Il 19 luglio sarà una giornata storica per la Calabria, vuoi sapere perché?

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Il 19 luglio ci sarà a Reggio Calabria il primo Gay Pride calabrese e, inutile negarlo, la cosa sta suscitando molto interesse e curiosità. Certo, le critiche e le fobie non mancano (“Sfileranno tutti nudi?!” – “Ma certo che no! Non tutti! ahah”), ma è bello constatare che il desiderio di partecipare a qualcosa di nuovo e importante, per la prima volta in terra calabra, sta vincendo. La pagina ufficiale dell’evento è trafficatissima e sono centinaia le foto delle persone che hanno già aderito alla campagna “io ci sono” con la propria foto.

Un’onda che sta attraversando lo stivale. Roma, Bologna, Palermo, Catania e poi Milano, Napoli, Torino sono alcune delle 13 città che hanno già celebrato o celebreranno, in queste settimane, il Pride. Toccherà proprio a Reggio Calabria chiudere l’Onda con l’ultima tappa del 19 luglio. I numeri dalle piazze sono da capogiro: 100mila persone tra Roma e Bologna, più di 40mila a Palermo sabato scorso, i cortei stanno registrando molta partecipazione; e attenzione da parte delle istituzioni, in particolar modo dei Sindaci, vedi Marino e De Magistris, che hanno accolto l’invito dei comitati organizzatori rilanciando sul tema dei diritti. In particolar modo sulla necessità di colmare il gap legislativo che ci separa in maniera abissale dal resto d’Europa. Sia Marino che De Magistris hanno preso l’impegno di procedere alla registrazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. Una registrazione appena formale e non sostanziale, a causa del vuoto legislativo tutto italiano.

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Un gap che ci vede ultimi in Europa. Secondo una classifica dell’ILGA Europe l’Italia è al 32° posto su 49 per il livello di uguaglianza delle persone LGBT nei paesi europei, il primo posto spetta alla Gran Bretagna, conquistato dopo aver approvato una legge per il matrimonio egualitario (con un governo conservatore). Un miraggio per noi italiani che ancora non godiamo nemmeno di una legge nazionale contro il reato di omofobia, la cui proposta di legge giace sulle scrivanie delle Commissione Giustizia, sommersa da centinaia di emendamenti. Una legge che rischia di non vedere mai luce e che aveva riscosso molte critiche perché frutto di un chiaro compromesso al ribasso che, sebbene preveda l’introduzione del reato di omofobia, non lo rende perseguibile se a commetterlo sono partiti, movimenti politici e rispettivi rappresentanti, nel rispetto di una fantomatica libertà d’opinione.

La politica italiana, poco coraggio e le promesse da marinaio. La politica italiana, a fasi alterne e a ridosso di elezioni, ha promesso un avanzamento sul piano dei diritti LGBTQI. Matteo Renzi, durante la campagna elettorale per le primarie del PD, promise, nei primi 100 giorni di un suo eventuale governo, le “civil partnerships”. Pochi mesi dopo, divenuto Presidente del Consiglio con le larghe intese, ha riposto nel cassetto l’argomento. Nelle ultime settimane, grazie anche alla pressione politica che i Pride, inevitabilmente, stanno esercitando, ha ripreso la questione e ha promesso una legge entro la fine dell’anno: una formula che riconosca le coppie di fatto e che resti distante da altre opzioni. Insomma, di matrimonio egualitario e adozioni nemmeno a parlarne.

Alcune foto della campagna "Io ci sono"

Alcune foto della campagna “Io ci sono”

E la Calabria? Per noi il Pride sarà una sfida, è la prima volta che ospitiamo una manifestazione di questa portata. Per ora possiamo esser certi che l’appuntamento suscita curiosità e sicuramente prova a sciogliere alcune ritrosie dettate da stereotipi e pregiudizi. Le organizzazioni LGBT calabresi in questo decennio hanno lavorato sodo, hanno tessuto relazioni forti con i territori, sono entrati nelle scuole e nelle università e hanno puntato quasi tutto su cultura e formazione. Oggi molte cose sono cambiate e la strada, anche se ancora lunga, non è più così in salita. Ne è dimostrazione la pioggia di patrocini istituzionali all’evento: Regione, Provincia e Comuni (dove Consiglio regionale e Provincia hanno una maggioranza di centrodestra e Reggio ha i commissari). Istituzioni a cui va il merito della lungimiranza. E poi Reggio, con un comitato territoriale Arcigay che vanta una fitta rete sociale con molte associazioni e prima città d’Italia ad ottenere, nel 2013, un Osservatorio sulle discriminazioni omofobiche sostenuto dalla Provincia di Reggio Calabria.

Tra pochi mesi sia Reggio che la Calabria torneranno al voto ma, ad oggi, nessuno, tra i big in lizza per le due poltrone di Sindaco e Presidente, ha proferito parola sul Pride o ha preso impegni pubblici. Il Pride potrà servire anche a questo, a mettere spalle al muro la politica e fare chiarezza.

Non facciamo gli struzzi: tutti in piazza! Insomma, le buone premesse ci sono e l’invito vale per tutte e tutti, qualsiasi sia il nostro orientamento sessuale la battaglia per i diritti ci riguarda come cittadini. Non possiamo permetterci di fare gli struzzi: il 19 luglio dovrà essere una giornata storica per la Calabria.

Laura Cirella

 

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Energia allo stato puro. Il bluesman Fabrizio Canale, con il crowdfunding produce il suo disco e i sogni diventano realtà.

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“Credi nei tuoi sogni e andrai lontano!”, sembra una frase retorica. Forse dipende dai sogni, ma a volte succede che invece la frase sia totalmente vera. “Someday it happens”, il disco del bluesman Fabrizio Canale, giovanissimo e talentuoso artista reggino ne è la dimostrazione. Dal “profondo sud” al “progredito nord” Fabrizio parte inseguendo il sogno della musica, la sua passione di vita, e inizia a fare l’artista di strada esibendosi da solo per le vie d’Italia e d’Europa. Un’esperienza che gli consentirà di crescere musicalmente e “spiritualmente” sino al desiderio di un disco professionale; già, ma con quali soldi? La storia, proprio a questo punto, potrebbe scontrarsi con l’amara realtà. E invece no. Fabrizio lancia il suo progetto su musicraiser.com, una grande piattaforma di crowdfunding per progetti musicali, e con quattro minuti di video, in cui viene fuori la sua storia, il suo talento e la sua energia, cerca di convincere più persone possibili a donare anche una piccola cifra di denaro a sostegno del suo progetto discografico. I sostenitori non si fanno attendere. Fabrizio non solo raggiunge l’obiettivo, ma lo supera! Il suo disco è “superprodotto” da decine e decine di persone (tutte ringraziate all’interno della copertina). Il sogno diventa realtà, le fatiche vengono finalmente ripagate e il talento premiato.

Le esibizioni on the road quanto ti hanno artisticamente e umanamente cambiato? «La strada ha giocato un ruolo fondamentale in quello che sono. L’avevamo inaugurata con i Light Chili al Ferrara Buskers Festival, e a Torino il mio socio insostituibile, Dodo Harmonica Kid, è proprio un vecchio lupo di strada. Cosa ti dà? La possibilità di dare il massimo, di verificare e oltrepassare i tuoi limiti. Ti dà un palco e un pubblico, ed è tutto ciò che ti serve: il resto devi darlo tu. Ed è terribilmente diretta: se funziona, la gente si ferma, lascia un’offerta, sorride, applaude e compra i dischi. Se non funziona, no. Nessuno è lì perché ha comprato un biglietto, molto spesso non sa chi sei e non ha filtri per giudicarti. E poi la gente: la guardi negli occhi, ti risponde, e tu sai che forse non la vedrai mai più. Però le sei rimasto nel cuore. Dio mio, è il mestiere più romantico che sia mai esistito».

Fabrizio Canale

Immagino che la tua esperienza di emigrante sia stata determinante, parlacene un po’. «Lo è stata davvero, in primo luogo perché ha costituito lo sprone concreto, fondamentale, per decidere di fare il musicista. La musica mi piaceva, l’amavo, ma non capivo quanto avrebbe influito sulla mia vita. Una volta emigrato, piuttosto improvvisamente e per tanti motivi, arrivato alla stazione di Torino mi son detto: e mo’? La prima cosa che ho fatto è stata quella di andare in strada: avevo battezzato in un colpo solo la mia carriera di busker e di One Man Band! In seguito tante soddisfazioni e scoperte: ho acquistato più fiducia in me stesso, ho imparato a cantare meglio e ho ripreso a comporre, ho trovato compagni d’avventure che sono ottimi musicisti e amici unici, sono diventato un “maestro” di musica per tanti ragazzi (e non) volenterosi e talentuosi, ho imparato a cucinare e scoperto che senza un peperoncino al giorno non funziono bene. Certo, non è sempre facile: affitti, spese, conti e la mia vita a bordo di un carrello è piuttosto dura. Però è bellissima. Forse tutti dovrebbero emigrare, anche da un bel posto. Si impara sempre».

Quanto Sud e quanta Calabria ti porti dentro? «Il Sud è dentro la mia vita, quindi è dentro la mia musica. Siamo un popolo piccante non solo per il peperoncino “orgoglio nazionale”; c’è un’energia enorme, secondo me, dentro tutti noi. Però la vedo molto spesso sedata, schiacciata, massificata, e ad alcuni sembra andare bene così. Io non lo sopporto, mi corrode, e ad ogni live questa energia deve esplodere e travolgere tutto. Altrimenti non sono felice. E’ su questo che punto tutto in realtà, quest’energia va sprigionata non solo nella musica ma in tutto il resto del vivere. Le due cose per me non sono mai disgiunte».

Si può vivere della propria arte? Differenze Italia/Estero? «Credo che sia possibile e che però bisogna crederci molto e cercare di fare le mosse giuste, senza scoraggiarsi mai. La mia vera forza sono tutti quelli che credono in me, perché sono davvero in grado di riempirti di fiducia… L’estero devo ancora esplorarlo bene – musicalmente/professionalmente parlando – ma quello che ho notato, in generale, è un enorme rispetto per gli artisti. Riconoscono se vali qualcosa, e fanno di tutto per rendere onore a quello che fai, con un trattamento rispettoso anche se informale. In ogni caso, fino a questo periodo della mia vita sono riuscito a sopravvivere bene con ciò che faccio – e spesso i musicisti godono di regalie e offerte di ogni tipo che ti riempiono ben più del denaro – ma in effetti, con un prodotto professionale in mano e l’energia che c’è dentro sono motivato a raggiungere obiettivi più ambiziosi».

Per fare musica, esibirsi, produrre un disco e fare concerti… quanto hai studiato? «Da ragazzo mi sono iscritto al Conservatorio in contrabbasso, che studio anche adesso, e nel frattempo alla Facoltà di Filosofia. L’uno ha contribuito a rendere più solide le mie basi musicali e sviluppare meglio certe capacità di base. L’altra mi ha dato molti spunti per leggere il mondo e riscriverlo nelle mie canzoni. Ma in effetti ciò che fa la differenza è l’esperienza, l’ascolto, la curiosità e l’entusiasmo. Ho cominciato con l’armonica da ragazzino, poi ho cominciato a suonare il basso, poi la chitarra slide, nel frattempo studiavo contrabbasso e provavo a registrare in casa con tutti i suoni che avevo a disposizione. Così, girando in lungo e in largo prima con una band di adolescenti votati al blues, poi con i Bad Chili come bassista, poi con i Light Chili in duo, e alla fine a Torino da solo, è stato come provare tante forme diverse di uno stesso impulso».

Come vedi il panorama artistico musicale emergente in Italia? Che musica ascolti? «Oggettivamente non sono informatissimo su tutte le espressioni musicali emergenti nel nostro Paese. In generale però ho solo una regola: se mi emoziona, sono felice. Se non lo fa, peccato. Io cerco questo nella musica, ovunque. Noto con piacere che le band che mi piacciono di più arrivano dal Sud, soprattutto quelle di blues e parenti… Vado un po’ a periodi. Quindi durante il periodo James Brown (che dura ancora da un bel po’) mi potrete vedere al supermercato mentre scelgo il caffè a produrre versi ritmici come “Heh”, “Gonna have a funky good time”, “get on the good foot”, “yeeeeh”, “jump back I wanna kiss myself”. Con relativi microballetti. Chiaramente, non sembro sempre completamente a posto, ma quando mai lo sono stato. In ogni caso, sicuramente blues (Paul Butterfield, Ry Cooder, Norton Buffalo & Roy Rogers, Junior Wells), con tanto rock (Huey Lewis & the News, Jeff Beck, tutti i grandi degli anni ’70), soul (Joe Tex, Otis Redding, Mavis Staples), e funk (James Brown, Kool & the Gang etc.). Studiare contrabbasso mi porta ad ascoltare musica classica, soprattutto mentre studio per le parti d’orchestra. Penso al momento in cui sperimenterò blues per archi. Non garantisco nulla: se ci sarà il Chili Effect bene, altrimenti proverò un’altra strada».

 Laura Cirella

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A Reggio il primo “slot mob” della Calabria, tra lotta al gioco d’azzardo e finanza etica

Gianni Votano (Microdànisma) e Amelia Tallini (Economia di Comunione) premiano il Signor Strati (titolare del bar)

Ogni tanto un primato che ci rende orgogliosi: Reggio Calabria è stata la prima città della Calabria, grazie a Banca Etica, Economia di Comunione, Microdànisma, Comunità P.P. Gesuiti, Fisac CGIL, Mana Chuma Teatro, Fondazione Horcynus Orca e Associazione Culturale A RUA, dove si è svolto il primo slot mob della Calabria.

Ma cosa è lo slot mob? È un flash mob dove tante persone si organizzano e si danno appuntamento per consumare insieme presso un bar che ha scelto di non ospitare le slot machine.

Perché farlo? Mentre proliferano in ogni angolo delle nostre città e in tantissimi bar le famose slot machine, cresce anche il numero delle persone che si ammalano di gioco d’azzardo, una vera e propria dipendenza paragonabile a quella dalle droghe o dall’alcool. Una malattia che annienta le persone, non solo economicamente, spingendole verso l’indebitamento e l’usura, ma anche psicologicamente e socialmente, distruggendo le loro vite, le loro famiglie e le loro relazioni. Si riempiono i centri di cura delle ASL, si arricchiscono le multinazionali del gioco d’azzardo e si crea un terreno fertile per l’azione della criminalità organizzata. Da qui nasce lo slot mob, un’iniziativa nazionale che ha già coinvolto decine di città.

Con Gianni Votano, rappresentante di Microdànisma, abbiamo scambiato due chiacchiere per capire meglio quali percorsi si stanno costruendo a Reggio Calabria.

Tante persone hanno preso parte allo slot mob

Com’è andato il primo slot mob a Reggio Calabria? «Credo benissimo, circa 120 persone, nonostante l’ora mattiniera, hanno partecipato all’iniziativa, consumando e premiando il Bar Strati (in via del Torrione, 98) che ha ospitato l’iniziativa proprio perché ha scelto di non ospitare le slot machine; il titolare ci ha confermato che tanti cittadini che non erano clienti, anche nei giorni successivi, sono entrati per ringraziarlo e consumare un bibita o un caffè. Il signor Strati ha mostrato grande interesse e disponibilità, forse per la sensibilità, dato che è tra i pochi titolari ad aderire al circuito pizzo free ReggioLiberaReggio. Insieme ad Amelia Stellino, responsabile di Economia di Comunione ed alle altre realtà coinvolte, pensiamo di fare altri esperimenti simili. Il 23 Marzo si è svolto il secondo Slot Mob in Calabria, a Lamezia, e anch’esso ha ottenuto risultati lusinghieri».

In molti sono spesso scettici riguardo il consumo critico. Tu come rispondi loro?

un gruppo di studenti del Liceo Volta partecipa allo slot mob

un gruppo di studenti del Liceo Volta partecipa allo slot mob

«Ognuno con le proprie scelte di consumo può effettuare micro cambiamenti che determinano macro cambiamenti. Ad esempio: negli USA, tanti piccoli risparmiatori stanno riposizionando i loro risparmi, disinvestendo dalle grandi banche che hanno generato la crisi e depositando presso le Credit Unions (piccole banche etiche); questo ha fatto si che alcune banche modificassero alcuni comportamenti speculativi, “costretti” dai risparmiatori consapevoli a cambiare, almeno in parte, le loro politiche. Se si crea forte dissenso intorno al gioco d’azzardo, le istituzioni politiche saranno costrette ad intervenire. Occorre porre dei gesti concreti e sistematici: scegliere i gruppi di acquisto solidale, il commercio equo, i prodotti provenienti dai beni confiscati alle mafie, acquistare presso i commercianti coraggiosi che decidono di aderire a circuiti di legalità e giustizia. Così facendo gli operatori economici saranno fortemente incentivati a scegliere questi percorsi».

Cosa significa “finanza etica” e cos’altro avete in cantiere come Microdànisma?

«La finanza etica è tale se presenta almeno quattro caratteristiche: 1. considera l’accesso al credito un diritto umano che deve essere sancito e difeso (spesso le banche tradizionali non concedono credito perché il soggetto richiedente non ha le garanzie reddituali e patrimoniali considerate necessarie); 2. considera al centro dell’istruttoria economica e sociale la persona e il suo progetto e non il denaro che possiede; 3. è trasparente (i risparmi depositati sono tracciabili e fornisce informazioni su dove va a finire il denaro investito); 4. non finanzia attività che ledono l’Ambiente o i Diritti Umani. La finanza etica non è beneficenza né filantropismo. Con Microdànisma, oltre al microcredito imprenditoriale e d’emergenza in collaborazione con Banca Popolare Etica, abbiamo avviato uno sportello d’ascolto per le vittime d’usura: Stiamo per avviare dei gruppi di responsabilità e confronto con tutte le persone che in questi anni hanno beneficiato della nostra consulenza per creare una rete dove la relazione umana sia il fulcro».

A che punto è il percorso che potrebbe portare ad avere la prima MAG della Calabria?

«Le MAG (mutue di autogestione del denaro) sono delle società cooperative finanziarie che aderiscono ai principi della finanza etica e solidale. Raccolgono denaro in un territorio specifico e lo investono in quel territorio, realizzando una forma di “finanza partecipativa e di prossimità” orientata a concedere credito a quelle persone a rischio incaglio o segnalate alle centrali rischi e che sono in genere “non bancabili”. In Calabria questo target di persone sta diventando la maggioranza della popolazione; per questo tre province calabresi (Vibo, Reggio, Catanzaro) sono ai primi posti nella diffusione dell’usura. Per la realizzazione del progetto è stata creata la Rete “Verso la MAG delle Calabrie”, con una donazione minima di 25 euro più 5 per le spese di gestione si può contribuire a costituire il primo progetto di autogestione del denaro a Sud di Roma. Questa iniziativa una volta realizzata germinerà ed altri progetti MAG nasceranno nel Mezzogiorno».

Laura Cirella

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Vuoi contattare Microdànisma? Scrivi a microdanisma@libero.it o chiama ai numeri 320 7465934 – 366 6818828

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