofa belga. Irigaray sostiene di essere da sempre aperta al dialogo, ma ammette di aver “cercato un dialogo con Judith Butler, che lei ha sempre rifiutato.”

Emerge, infine, una questione posta da molti interventi, relativa alla sua posizione in merito all’omosessualità e, successivamente, alla possibilità di ampliare lo spettro della differenza sessuale rifiutando la ristrettezza della sua visione duale. Nel primo caso, a più riprese Irigaray sostiene che “l’identità sessuale e la scelta sessuale sono due cose distinte”, presumibilmente poiché a prescindere dall’orientamento sessuale i sessi rimangono due. La filosofa comunque sottolinea che molti studiosi dell’omosessualità e della transessualità hanno trovato nel suo lavoro dei punti di sviluppo interessanti. Ciononostante, Irigaray invita a un dialogo con questa realtà che finora sembra essere mancato. In particolare, un intervento ha posto la questione se sia possibile aprirsi a una pluralità di differenze, uscendo dalla logica meramente duale. La risposta di Irigaray è che “non si può essere liberi senza differenza. Non abbiamo una libertà infinita”. 

“Situarsi”, partire da una dimensione incarnata, irriducibilmente sessuale, per realizzare una vera universalità – impossibile senza individuazione – è dunque l’istanza fondamentale della filosofa belga. Un messaggio che è stato raccolto dalle teorie femministe successive e contemporanee, per lo più da sempre orientate a valorizzare l’aspetto concreto, materiale, corporeo della cultura, ponendo l’accento sulla relazionalità come afferente all’universo femminile, trascurata invece da quello maschile, di cui parla a più riprese Irigaray. Si tratta, cioè, di quel rapporto soggetto-soggetto, orizzontale, in luogo del rapporto soggetto-oggetto,  prerogativa maschile, che rinvia a un’asimmetria di dominio. Naturalmente, il pensiero di Irigaray si inscrive nell’ambito del filone del femminismo della differenza, per molti versi inconciliabile con il femminismo emancipazionista cui, fra l’altro, si devono le accuse di essenzialismo. Nonostante i problemi aperti, resta che quello di Irigaray è un tipo di discorso che prova a forzare le categorie assodate della cultura occidentale, mettendone in discussione la pretesa universalità da un punto di vista non solo politico, ma relativo alla profondità delle strutture psichiche, linguistiche, di pensiero, che è un punto di riferimento fondamentale nello sviluppo di una visione non più androcentrica della cultura e della vita.

Denise Celentano

foto di Giovanna Vingelli

Una generazione di ricattabili

La resistenza all’introduzione del reddito di cittadinanza ha molte spiegazioni. Ho la sensazione che la più importante non consista del tutto nella difficoltà nel trovare le risorse necessarie a tale spesa, ma  nella fonte di inesauribili guadagni che la ricattabilità strutturale (determinata dalla mancanza o dall’incertezza cronica del reddito) di una parte della società procura all’altra.

La precarietà, la disoccupazione, l’illegalità istituzionalizzata nel posto di lavoro e la paura di denunciarla per timore di perdere una misera occupazione, la vita in quartieri e condizioni di degrado, la provenienza da una famiglia a basso reddito (il cosiddetto ascensore sociale bloccato al piano terra), l’incubo di arrivare a metà mese sono tutti fattori che tengono una intera generazione sotto ricatto, in un contesto che è terreno fertile per lo sfruttamento.

Guardiamoci intorno. Intere famiglie votano un simbolo vuoto in cambio di un paventato posto di lavoro o di un occhio di riguardo. Giovani che rinunciano alla formazione perché non possono permettersi di studiare senza lavorare, e lavorare studiando è spesso – di fatto – una complicatissima impresa. Donne che subiscono violenza e sono vincolate economicamente al compagno e così profondamente condizionate nelle scelte – mentre per contro si finanzia una lauta sportellistica spacciata per “politiche di genere”. Giovani che hanno già da tempo rinunciato al contenuto di cambiamento che la loro età (in linea ahinoi talora solo di principio) dovrebbe recare in dote, per andare a elemosinare a destra e a manca un briciolo di dignità – pasticcini all’imprenditore, caffè ai politici, cestini natalizi alla gente che conta, leccate di piedi quotidiane dal significato politico non indifferente. Ragazzini cresciuti in quartieri degradati, dove l’occhio della civiltà non ha mai posato lo sguardo, che sono nati col destino già scritto – bassa manovalanza della ‘ndrangheta, ordinaria delinquenza, ignoranza come fertile pilastro della “democrazia”. Madri che rinunciano all’autodeterminazione e all’espressione delle proprie capacità perché fino a 6 anni i bambini sono in balìa di un sistema di istruzione carente e costoso, al punto che, conti alla mano, è meglio restare a casa che lavorare per pagare un asilo – e a dover scegliere, che lo diciamo a fare, è sempre la donna. Giovani che vorrebbero diventare imprenditori di se stessi, ma che non hanno un euro in tasca (chi può permettersi più di risparmiare qualcosa? quanti hanno ancora accesso al credito?) e davanti al magico mondo dei finanziamenti impallidiscono perché sanno che li attende non già una facilitazione nella strada dell’impresa bensì una persecuzione fiscale mascherata da assistenzialismo. Giovani e meno giovani destinati a vivere attaccati alla gonnella di mamma e papà, spesso semplici pensionati che coi loro redditi da fame sfamano tre, quattro, cinque persone e al contempo si sostituiscono (in specie le donne) al welfare fatiscente accudendo i figli dei figli, i genitori e chi altro. Giovani costretti ad accettare un posto di lavoro che definire tale è comodo eufemismo, e che non denunciano lo sfruttamento ormai divenuto consuetudine legittimata perché se parlassero sarebbero gentilmente rimandati a casa e prontamente sostituiti da qualcun altro che tanto non si lamenta, che di questi tempi si trova sempre. Datori di lavoro oberati dalle tasse che recuperano tagliando sulla voce di costo più malleabile: il lavoratore e la lavoratrice. Il popolo delle partite IVA; contratti a progetto che di fatto legittimano rapporti di lavoro subordinato dipendente, ma chiaro, senza le garanzie di quelli; sbandierati finanziamenti per assunzioni con agevolazioni per uno o due anni, la cui scadenza viene non di rado celebrata dal datore di lavoro con il licenziamento del malcapitato; e che dire di quel pianeta parallelo che è il sommerso. Potremmo continuare a lungo, ma non diciamo nulla di nuovo e certo non pretendiamo di esaurire l’elenco delle ingiustizie sociali.

C’è tutta una società che funziona grazie al ricatto dei (resi) più deboli, ci sono interi settori che vanno avanti grazie al ricatto. Il ricatto è una voce del PIL fra le più importanti. Chi sono i veri parassiti?

Se fosse introdotto il reddito di cittadinanza si toglierebbe il terreno stesso della ricattabilità ai ricattatori. Si combatterebbe sul serio lo sfruttamento, non per finta. Si costringerebbe il mercato del lavoro a ottimizzare l’offerta e la qualità, a rispettare diritti e doveri. Si praticherebbero concretamente, benché certo non veramente del tutto, le pari opportunità: le, almeno in linea di principio, uguali condizioni di partenza per tutti e tutte. Si sottrarrebbe alla mano rapace dei politicanti lo stuolo di questuanti che barattano la propria libertà con il voto e il favorino (certo, non escludo di essere troppo ottimista), autentico segreto del successo di una classe dirigente inetta. Si darebbe la possibilità ai giovani di studiare serenamente e di laurearsi in tempo, di coltivare le proprie capacità trasformandole in competenze – cose che, affogati nel mare della ricattabilità, difficilmente hanno la possibilità di fare senza una famiglia abbiente o indebitata alle spalle, data la sostanziale mancanza di diritto allo studio in Italia. Si promuoverebbe la libertà dalle relazioni basate sulla dipendenza economica, si abbatterebbe il senso (materiale e psicologico) di oppressione e la rinuncia a una vita degna che a queste presiede.

Che i sindacati e molti – per fortuna non tutti – sinistrorsi storcano il naso non mi meraviglia. Tutta l’ideologia del lavoro come compimento della brutalizzazione della propria umanità martirizzata dal fare-per-l’altro – il capitalista, non la società, un gruppo limitato, non la comunità – in luogo di una concezione del lavoro come espressione di sé e contributo creativo alla crescita della comunità è dopotutto più familiare per tutti. Il mondo cambia, e i sindacati ormai sono parziale espressione di una parte importante ma limitata della popolazione in età da lavoro – i precari, disuniti e sparpagliati nella selva del mercato del lavoro, dove sono rappresentati?; segno che certa sinistra è arroccata ai tempi che furono, o nel rifiuto totale di ogni mediazione istituzionale, ad esempio nel caso dei molti militanti radicali che dallo Stato dicono di non volere niente eppure sono costretti anch’essi misurarsi con il magico mondo delle tasse. Tutto il gergo tradizionale del lavoro e della libertà è rimasto incastrato in se stesso perché incapace di vedere che oggi la situazione è diversa da quella che la terminologia fica adattata in modo schizofrenico al presente crede di poter ancora rappresentare, come se il mondo restasse sempre uguale. Abbiamo uno stuolo di precari che le parole di Marx e dei suoi esegeti del Terzo Millennio non ci restituiscono che parzialmente.

Facile spacciare per buontemponismo e bamboccionismo qualcosa che fa comodo definire in questi termini (secondo la solita logica classista e paternalista che abbiamo già considerato in relazione alla retorica sui fuori corso http://terrearse.it/tag/fuori-corso/) per mantenere intatto un sistema che sul ricatto ha basato le sue disuguaglianze, raramente (o per lo più accidentalmente) giustificate dal merito. Come al solito, come per i migranti stranieri, come per i Sud del mondo, il debole è linfa vitale per il più forte, è la sua vera, non detta, implicita, enorme fonte di fortuna.

Certo, questa misura non è panacea di tutti i mali. Per le pari opportunità, la giustizia sociale e la meritocrazia ci vogliono cambiamenti radicali nel modo stesso di concepire le istituzioni, il lavoro, la valutazione, eccetera. Ma il reddito di cittadinanza è una misura che lateralmente attenuerebbe diverse ingiustiziecon gli strumenti dell’economia che evidentemente, peraltro, non ha beneficiato dell’austerity. Non in una logica assistenzialista – parola usata per lo più per incutere senso di colpa presso i “disagiati” – ma in una logica di razionalità, civiltà e pari opportunità. Abbandonata definitivamente la chimera del posto fisso, a ”vergognarsi” in tal senso non dovrebbe essere il provero cristo che passa le giornate a inviare CV, a lavorare gratis o quasi, a cercare disperatamente di tenere insieme i pezzi della sua dignità anche se sotto lo scacco della precarietà e del ricatto istituzionalizzato, bensì la classe politica che prende senza dare e opera una distribuzione delle risorse irrazionale, che strizza l’occhio  alle disuguaglianze che fomenta nell’atto stesso di professarsene contraria. Col reddito di cittadinanza si metterebbe in campo un tentativo combinato di contrasto alla ‘ndrangheta – quanto meno in alcune delle sue ramificazioni -, almeno in parte alla violenza di genere, all’illegalità nel mondo del lavoro, in favore della libertà di scelta: quest’ultima in particolare sembra ormai un lusso e quasi ci si vergogna finanche a tirarla in ballo tanto pare chimerica. L’Italia sembra divisa in due – quelli che hanno la poltrona (in politica, nelle imprese, nelle istituzioni pubbiche e private) e quelli che, non avendola, pagano le poltrone del prossimo con la propria ricattabilità, che spesso si vuole far passare per inadeguatezza genetica ai brillanti meccanismi del mercato. Il reddito di cittadinanza è, in assenza di un welfare degno di questo nome, prerequisito fondamentale per garantire la cosiddetta uguaglianza nelle condizioni di partenza, a sua volta prerequisito della meritocrazia (come faccio a esprimere e a coltivare le mie capacità, se – fra l’altro - non me lo posso permettere?). Smettiamo di riempirci la bocca di “giovani” se di fatto non facciamo nulla per liberare il sistema dalle incrostazioni oligarchiche, classiste e gerontocratiche di cui è pervaso in ogni angolo.

In Calabria il disagio si fa più acuto e assoluto. “In Tunisia si sono ribellati per molto meno”, ci ha detto Francesco Tassone intervistato per Sud Altrove. E’ vero. C’è una specie di perverso masochismo da queste parti e non solo. Nell’ultimo exploit elettorale i calabresi hanno premiato i partiti che più li hanno presi in giro oltre ogni razionale aspettativa. Il risultato consiste nel rendere continuamente possibile una classe dirigente incapace, con almeno un piede affossato nell’illegalità e nel più spregiudicato tornacontismo. Forse togliendo il terreno stesso della ricattabilità qualcosa può cambiare? Forse sono troppo ottimista. Forse no.

Denise Celentano

E’ online il trailer del documentario Sud Altrove di LiberaReggio LAB

SUD ALTROVE (TRAILER)

In occasione della due giorni di U’ Web organizzata da LiberaReggioLAB, è stato proiettato in anteprima il trailer – ora online – del documentario “Sud Altrove” sull’attuale emigrazione dal Sud, realizzato dalla stessa associazione con il cofinanziamento dell’Agenzia Nazionale per i Giovani nell’ambito del programma Youth in action dell’Unione Europea. Nelle prossime settimane, il documentario sarà presentato per intero in Calabria e in diverse città d’Italia – sarà possibile informarsi sulle date delle proiezioni attraverso il sito terrearse.it e la pagina facebook “Progetto Sud altrove”. Il documentario è solo un aspetto di un progetto di ampio respiro, articolato inoltre in una ricerca sull’emigrazione e nella pubblicazione di un libro comprensivo dei risultati del progetto.

L’associazione, composta di giovani calabresi direttamente o indirettamente coinvolti/e nell’esperienza emigratoria, si sta impegnando in questo progetto nell’intento di riportare in modo nuovo il dibattito pubblico sul tema dell’emigrazione giovanile dal Sud, che ha oggi raggiunto gli stessi livelli preoccupanti degli anni ’50.

Gli studenti dopo la manifestazione: “Dal governo ancora una volta nessuna risposta, solo violenza”

“Fa comodo dipingere gli studenti come dei professionisti della violenza”

Roma – Alla conferenza stampa tenuta giovedì alla Sapienza, gli studenti raccontano ben altra versione da quella “fantasiosa dei giornali” sulla manifestazione contro la crisi e le politiche di austerità del governo del 14/11. In una sala gremita di giornalisti e studenti, si inizia con una ricostruzione video dei fatti: cariche, volti sanguinanti, manganellate su giovani accasciati a terra.

Paola racconta “solo a Roma eravamo in 50mila. Non si trattava di un solo corteo: noi siamo partiti da Piazzale Aldo Moro, altri da Castro Pretorio, da Piazza dei Cinquecento venivano i COBAS e le scuole e altre 10 mila persone da Piramide. Questi diversi cortei si sono poi uniti. Via Cavour l’abbiamo percorsa insieme, con tutti loro ci siamo spostati verso il centro. A manifestare erano studenti e insegnanti insieme”. “L’obiettivo noto sin dall’inizio era arrivare ai palazzi del potere, a Montecitorio, non di fare un semplice corteo per le strade della città. La polizia si è posta sin dall’inizio con un atteggiamento provocatorio”. Al proposito, un ragazzo sottolinea che “in tutte le piazze europee è possibile manifestare presso i luoghi del potere, in Italia no”. 

“Il corteo decide quindi di spostarsi sul Lungotevere – prosegue Paola -, ed è a Ponte Sisto che viene bloccato materialmente dalle forze di polizia, che ci ha fatto un vero e proprio attacco, a piccoli gruppi, per spezzare la testa del corteo. Come se non bastasse, oltre ad averci bloccati non ci ha dato la possibilità di indietreggiare, chiudendo tutte le vie di fuga”. Gli scontri sono proseguiti a Ponte Garibaldi, in Via Arenula, a Campo de’ Fiori verso cui in molti si erano spostati, con modalità da vera e propria “caccia all’uomo”. “Sul lungopasso siamo stati accerchiati, manganellati, e 200 studenti sono stati fermati”.

Un ragazzo racconta la sua esperienza: “nella carica sono caduto a terra, mi rannicchiavo. In quella posizione, del tutto inerme, sono stato preso a calci in faccia e manganellate. Ci hanno lanciato dentro una camionetta, minacciandoci e dicendoci ‘vi ammazziamo’, mentre sparavano lacrimogeni, per 20 minuti, prima di portarci via”. Il ragazzo  prosegue: “è importante che si sappia la verità su quello che avviene nelle piazze da troppo tempo. Noi non accettiamo il ricatto della paura”. “Tutto ciò è ancora più grave in quanto è stato fatto anche a minori, dato che erano presenti gli studenti di tantissime scuole – aggiunge Tiziano -. Bilancio: contusioni, denti spaccati, facce sfregiate. Molti in ospedale. Voglio sottolineare che molti non hanno voluto farsi refertare per evitare di farsi arrestare, secondo una tipica pratica barbarica della polizia. Il Policlinico Umberto I era accerchiato dalla Digos…. Fra gli arrestati, infatti, ci sono alcuni feriti”.

La lettura politica degli avvenimenti è chiara: “la verità è che il governo tecnico ha paura delle mobilitazioni. Che ci abbiano attaccato così non è stato un errore o un caso, bensì una scelta politica. La nostra risposta è questa: torniamo in piazza”. Ancora, un altro studente: “la polizia ha voluto lanciare un messaggio molto chiaro. Volevano spaventarci e dirci che dobbiamo starcene a casa. Che col governo tecnico non c’è dissenso, e solo questo c’è per te: calci in faccia”.

Interviene anche il rappresentante degli studenti medi, del Liceo Virgilio di Roma: “dal governo ancora una volta non è arrivata nessuna risposta concreta, ma solo una risposta di violenza. Sanno benissimo che abbiamo ragione, e vogliono farci paura”. Il che va a alimentare il clima di mobilitazione: “oggi almeno altre 2 scuole si sono aggiunte alla lista delle scuole occupate, oltre a tutte le scuole di Ostia già occupate”.

Tanta è la rabbia rispetto alle ricostruzioni di media e politici su quanto avvenuto. “A differenza di quello che scrivono, il corteo non era formato da ‘testuggini paramilitari’ ma da studenti”. Tiziano in particolare sottolinea che “secondo i giornali i ragazzi coi libri-scudo erano automaticamente violenti. No: gli scudi servivano solo a difenderci”, ma “fa comodo dipingere gli studenti come dei professionisti della violenza”. Significativo, in particolare, il caso del presunto attacco alla Sinagoga: “proprio lì la disposizione delle forze dell’ordine era sospetta. Noi ci siamo solo passati accanto. A tutto pensava il corteo tranne che alla Sinagoga. Si tratta di una ricostruzione offensiva e falsa”.

“Non ci scordiamo che è stata una giornata straordinaria, un grande sciopero europeo – sottolinea un altro studente -. Politici e giornali che stanno sempre a dire che questi poveri giovani non hanno futuro, parlano sempre di fuga di cervelli e quant’altro: bene, questo è il modo in cui difendono i cervelli. Prendendoli a manganellate”.

L’opinione su tutto l’apparato politico che si è espresso sulla mobilitazione è parimenti molto dura. Per gli studenti, se è vero che “c’è il governo tecnico,  Izzo e Manganelli, ci sono anche le prove di governo, di Alfano, o del PD tutto preso dalle sue primarie”. Alla domanda sulla dichiarazione di Grillo, che invitava gli agenti a unirsi ai manifestanti, la linea non cambia: “sono discorsi poco interessanti e pura speculazione”, così come “la dichiarazione di Vendola sulla violenza che rovina la piazza, o della CGIL che condanna chi abbia fatto violenza. Torna il leit motiv dei ‘pochi’ che fanno violenza. D’altronde, ricordiamoci che poche settimane fa il ministro Profumo parlava di bastone e carota…”, conclude Tiziano.

E a proposito di bilancio degli arrestati: “almeno in 16 sono stati fermati, di cui 8 in carcere e altri 8 rilasciati. La loro situazione legale è complicata. Solo per uno di loro sono state formalizzate le accuse, per altri non si sa il motivo”. Gli arrestati sono “un operaio, per il resto tutti studenti”, di età compresa fra i 18 e i 25 anni, “il classico identikit del professionista della violenza”, afferma, ironico, Tiziano; mentre ammontano a “centinaia gli identificati, cui si aggiungono le 127 persone sequestrate per oltre un’ora e mezza a Porta Portese, in modo arbitrario”.

Unanime è l’intenzione di tornare in piazza con determinazione. Intanto, giovedì stesso si è tenuta una manifestazione di solidarietà agli studenti arrestati, davanti al carcere di Regina Coeli.

Denise Celentano
foto di Alessio Neri 

Reggio, periferia della modernità nel film “Corpo Celeste” di Alice Rohrwacher

Alice Rohrwacher ha detto che con il suo film, Corpo Celeste, rivelazione del 2011 già premiata a Cannes, non intendeva veicolare un messaggio puramente anticlericale, ma raccontare che ne è oggi della vita di comunità. Reggio Calabria, periferia per eccellenza, è  l’ambientazione prescelta per raccontare lo sclerotizzarsi della vita comunitaria in formule rituali stereotipate e relazioni sociali divenute quasi autistiche.

Con grande sensibilità narrativa, questa piccola comunità prende forma nello sguardo di Marta, 13enne che dalla Svizzera torna a Reggio Calabria con la famiglia. Nel suo sguardo si tocca con mano la contrizione, l’ostilità, la durezza di un percorso di crescita già difficile, quello della transizione dall’infanzia all’adolescenza - di una bambina che aspetta il seno e le mestruazioni, per una ufficiale sanzione d’ingresso nel mondo degli adulti. La vedi così, spaesata, con gli occhi pieni di domande, camminare fra gli scheletri edilizi di Reggio, le fiumare sporche e i ragazzi col berretto nero che caricano sulla lapa i rifiuti della Sorgente. Il brutto è lo sfondo di questo romanzo sospeso in una specie di mondo a parte, in questo relitto della globalizzazione, epilogo estetico di un contesto maledetto, strano, violentemente reale, incastrato fra tradizione involuta e una modernità kitsch.

Non moderna, non antica, Reggio è un non luogo quasi onirico, un brutto sogno, un che di mitico e primordiale mescolato agli echi deformi delle mode. Una terra irredenta, che non si stanca di pregare, che si perde nel pregare, e che prega insieme agli altri nell’atto stesso di dimenticarli. Terra dell’attesa che si dilata all’infinito, di un quotidiano che si ripete sempre uguale, quasi che dalla ripetizione in quanto tale scaturisse un significato, un valore. Uno spettro fuori dal tempo e da ogni spazio mentale, che in testa diventa una domanda, una grande, gigantesca domanda che ricade sempre insoddisfatta su se stessa.

Il film sembra puramente descrittivo, eppure riesce, quasi di soppiatto, a riempire questo sguardo vivo e interrogante di poesia - una poesia dagli accenti crudi e realistici che accennano al tragico; mai, nel raccontare, patetico o didascalico.

La coesione sociale è affidata a una ritualità senza senso, quasi grottesca, come mostra l’inizio del film, con la vara parcheggiata sulla fiumara, e il prete alle prese con un microfono rotto, che parla a una piccola folla di cui non gli importa nulla. Il vescovo, la vara, il parroco, la Cresima al più presto, “che così si toglie il pensiero“, l’entusiasmo decontestualizzato della catechista, sono i punti di riferimento di una comunità perduta, che sopravvive a se stessa aggrappandosi con le unghie al pallido riflesso del legame religioso-sociale.

Questi occhi pieni di domande ci portano nel retro della chiesa di quartiere, animata da donne devote e  ragazzini svogliati, rispetto ai quali la tv è unica fonte di aspettative. Ascoltano meccanicamente, con le teste piegate, in aule sporche di umidità, col sole che filtra stanco dalle finestre, fra pareti imbrattate da cartelloni che inneggiano a dio e Gesù rinviando a contenuti che sempre ci si attende di comprendere, ma che nessuno ha capito, e che pure bisogna affrettarsi a ripetere per superare la prova.

In un’aria da primo pomeriggio asfittico, fatta di flemma e di sonno, prende forma il laboratorio del credere cieco e nozionistico che è diventata la religione, con ragazzi e ragazze pettinati male guidati da Santa, la catechista devota – quasi folle nel condurre la sua missione di trasmissione del Vangelo in forme impacchettate e stantìe, tutta dedita alla pedagogia di un’umanità raggrinzita e tradita in quelle. “Gli addolorati e gli agonizzanti”, per i quali si prega, sono i grandi assenti, come le relazioni, l’amore e il senso: essi sono come calcificati nella preghiera da mandare puntigliosamente a memoria. Marta chiede il significato di un’espressione nella preghiera, ma non è il momento, le viene risposto. Le domande sono buone solo per i quiz, nei quali si risolve, infine, il catechismo. Il pallido riflesso della fede diventa collante comunitario malriuscito, a tratti ottuso e demenziale, ed è lì che l’io nuovo e tutto da costruire di Marta deve formarsi.

Il simulacro di coesione ma anche l’autorità, e l’evidente inconsistenza di questa, si aprono allo sguardo interrogatore di Marta: non un’eroina, non superdotata, ma normale neoadolescente che affonda nella sua crisi evolutiva con tutte le scarpe, osservando senza pace lo scenario pieno di contraddizioni e privo di risposte che le schiude Reggio.  Non ci sono piagnistei, solo un curioso osservare, che quasi non parla ma dice molto: ha negli occhi, sempre, la tensione di un esigente e smarrito interrogare. L’autorità è affidata al riuscitissimo personaggio di Santa, interpretato da Pasqualina Scuncia, attrice formatasi nell’humus locale (è stata tabaccaia per 20 anni in quel di Mosorrofa), grande rivelazione sul set. 

Pasqualina rappresenta in modo credibile la donna febbrilmente indaffarata per la comunità, alle prese coi ragazzi, con le faccende della chiesa e la reverenza al parroco - ci ricorda quelle donne che fanno del darsi senza condizioni la cifra del proprio essere, così di fatto smarrendolo - un darsi tutta a tratti irrazionale,  circolare, ansioso e contraddittorio, sin dall’inizio destinato al disincanto. Santa sembra una madre aperta e generosa, ma è una educatrice lontana, è madre delle formule, che sconfessa la promessa di accoglienza che le sue braccia aperte avevano inizialmente dischiuso. 

Tutto è destinato a raggrinzirsi e a tradire le promesse, e il mondo dei grandi appare di volta in volta sinistro, debole e ipocrita. Legata ormai meccanicamente ai ragazzi del catechismo, infine irretita in un attivismo per gli altri ma poi, di fatto, senza gli altri, è lei che prepara l’orchestrina per far piacere al vescovo: mi sintonizzo con dio, è la frequenza giusta, è il ridicolo refrain dei pomeriggi al catechismoIl conclamato sforzo di bontà e altruismo si risolve infine nel mero esercizio dell’autorità puramente autoreferenziale; in sterile ciarla meccanica, dove la verità e il senso sono vittime sacrificali; infine in infaticabile sforzo di salvare le apparenze.

E’ da questo mondo alieno, ostile, tutto da capire, che il parroco vuole scappare, prestandosi a un certo carrierismo fatto di strette di mano, visite alle famiglie, comizi elettorali, belle figure col vescovo. E’ negli occhi del parroco che si legge infine, non detto e non scritto, qui sono tutti matti, e la devozione di Santa e le aspettative del gruppo sono oggetto di commiserazione. Reggio non è il posto delle ambizioni, Reggio è non luogo irredento e irredimibile. Quindi, grande bacino elettorale. E’ così che, sembra dirci il film, la campagna elettorale può innestarsi facilmente nei gangli della ritualità sociale fatta di santini e aneddotica del miracolo, ritualità potenziata e accentrata nella figura di un parroco di fatto inconsistente, ma investita della credibilità a prescindere dell’uomo di Chiesa senza ulteriori specificazioni: unica entità capace di dare una risposta unificante a un posto che ne ha vitale bisogno, pur senza mai soddisfarla.

Il crocefisso da portare per il grande evento della Cresima – che è la bella figura col vescovo -, si trova in una chiesa abbandonata di Roghudi. Gesù è impolverato, appeso a se stesso in un paese fantasma. Ancora una domanda lo farà cadere, e Gesù tornerà solo, sostenuto dai frangiflutti  dimenticati di Bova. Gesù era matto, era arrabbiato: è un altro parroco, guida di nessuna anima, capo spirituale di fantasmi, a dirlo. E Marta, stavolta, sembra capire  – forse, è l’inizio di un percorso già latente di ritrovamento di un senso. La guida vera è dunque affidata al caso, in mezzo al deserto relazionale e, soprattutto, al deserto di risposte. Ché Reggio è dove non ci si chiede più dov’è dio – la risposta che aleggia immateriale e non detta, sembra: dio non c’è, abbiamo smesso di chiedercelo e comunque neanche ci importa più, ma resta il rito che assolve alla funzione, già perduta, dello stare insieme, contro la noia e la deriva della solitudine.

Curioso che lo sguardo chiarificatore, nell’affanno del percorso di comprensione che coincide con quello della costruzione dell’identità, sia affidato a una straniera: come se chi vi è dentro non potesse uscirne, e solo la distanza consentisse uno sguardo potenzialmente limpido sulle cose. 

E qui torniamo alla vita di comunità. Non è un film sulla religione tout court, ma un film sulla vita insieme e sui riferimenti culturali di questa, sul darsi delle relazioni nella periferia della modernità, dove pratiche rituali vuote e figure investite ciecamente di un’autorevolezza che non meritano, detengono il monopolio dello stare insieme e dei valori, di cui non resta che la scialba caricatura. Il grande potere coesivo della società è, nella periferia dimenticata, la Chiesa, che coi suoi riti e i suoi ritmi scandisce il senso di un posto che, sembra, lo ha già perso. Al contempo, il film ci mostra il lato, come ha dichiarato Rohrwacher, “corporeo, umano” della religione: il suo radicarsi nella vita sociale, la sua funzione unificante, ma anche il suo cortociruito e il suo esaurirsi in disperato simulacro del legame sociale.

Il Sud che emerge da Corpo Celeste è un Sud disperato e senza redenzione, che non esaurisce il Sud ma ne racconta una parte viva e vera, quella che fa di noi un caso antropologico ma anche, potenzialmente, un percorso esistenziale e, si spera, politico. Questo Sud può essere, infatti, la sede d’osservazione paradossalmente privilegiata per prendere coscienza, sullo sfondo di un’identità in via di costruzione, sospesa fra paesi fantasma, crisi, dietrologie politiche e un dio che nello zelo delle forme è proprio il grande dimenticato, insieme a tutto quel che dovrebbe rappresentare. Mi viene in mente un’immagine di Tolstoj, quando il protagonista di Resurrezione – sorta di Gesù redivivo – rimbrotta la sua gente, cito a memoria: smettetela di idolatrare dei simboli e amatevi fra di voi.

In riferimento alla città, il film restituisce una parte di Reggio reale, una Reggio sede e metafora di profonde contraddizioni, che non  risolve, riproducendole  ciecamente all’infinito: come periferia d’Italia e della modernità, ma anche, metaforicamente, delle relazioni e del senso.

Denise Celentano

Raccontaci l’emigrazione giovanile dal Sud: partecipa all’iniziativa “Emigrare è…” del progetto Sud Altrove

Poiché l’aspetto partecipativo e narrativo-testimoniale caratterizza il progetto Sud Altrove (vedi pagina fb) in modo fondamentale, LiberaReggioLAB intende, nell’ambito dello stesso progetto, coinvolgere in senso creativo i giovani nella narrazione dell’esperienza dell’emigrazione (vissuta o pensata) in tutti i suoi possibili e anche imprevedibili aspetti.

Nel corso di questi mesi abbiamo constatato che sono moltissimi/e i/le giovani che vivono la realtà emigratoria con una forte tensione emotiva, talora positiva, talora negativa, spesso come un conflitto tra il senso di colpa e la voglia di farcela, ma anche come liberazione e voglia di lasciarsi la propria dannata terra alle spalle, talvolta ancora con lacerante nostalgia e desiderio di tornare; una tensione che in ogni caso non trova spazio nei numeri e nelle percentuali nei quali – pur fondamentali – sembra oggi esclusivamente ridotto il discorso sull’emigrazione.

Offrire uno spaccato di quel che i giovani protagonisti diretti o indiretti dell’esperienza provano e pensano, senza che a parlare per loro sia, come al solito, qualcun altro, è l’obiettivo dell’iniziativa “Emigrare è…”, oltre che – fra l’altro – del progetto Sud Altrove nel suo complesso.

Come preannunciato, tra pochi mesi pubblicheremo un libro che darà voce all’emigrazione giovanile conosciuta nel percorso di Sud Altrove, che ci piacerebbe arricchire di uno spazio in cui, creativamente, i/le giovani possano esprimere l’esperienza dell’emigrazione, da qualsiasi punto di vista, in piena libertà. Non è necessario essere effettivamente emigrati/e per partecipare: anche chi da casa sua non si è mai mosso/a può avere da dire qualcosa di interessante, poiché siamo convinti/e che l’emigrazione sia un fenomeno che riguarda tutti, anche chi resta.

A partire da oggi fino al 20 ottobre 2012 sarà possibile inviare all’indirizzo email red.terrearse@gmail.com contributi personali liberi e inediti di vario tipo, nell’ambito di tre sezioni:

-      Sezione 1: completare liberamente la frase “Emigrare è…” (massimo 170 caratteri in tutto, spazi inclusi)

-      Sezione 2: fotografie, vignette, disegni

-      Sezione 3: brevi poesie inedite (massimo 30 versi), anche dialettali; oppure racconti, saggi, e altri contributi testuali (massimo una cartella, interlinea 1,5, carattere Arial 12,5).

L’associazione LiberaReggioLAB pubblicherà i contributi più significativi sul libro; i relativi autori e autrici prescelti/e saranno avvisati/e tramite mail. Una singola persona potrà partecipare a una, due o tutte le tre sezioni, tuttavia per ciascuna di esse non potrà inviare più di un contributo, indicando in calce alla mail le proprie generalità (nome e cognome, data e luogo di nascita, eventuale città in cui si è attualmente emigrati/e).

Sarà inoltre necessario allegare la seguente dicitura ai contributi, il cui utilizzo sarà destinato esclusivamente alla pubblicazione sul libro: “Autorizzo il trattamento dei dati personali ai sensi del D. lgs. 196/03 e la pubblicazione dei miei contributi con citazione dell’autore”.

La selezione avverrà a insindacabile giudizio dell’associazione.

Denise Celentano

 

Questa iniziativa fa parte del progetto “Sud Altrove” realizzato dall’associazione LiberaReggio Lab e cofinanziato dall’Unione Europea tramite l’Agenzia Nazionale per i Giovani all’interno del programma Youth in Action. La responsabilità esclusiva dei contenuti è in capo all’associazione LiberaReggio Lab. La ANG non è responsabile dell’uso che ne verrà fatta e delle informazioni contenute.

Viaggio nella “Philips town” Eindhoven, cittadina giovane e tecnologica

Eindhoven è una cittadina che sembra fatta con la squadretta: un posto geometrico, dove niente sbava dai contorni e tutto è al suo posto. Come ogni città olandese che si rispetti, è interamente attraversata da piste ciclabili che noi in Italia, fatte salve poche eccezioni, ce le sogniamo. Le automobili non mancano, ma tante bici dànno una sensazione di salute, di armonia e libertà. Il tutto stagliato su tanto, curatissimo, verde  - spesso attraversato da simpatici coniglietti in corsa a frotte -: anch’esso senza sbavature, perfettamente incastrato nella geometria dei quartieri. Va da sé che le bici possono godere, nei pressi della stazione centrale, persino di un parcheggio sotterraneo a più piani. Cose dell’altro mondo, eh?

Eindhoven è una città relativamente giovane, dalla forte vocazione tecnologica e industriale. Persino il visitatore meno accorto può notare che la Philips ha avuto un ruolo determinante nel suo sviluppo: statue di Mr Philips e scritte cubitali sulla cima di grattacieli, con tanto di maxiorologio con le lettere p h i l i p s in luogo delle ore (quasi a evocare un tempo urbano scandito dall’azienda), inneggiano a un’impresa cui la città deve molto.

L’High Tech Campus di Eindhoven è uno dei massimi poli europei di ricerca tecnologica, con studiosi provenienti da tutto il mondo – ad occhio, vi si notano parecchi indiani e anche cinesi. E anche italiani –: una palestra per i dipendenti e un lago ricco di ninfe, l’immancabile pista ciclabile stagliata sul proverbiale verde geometrico ne sono il naturale contorno. Il Campus oggi ospita oltre 90 enti diversi; ma si può dire che tutto cominciò nell’’800, con la fondazione della fabbrica di lampadine Philips. It’s a Philips Town, si scherza con Eva, la mia “Cicerona” in terra olandese.

Non è dunque difficile indovinare il perché della spiccata prevalenza di giovani fra quei poco più di  duecentomila abitanti che la cittadina ospita. Certo, per chi abbia ambizioni “discotecare” la città non sembra offrire molto – il che non è affatto detto che sia un difetto. Inoltre la sera arriva tardi, e le giornate lunghe – il tramonto arriva intorno alle 22 in estate – sembrano un po’ compensare quel velo di tristezza che le plumbee nuvole con annessa pioggerella gettano costantemente su Eindhoven: un po’ lo scotto da pagare per una città così vivibile, così a misura d’uomo.

Nelle vie del centro le strade sono ricche di negozi – molti dei quali tali e quali a quelli delle grandi catene che troviamo anche in Italia - e di ristoranti e taverne anche internazionali. I centri culturali più interessanti sono il Van Abbemuseum, che ospita opere di Picasso, Braque, Chagall, Kandinskij, e la Witte Dame, ex sede della fabbrica di lampadine Philips, che oggi ospita il museo della storia della Philips e la biblioteca. Al proposito, va detto che per usufruire di quest’ultima, con mio grande sgomento, era necessario pagare.

La vocazione industriale di Eindhoven, certo, le toglie quell’atmosfera che altre città olandesi, per esempio Amsterdam, vantano: le abitazioni sono tutte moderne e il centro “storico” sembra raccontarci molto poco della storia del posto. Esso è piuttosto paragonabile a un centro commerciale on the road: i negozi ne sono i veri protagonisti; nondimeno il mercato nella zona denominata Piazza, la più commerciale della città. 

D’altronde, i Paesi Bassi sono storicamente un crocevia commerciale, per via degli sbocchi portuali e della vicinanza, fra l’altro, alle dinamiche Fiandre (che rubarono il primato all’Italia nelle tessiture dopo il Medioevo) e alle città anseatiche tedesche. La dimensione storicamente internazionale dei Paesi Bassi, è fra l’altro evidente nel fatto che pressoché tutti gli olandesi conoscono molto bene l’inglese: per fare un esempio, in Germania ciò non è affatto scontato.

Questo ridente spaccato dell’Europa sembra dunque un’isola felice per gli italiani, in specie quelli che ambiscono a lavorare nell’ambito della ricerca scientifica. Marcello, per esempio, dopo un dottorato in fisica in Italia, ha deciso che Eindhoven era la città che faceva per lui: non è stato difficile inserirsi nel team di ricerca di una delle tante compagnie nate nel seno della Philips, e lì dopo circa due anni ha potuto ottenere un contratto a tempo indeterminato. Nel giro di veramente poco tempo, cioè, uno straniero, privo di “conoscenze” nel luogo, ha potuto inserirsi meritocraticamente in uno dei poli tecnologici più importanti d’Europa.

La storia di Marcello è solo un esempio del sistema snello, meritocratico e improntato al turn over della ricerca che in Italia neanche col binocolo. Avremo modo di sentire ulteriori testimonianze di italiani all’estero, per renderci conto, da una prospettiva “comparata”, di come vanno le cose qui da noi (certo, lo sappiamo già, ma guardare fuori può essere istruttivo) in campo lavorativo, non solo nell’ambito della ricerca scientifica.

Ciò che gli italiani possono difficilmente digerire, tuttavia, del Nord Europa, è, di nuovo, il clima: le giornate grigie e piovose che ho visto a Eindhoven in pieno luglio, erano, a detta di chi ci abita, le migliori dell’anno.

Postilla finale sui trasporti pubblici, che funzionano bene, ma sono molto cari: per una sola corsa, ogni autobus chiede 3 euro. Tuttavia, non mi è mai capitato di aspettarne uno per oltre 5 minuti. L’Aeroporto è ben collegato con il centro con la linea di bus urbani. Si può facilmente immaginare lo shock del rientro a Roma, dove ho atteso per ben un’ora e mezza l’autobus che doveva riportarmi a casa, con le immancabili calca di gente & afa a rendere il tutto più memorabile. Non molto diverso è stato lo shock nell’intervallare il mio soggiorno a Eindhoven con un weekend nella caotica Bruxelles, di cui racconteremo a breve: stando in Olanda gli occhi si abituano all’ordine, al verde, al silenzio e alla sobrietà.

Eindhoven è una città che si può visitare in un weekend. Uno fra i suoi vantaggi è inoltre che vi è un ampio spettro di possibilità per gite fuori porta: siamo nel centro dell’Europa, e con poche ore di viaggio ci si può agevolmente spostare in Francia, in Danimarca, in Belgio, in Germania, in Inghilterra; oltre che, sempre nei Paesi Bassi, nelle bellissime città olandesi, come Utrecht, Maastricht, Den Haag (L’Aja per noi italiani), Rotterdam, Amsterdam.

Foto e testo di Denise Celentano 

Pesci morti sulla riva del Lungomare di Reggio

Ok, dai, andiamo al lido, uno di quelli con la musica e la gente in tiro, sul Lungomare. E’ ferragosto e i nostri ospiti voglioni rilassarsi davanti al mare. Non riusciamo a parlare perché la musica è troppo alta, ma vabé. Andiamo almeno a bagnarci i piedi nell’acqua, è uno spettacolo, c’è lo Stretto e tante, tante luci. Troppe, scopriremo dopo.

Sì perché a guardar bene sulla battigia, dove nel frattempo si è accalcata tanta gente per ballare, è pieno di pesci morti.

Che ci fanno qui? Uno, due, tre, dieci, dodici, venti…non si contano più. Si mimetizzano con la sabbia e le pietre, e le persone ballano, magari pestandoli, e nessuno naturalmente se ne accorge. Eppure sono tanti. Qualcuno riusciamo a rigettarlo in mare prima che muoia. Sono piccolini, forse per taglia o perché “novellame” (cioè appena nati), e muiono davanti alla festa dell’estate, fra danze, cocktail, musica, e, dicevamo…luci.

Sì perché a guardar bene il chioschetto dei cocktail posto a pochi metri dalla riva ha, in cima, un faro di luce bianca accesissimo inspiegabilmente puntato sull’acqua. E’ evidente, come mi suggerisce Peppe che per primo ha notato la cosa, che i pesciolini sono stati attirati in massa da quella luce così forte, giunti a riva vivi sono dunque rimasti sulla battigia a morire.  

Colpa della luce, sembra, dunque. Andiamo allora a dirlo al personale. “Sì lo so, ogni sera è così”, mi rispondono agitando con nonchalance la testa a tempo di musica. Ah. Penso, quindi per tutta l’estate, ogni sera, qui sulla riva è pieno di pesci morti. A occhio e croce, se ogni sera decine, per non dire centinaia, di pesciolini muoiono, moltiplicando le sere in cui per tutta l’estate il lido è attivo (almeno 80 giorni), siamo proprio di fronte a una strage di vite marine. Una strage inutile. Poniamo, per mantenerci sul minimo inverosimile, che ne muoiano 30 a sera: 30 x 80= 2400 pesci morti per una luce inutile puntata sul mare per tutta l’estate. Beh ma scusi è un peccato, perché non spegnerla o ruotarla nel senso opposto? Lorsignori, sempre a ritmo di musica, non trovano di meglio da rispondere che “tanto poi passano a prenderseli”. Noialtri si resta allibiti.

L’episodio parla da sé, e non è necessario aggiungere altro, anche sull’alto valore simbolico della cosa: va da sé che il danno è concreto e va ben oltre simboli o metafore, ma nel lassismo ad agghiacciante sfondo discotecaro dell’episodio si condensa l’ennesimo esempio di una Calabria che davanti ai danni, spesso evitabilissimi, spesso frutto di pura noncuranza, si mette a ballare.

Perché tanto chi se ne fotte dei pesci.

E’ chiaro che quella della luce, come causa, è un’ipotesi molto probabile, non necessariamente l’unica, ma data l’ovvia alta probabilità che quella sia la causa – è noto infatti il potere attrattivo dei pesci delle lampare – e dato che sulle rive non illuminate limitrofe non vi erano pesci spiaggiati, è lecito pensare che spegnere quell’inspiegabile faro sarebbe quanto meno auspicabile.

La gente che frequenta i lidi e noti quella inutile luce faccia qualcosa: se a dirlo sono in tanti, magari a chi gestisce l’interruttore di quella luce passerà la voglia di fottersene a tempo di musica.

Denise Celentano

Della criminalizzazione di fuori corso e disoccupati ai tempi di Monti

E’ da un po’ di tempo che circolano notizie e pseudostatistiche sul peso economico e sociale di una manica di banditi che lucrano astutamente alle spalle dello Stato, meglio noti come “fuori corso”. Non abbiamo ancora dimenticato la battuta di Michael Martone del team Monti, sui 28enni non ancora laureati definiti in termini sottilmente istituzionali come “sfigati”, che oggi la spending review propone di tassare ulteriormente i fuori corso. Ciò è la riprova che presso il governo si promuove una certa polarizzazione ideologica: parassiti buontemponi pigri sfaticati da un lato, martiri dell’efficienza incompresa dall’altro – dove i secondi tassano i primi, naturalmente, rieducandoli a suon di insulti (“sfigati” docet), perle pseudoneoliberiste di saggezza e tasse.

La logica appare un po’ la stessa della criminalizzazione ideologica del disoccupato: si tende a far passare per parassita quello che, spesso, subisce delle inefficienze e delle miopie istituzionali.

Certo, nessuno può escludere che molti studenti pascolino pigramente nelle università, e questa è per l’appunto la rappresentazione corrente che si fa – e, sembra, conviene fare – dei fuori corso. Al contempo trascurare che una grande percentuale di fuori corso lavora e non può permettersi di non farlo, che magari ha anche figli e al contempo non intende rinunciare a studiare, e in ciò è completamente sola, è un tantino disonesto.

Ce lo dicono, fra l’altro, le statistiche di Eurostudent, secondo cui oltre il 40% degli studenti (dati 2009) lavora: va da sé, precariamente. Quest’ultima precisazione è fondamentale: per fare un esempio, la legge delle 150 ore per il diritto allo studio concesse a chi lavora non vale – come la maternità, la malattia, le ferie e quant’altro – per chi è precario e lavora magari in nero.

Gli studi richiedono dedizione, tempo, energie, risorse economiche tali che lo studente, per rispettare la durata normale dei corsi di studio avrebbe bisogno di essere mantenuto per anni dalla famiglia – unico vero grande welfare italiano -, magari non abbiente, magari precaria anch’essa. Ciò evidentemente non è sempre possibile. Studiare laureandosi in tempo e al contempo dover lavorare per mantenersi, fra l’altro, gli studi, è impresa che neanche i supereroi. Eppure lo Stato oggi chiede ai giovani proprio questo. Come per la ministra Fornero il lavoro non è un diritto, e sono i giovani difettosi di una qualche specie di qualità morale (magari genetica?) di frainteso stacanovismo che li porterebbe naturalmente a lavorare qualora la possedessero; così per gli autori della spending review i fuori corso (per soffermarci solo su quest’aspetto dell’emendamento) sono dei buontemponi che succhiano risorse all’università e allo stato, che per parte loro, vere “vittime”, fanno il possibile.

Ora, una riflessione seria sull’eliminazione degli sprechi e l’acquisizione di risorse richiederebbe che si chiamasse in causa la vera realtà delle università italiane. La fonte dei loro sprechi sono davvero i fuori corso? Se lo sono, in virtù del 40% di studenti lavoratori di cui sopra, ciò è anche per l’incapacità istituzionale di garantire il diritto allo studio, questo concetto astratto che trova assai scarsa realizzazione in Italia. Nel 2009, circa il 65% degli studenti non ha ricevuto alcun aiuto economico, considerando che la ristretta fetta di beneficiari di borse non può contare su più di 1600 euro di sostegno, che in un anno sono veramente pochi e che non permettono a chi non può fare diversamente di non lavorare.

Le istituzioni non fanno nulla per garantire la possibilità di studiare anche a chi non può permettersi di non lavorare. Anzi, a quanto sembra, penalizzano proprio coloro che dovrebbero sostenere. Il risultato è disperatamente classista: solo chi ha a monte una famiglia con un reddito alto può studiare e laurearsi in tempo. E oggi chi è ricco potrà permettersi di pagare più tasse se fuori corso, chi non lo è, no. E’ l’ennesimo incentivo ad abbandonare gli studi, in sostanza.

Qual è la vera fonte di sprechi delle università? Non pretendiamo di esaurire il problema in poche battute, ma ci sembra quanto mai curioso attribuire nel maxiemendamento ai soli fuori corso il carico degli stessi. Le nostre università non brillano notoriamente affatto per trasparenza, meritocrazia, efficienza: il cosiddetto baronato e annesso blocco del turn over delle docenze è solo un esempio di un sistema farraginoso che gli autori della spending review hanno evidentemente dimenticato. Alla luce del suddetto articolo sui 4,4 miliardi che i fuori corso costerebbero allo Stato, verrebbe da suggerire analoga analisi sugli sprechi che queste falle determinano sul sistema università in Italia, con annesso enorme costo per la collettività. Fuori corso compresi.

Inoltre se il 56% dei laureati nel 2010 era fuori corso, fossi il governo qualche domanda me la farei. Davvero oltre la metà degli studenti è, come piace pensare, “bambocciona”? Strano, no? Caspita che popolo di sfaticati gli italiani. Riformiamo gli italiani, allora, se le cose stanno così.

Per l’appunto, il pedagogist… ehm ministro Martone – simbolo della scuola di pensiero dell’attuale governo, imperniata sul concetto di scaricabarile delle responsabilità istituzionali sulla coscienza individuale – dice di voler “spronare i giovani”. Riecco il ritornello già cantato da Fornero, del lavoro che non è un diritto. Cos’hanno in comune le due prospettive? Una contraddizione: da un lato, un pedagogismo dell’ultim’ora, da Stato paternalista che impartisce lezioni morali alla popolazione (“studiate e lavorate insieme e laureatevi anche in tempo”; “rimboccatevi le maniche: se non trovate lavoro è colpa vostra”), la quale evidentemente è difettosa delle virtù richieste dal mercato che per contro funziona nel migliore dei modi; dall’altro, tale pedagogismo sembra funzionale a giustificare mosse istituzionali improntate alla deresponsabilizzazione: il contrario, cioè, del paternalismo. Il concetto è, infatti, sempre lo stesso: “fatti vostri, noi non c’entriamo. Quindi pagate”.

Ecco il diagramma: criminalizza una categoria, attribuendole la colpa – cioè il costo – di sprechi e inefficienze, e secondo la logica del “nemico ideologico” avrai la tua giustificazione all’introduzione di nuove tasse. La gente penserà che è giusto tassare i buontemponi, il governo apparirà buono e giusto, e intanto per gli “sfigati” fuori corso che spesso lavorano e pensa un po’ pretendono anche di studiare, le tasse aumentano. L’ombra del sospetto dello spreco viene distolta dalla sua vera fonte, e gettata sulla cosiddetta povera gente. Come per il lavoro che non è un diritto, valutazione che esclude i privilegi della casta politica e i redditi alti dalla critica, uguale uguale. Tac, perfetto: falso moralismo a scopo di tassa.

Sarebbe dunque giusto supertassare i fuori corso solo se in Italia esistesse davvero il diritto allo studio (permettere di non lavorare a chi non ha risorse allargando il ristrettissimo target e la portata delle borse di studio, per esempio; o ancora ideare un sistema per la conciliazione genitorialità/studio) e se l’università funzionasse in modo trasparente, meritocratico, razionale, “efficiente”. Allora si sgombrerebbe il campo dalle responsabilità istituzionali del “fuori corsismo” e si potrebbe eventualmente addebitare allo studente fuori corso la colpa di esserlo.

Denise Celentano

Sit in del Cartella a Palazzo San Giorgio. Prima apertura del sindaco

Il sit in di ieri pomeriggio davanti a Palazzo San Giorgio, per chiedere al sindaco risposte sul futuro del Cartella, pare abbia dato buoni frutti. Già il 19 giugno scorso, i militanti del CSOA Cartella avevano chiesto formalmente al Primo cittadino un incontro, richiesta peraltro diffusa a mezzo conferenza stampa. Nessuna risposta da allora, sicché di fronte allo ”stucchevole rimpallo di responsabilità tra la magistratura inquirente, che dichiara di aspettare un pronunciamento da parte dell’Amministrazione comunale per poter procedere al dissequestro, e i dirigenti della stessa Amministrazione, che dicono di non aver ricevuto alcuna richiesta da parte della magistratura”, per sbloccare la situazione si è scelta la via più diretta, andando, per così dire, a “bussare” alla porta del Comune di Reggio Calabria per incontrare personalmente il Primo cittadino.

I militanti del Cartella hanno apprezzato in primo luogo che Arena abbia finalmente preso posizione sulla risposta da dare all’attentato di maggio scorso. La risposta è stata che la struttura di Via Quarnaro a Gallico debba tornare ai ragazzi e alle ragazze che per 10 anni l’hanno vivificata con iniziative sociali. Benché molto tarda, la presa di posizione del sindaco è importante poiché pare che dia una implicita legittimazione alla realtà Cartella, finora ignorata dalle istituzioni cittadine. Il primo passo per arrivare al dissequestro e alla restituzione dell’area alle sue attività sociali, sarà comunque procedere alla messa in sicurezza della struttura. I militanti del Centro hanno sottolineato che vigileranno sulla realizzazione degli impegni assunti in sede di incontro.

Testo di Denise Celentano
Foto di Giorgio Furfaro