Recensioni – Assalti Frontali: profondo rosso, 2011

Un anno fa usciva l’album “Profondo Rosso” degli Assalti Frontali, storica rap band italiana che con “Batti il tuo tempo”, più di venti anni fa, ha aperto la strada a tutto il futuro hip hop in italiano.

Profondo Rosso è “il disco rap” secondo me. Un disco al passo coi tempi ma anche fuori dalle più frivole tendenze musicali; un disco militante e guerrigliero che però ha adeguato il linguaggio ad un epoca che non è più quella delle Posse. Le produzioni di Bannot sono potenti e spingono a dovere i concetti espressi dalla voce di Luca “Militant A” che, pur non essendo esattamente il miglior rapper in circolazione, riesce a trasmettere quella genuina sincerità che molti sembrano avere ormai perso.

Gli Assalti Frontali rappresentano ancora l’alternativa, l’antagonismo e la lotta. Finita la fase degli slogan a tutti i costi, quella che ha caratterizzato la prima metà degli anni novanta, e superate a testa alta le varie fasi di esplosione e di baratro del rap italiano, gli Assalti continuano a seguire il sentiero dei lupi, dei banditi e dei ribelli.

“Cattivi Maestri” è il mio pezzo preferito. “Andate nelle scuole, formate i collettivi, organizzate la rivolta finchè siete vivi…ammazzano più dieci penne, che dieci penne che dieci pistole” è il senso esatto del messaggio che passa forte e chiaro ad una generazione ingannata e sedata da finte libertà che si acquistano ai centri commerciali.

Ma ogni brano ha il suo tiro e la sua forza, come ad esempio “Roma meticcia” che sfida le nuove paure, quelle dello straniero e della diversità, oggi che la peggiore storia sembra tristemente ripetersi.

Consiglio vivamente l’ascolto di questo album e non solo agli “amanti del genere”, considerando che un album simile va ben oltre i perimetri di un genere per comunicare ad ampio raggio contenuti di cui si avverte davvero il bisogno.

Tracklist:

  1. Profondo rosso
  2. Banditi nella sala (feat. Inoki Ness, Esa el Prez)
  3. Spugne
  4. Avere vent’anni
  5. Mamy (feat. Tino Tracanna e Dorcas Mpemba)
  6. Sono cool questi rom (feat. Ardimann, Marta Pistocchi)
  7. Cattivi maestri
  8. Roma meticcia
  9. Lampedusa lo sa (feat. Willy Valanga Dorcas Mpemba)
  10. Storia dell’orso Bruno

Nicola Casile

Dopo l’attentato al Csoa cartella: tra legalità e legittimazione

All’incontro che si è tenuto dopo l’attentato incendiario al Centro Sociale Cartella la partecipazione è stata grande ed inaspettata. Centinaia di persone di varia estrazione, alcune rappresentanti di partiti, associazioni o movimenti, altre a titolo di semplici cittadini, sono accorse sul posto in segno di solidarietà.

Molti dei presenti non erano mai stati al Cartella, ed altri non ci venivano più da tempo, in seguito a divergenze politiche o di altro genere. Non sono mancati alcuni esponenti politici locali che, pur non essendosi dimostrati nel tempo in linea con le lotte e le rivendicazioni portate avanti dal Cartella, hanno comunque ritenuto opportuna la loro presenza in una simile occasione. Questa grande e significativa affluenza, al netto di una quota minima di semplice “presenzialismo”, necessita di una giusta interpretazione soprattutto se si pensa che non era affatto necessario, per molti, essere li in quel momento.

In economia esistono dei metodi per stimare il valore di cose che non hanno un prezzo di mercato come le aree naturali o i beni paesaggistici: si tratta del “valore di esistenza”. È quel valore che le persone attribuiscono a qualcosa indipendentemente dal fatto che loro stesse possano beneficiarne direttamente nell’arco della vita. È il valore che viene riconosciuto ad esempio alle foreste, o ai paesaggi, o a determinati ecosistemi che, è riconosciuto, rivestono un importanza tale da dover continuare ad esistere in quella forma. In un certo senso è lo stesso ragionamento che si potrebbe applicare ad una realtà come un centro sociale, in questo caso il Cartella. Decine di cittadini non vi si erano mai recati prima, pur riconoscendone il valore sociale e politico. Ed anche chi non c’era personalmente ha comunque denunciato con fermezza l’accaduto, augurandosi una rapida ripresa delle attività. Attestati di solidarietà sono arrivati persino da gruppi e movimenti con una visione politica del tutto opposta a quella che può avere una realtà antagonista come un centro sociale. Tutto ciò ci invita ad abbandonare il campo della superficialità per fare una prima riflessione: il centro sociale Cartella ha un valore, ed è un valore riconosciuto.

La notizia dell’attacco al Cartella in poche ore ha fatto il giro del web, superando la dimensione locale ed interessando la stampa nazionale ed  anche alcuni telegiornali. Decine di articoli si sono susseguiti in rete e qualunque fosse l’idea o l’estrazione degli autori, è comunque stato unanime il riconoscimento del Cartella quale laboratorio di idee e presidio di rottura e di provocazione. Da tutta Italia realtà antagoniste e movimenti vari si sono immediatamente dichiarati “vicini” al Cartella, come vicini fisicamente sono stati tutti coloro che negli ultimi dieci anni hanno condiviso con il Cartella lotte e sfide importanti, soprattutto sul territorio e per il territorio. Ma alcuni interventi durante l’incontro ed alcuni articoli apparsi in certi quotidiani locali hanno posto l’attenzione su un aspetto importante e se vogliamo delicato: quello della legalità. Si è sussurrata (in quanto mai espressa chiaramente) l’ipotesi di una ufficializzazione del Cartella che potrebbe avvenire solo attraverso l’abbandono dell’occupazione a favore di pratiche più legali, appunto. Un aggiustamento burocratico, in poche parole. In questo modo – secondo alcuni – il ruolo e le attività del centro sociale godrebbero di un più facile riconoscimento e di una maggiore tutela, soprattutto in situazioni difficili come appunto un attentato incendiario. Come a voler dire “se foste legali, ad esempio, la politica potrebbe pronunciarsi ed aiutarvi senza trovarsi in imbarazzo”. E qui occorre fare un’altra importante riflessione: un centro sociale, in quanto realtà antagonista che promuove aggregazione e cultura in contrapposizione al sistema vigente, cosa deve alla politica? E se fosse “legale” o burocraticamente apposto, sarebbe meno esposto ad aggressioni di questo tipo? Ed avrebbe lo stesso significato? Probabilmente la risposta è sia nei termini che nei concetti. Il Cartella ha portato avanti per anni importanti lotte contro l’illegalità e contro le mafie, e lo ha fatto con un importante consenso ed avvalendosi di un non trascurabile seguito. Nel corso degli anni ha dunque ottenuto una “legittimazione” da parte della gente e questo rappresenta in pieno il senso di un’esperienza nata proprio per proporre una nuova visione, alternativa a quella pre-esistente con la quale si pone in netto contrasto. Il centro sociale Cartella è legittimato, ed è proprio un episodio spiacevole come un attacco duro e meditato ad esserne chiara testimonianza. E non è neppure assoluta la classificazione in “correnti di pensiero” secondo la quale o si è dalla parte del Cartella e delle idee che promuove, o gli si è lontani anni luce. Lo dimostra l’evidenza di uno spazio di città che è stato sottratto dal degrado e restituito alle famiglie del quartiere che ci portano i bambini senza necessariamente intraprendere la via della militanza politica. Occorre ricordare inoltre che era stato proprio il Comune, sede e garanzia di legalità, a costruire con danaro pubblico e poi abbandonare quella struttura.  Ma probabilmente l’ufficialità degli aspetti legali e burocratici, quella che hanno ad esempio alcuni gruppi neo-fascisti ai quali potrebbero essere attribuite le rivendicazioni dell’attentato, ha rappresentato un problema così importante da non consentire ai rappresentati del Comune e della Provincia di essere presenti. “Tutto sommato – si potrebbe pensare – una ragazzata notturna contro un centro sociale occupato non merita attenzione o comunque non va denunciata pubblicamente”.

Comunque sia, indipendentemente dalle opinioni personali e dalle appartenenze politiche, l’esistenza di un centro sociale si rivela necessaria, soprattutto in una città come Reggio Calabria dove la pluralità di idee e di interpretazioni è sempre stata molto limitata. Ed è importante comprendere come il valore di una simile esperienza si misuri attraverso la sua legittimazione, maturata negli anni, senza l’aiuto della politica o delle istituzioni.

Lunga vita al cartella.

Nicola Casile

Dopo l’attentato incendiario il Centro Sociale Cartella non abbassa la testa

Grande partecipazione all’incontro svoltosi al Centro Sociale Cartella di Reggio Calabria a poche ore dall’attentato incendiario che lo ha colpito nella notte del 15 maggio. Attentato di cui si è occupata anche la stampa nazionale.

Rappresentanti di partiti politici, associazioni e movimenti ma anche artisti, musicisti e persone comuni sono accorse per portare immediata solidarietà e per dare un segnale forte e chiaro: il Cartella non abbassa la testa.

Al microfono di un impianto audio rimediato all’ultimo minuto (tutte le attrezzature sono state perse nel rogo) si sono succedute numerose voci che, ognuna a proprio modo, hanno confermato la loro vicinanza e la loro disponibilità per una rapida ricostruzione.

“Ora e sempre resistenza! Daremo una grande festa quando il Cartella riemergerà dalle sue ceneri come la Fenice”. È questo l’accorato auspicio di Pino Siclari del Pcl. “Questa è un’area che può sollevare interessi economici di vario tipo”, ha ricordato Siclari, invitando ad una riflessione su altri episodi analoghi che si sono verificati negli ultimi giorni in Italia, l’ultimo dei quali a Milano.

 “Ciò che è necessario è dare la giusta risonanza e la giusta visibilità a questo episodio, per mettere in chiaro il fatto che il Cartella e tutta la gente che ne ha condiviso negli anni l’attività non hanno intenzione di assoggettarsi alle regole di prepotenza e di indifferenza che imperano in città” ha detto Nando Primerano, attivista del Cartella, ricordando anche che “negli ultimi periodi alcune sigle neofasciste hanno fatto riunioni e incontri per mettersi in luce ed ottenere nuovi consensi e visibilità portando avanti rivendicazioni riguardanti gli spazi sociali”.

Ed è sul tema degli spazi sociali che ha insistito anche Elisa Gambello, esponente della Cigl: “non possono essere concessi spazi sociali a gruppi che si ispirano al fascismo. Occorre fare chiarezza poiché i “si” e i “no” riguardo alle varie questioni sociali e territoriali non sono tutti uguali, e ci sono spazi sociali inclusivi ed altri che si basano sulla discriminazione e sull’intolleranza”.

È stata condivisa da tutti l’idea di un presidio attivo e costante capace di rendere il Centro Cartella uno spazio vissuto e sempre in attività, ed è proprio a tal proposito che alcune associazioni, tra cui l’Arcigay, hanno deciso di svolgere proprio al Cartella alcune iniziative già in programma.

Tra i vari interventi anche quello di Francesco Talia dell’Associazione banda Falò, anch’essa vittima di vari attentati incendiari nel corso degli ultimi anni: “Ci accomunano tristi episodi di cui siamo stati vittima proprio per ciò che rappresentiamo, ossia una visione alternativa, una proposta nuova di socialità e di partecipazione”.

Ma al di là delle apparenze e delle svastiche disegnate sulle pareti, è stato Pasquale Speranza, da anni attivo all’interno del Cartella, a proporre una riflessione attenta su quello che potrebbe essere il ruolo della ‘ndrangheta nella vicenda: “Non possiamo pensare che un attentato di tali dimensioni non abbia una parte di regia della ‘ndrangheta data la gestione quasi integrale che essa ha di questo territorio. Non si può fare una cosa simile senza che la ‘ndrangheta lo voglia o lo permetta”.

Durante l’incontro si è convenuto sulla necessità di una sottoscrizione capace di far fronte alle spese immediate che saranno necessarie per un rapido ripristino delle attività. Ed è proprio l’attività sociale e politica la migliore risposta da dare agli autori dell’attentato ed ai loro mandanti, proprio per ribadire forte e chiaro che “il Cartella non abbassa la testa!”.

Nicola Casile
foto di Claudia Toscano 

Intervista – Teresa Mascianà: don’t love me, 2012

Teresa Mascianà è un personaggio conosciuto a Reggio Calabria. Chi ha a che fare con musica, teatro, spettacolo, necessariamente deve averla conosciuta in qualche occasione, se non altro come fonico, titolare di una rinomata sala prove, titolare di uno studio di registrazione e tecnico del suono di vari gruppi italiani. Ma Teresa è anche una musicista che, dopo anni di esperienza come bassista in vari gruppi, oggi approda alla sua prima proposta discografica organica, dove compone, canta e suona. “Don’t love me”, questo il titolo del disco, è un progetto su cui punta davvero, che le ha impegnato più un anno di gestazione ed è stato anticipato da un’ep che ha avuto un riscontro particolarmente positivo.

Hanno contribuito alla realizzazione di questo cd vari musicisti calabresi che da tempo alimentano il fermento musicale locale, ed il risultato è davvero gradevole, dal sapore in bilico tra pop e rock, con episodi dallo spiccato appeal radiofonico.

Quando e come è nata l’idea di un tuo disco?
Avevo diverse canzoni composte solo per chitarra e voce, le strimpellavo tutto il giorno per casa e  sentivo che avevano più o meno tutte un forte gancio melodico di quelli che  “restano in testa”. Allora mi sono chiesta se la registrazione di qualcuna di esse avrebbe dato agli altri la sensazione che dava a me. Così è nato, un anno fa, il primo ep di quattro brani intitolato “Teresa Mascianà” che da subito ha avuto un incredibile riscontro sul mercato del web entrando in diverse classifiche di radio sia in Europa che in America. Diverse riviste di settore, nazionali ed internazionali, hanno recensito sia l’ep che il videoclip di “Don’t love me” con ottimi giudizi  incoraggiandomi a produrre il disco.

Come definiresti la tua musica?
In fondo è cantautorato,  il mio modo per raccontarmi e riflettere a voce alta sulla vita. Talmente intimo ed introspettivo che si è andato a servire di una base musicale di forte influenza rock americana degli anni 90 che in realtà è la musica che ho sempre prediletto; è proprio da lì che parte tutta la mia storia musicale.

Il tuo disco suona appunto pop-rock con influenze inglesi e americane. Ma molti ti conoscono come musicista di gruppi più vicini al folk e al reggae. Eclettismo spontaneo o cambio di rotta programmato?
La musica Reggae e quella popolare in genere è quella che ho praticato di più negli ultimi dieci anni, sia come sound designer e dub engineer, sia al basso specialmente in progetti “Roots” .

Il disco è cantato interamente in inglese, ma non è difficile notare riferimenti sparsi alla tua città, ispiratrice di rabbia e rancore ma anche di creatività.
Ho ritenuto che la forza e la semplicità delle mie canzoni potesse valere per ogni tipo di popolazione, per questo la scelta della lingua inglese. Reggio Calabria è sempre stata una città trasversale che contrappone a pessime realtà paralizzate nel tempo una cittadinanza colta, creativa, imprenditoriale (nel mondo). Ma quello che stimo di più è il grande cuore del reggino testone ma onesto….di parola.
Non è stato per me difficile contestualizzarla in un linguaggio universale perché, girando mezzo mondo, l’ho sempre raccontata e descritta parlando in inglese con grande amore ed entusiasmo. E chi da forestiero è venuto a trovarmi se ne è innamorato. Con questo ovviamente non voglio dire che non conosco o non riconosco i suoi limiti e problemi.

Fare musica a Reggio Calabria: impresa possibile?
A Reggio Calabria si può suonare esattamente come si suona nel resto del mondo e dove prima vi era un limite geografico, con l’utilizzo di internet si è abbattuto. 

Durante il tuo percorso professionale ti sei occupata di musica sia come tecnico del suono, sia come musicista. Esiste un punto di incontro tra queste due dimensioni?
Si, la musica. Quando ricopri un ruolo creativo e interagisci musicalmente parlando, non importa se stai suonando, cantando o creando la parte sonora.

E quale credi sia la tua dimensione ideale, quella in cui ti senti più a tuo agio?
Se mi piace il progetto musicale sono a mio agio sia come bassista che come fonico, invece non essendo una cantante-interprete ma una cantautrice credo di poter cantare solo le mie canzoni.

Ispirazioni, riferimenti o semplicemente ascolti: tre nomi italiani e tre internazionali.
Non si trovano dischi italiani a casa mia se non qualcosa del vecchio cantautorato o dei CCCP. Di stranieri Motorpsycho, God Machine, Sonic Youth, e tantissimi altri.

Cosa ti aspetti da questo disco e quali sono i tuoi progetti futuri?
Esattamente quello che sta accadendo, arrivare con forza al cuore della gente, suonare live il più possibile e gettare le basi per poter continuare a produrre le nuove canzoni che sono già in cantiere.

Nicola Casile

A Reggio incontro promosso da alcune sigle neofasciste al Palazzo San Giorgio

È previsto per i primi giorni di maggio un incontro avente come tema gli “spazi sociali non conformi”. Potrebbe sembrare una tematica riconducibile alle storiche istanze dei movimenti antagonisti di sinistra, ma basta leggere con più attenzione i numerosi manifesti affissi in giro per la città per rendersi conto che i promotori provengono tutti da sigle di stampo neo-fascista.

L’incontro si terrà presso il Palazzo San Giorgio di Reggio Calabria, sede del Consiglio Comunale e luogo simbolo che, proprio per il ruolo che assolve, rappresenta la “Casa dei Reggini”. L’incontro vedrà la partecipazione speciale dall’assessore all’ambiente e alle pari opportunità Tilde Minasi, ed è proprio questa partecipazione attiva di una donna delle istituzioni a creare un polverone.

Gli organi di informazione locale hanno già dato abbondante spazio alle polemiche, partite in seguito ad un comunicato di Laura Cirella (Sel) che invita l’assessore Minasi a prendere le distanze dall’iniziativa. Non sono mancate le risposte. Così ribattono i promotori dell’iniziativa a chi crede sia inopportuna una loro presenza al palazzo San Giorgio: “Lavoriamo alla luce del sole, pertanto la “Casa dei Reggini” è indubbiamente il luogo più adatto per far sì che il nostro messaggio possa arrivare a tutti, aprendo – perché no? – un confronto.” Aggiungono, inoltre, che chi critica il loro operato e i loro intenti lo fa perché mosso da “motivazioni prettamente politiche” e da “preconcetti e idee antiquate”.

Al di là di questi avvenimenti, strettamente legati al fatto in questione, sarebbe opportuno fare alcune riflessioni più generali, ma senza dubbio utili alla comprensione della vicenda in sé.

Riflessioni riguardanti il proliferare e l’affermarsi di certi movimenti neo-fascisti, razzisti e xenofobi e il loro “mascherarsi” al fine di poter avere una maggiore penetrazione sociale. È un fenomeno abbastanza recente che, partito nelle grandi città, è riuscito a coinvolgere gradualmente anche realtà locali che mai avevano nutrito simpatie per l’estrema destra. Questo è stato possibile, in parte, anche grazie ad un nuovo linguaggio e ad un nuovo approccio che, in qualche modo, riesce a “svecchiare” e a “riqualificare” dei contenuti che, comunque sia, sono identificabili come di chiara matrice neo-fascista.

Con il passare degli anni i movimenti che attingevano tra le fasce meno istruite dei giovani, tra i diseredati da stadio e tra i violenti di quartiere, hanno probabilmente compreso che con tali presupposti non avrebbero avuto mai nessuna rilevanza e nessuno spessore politico. D’altro canto le vicende dell’ultimo decennio, gli evidenti limiti del sistema capitalistico ed un rinnovato e diffuso desiderio di partecipazione, hanno suggerito ai capi di questi gruppi pseudo-politici un graduale cambio di rotta, concretizzatosi principalmente dal punto di vista della comunicazione e della “percezione” da fornire ai possibili simpatizzanti. Ecco allora che simboli e rivendicazioni mai appartenute ad una prospettiva fascista, divengono improvvisamente trasversali, come trasversali vorrebbero essere, con non poca disonestà, le proposte di questi movimenti che oggi parlano di libertà, di diritti e di spazi sociali.

È in questo modo che questi camerati – così si definiscono – hanno pensato bene di confondere le idee di tanti giovani disorientati riproponendosi con un abito nuovo. Ritornano con le facce e con le ispirazioni di sempre, ma lo fanno presentandosi come ciò che per decenni hanno combattuto: ribelli, alternativi, sognatori, non allineati e magari anche rivoluzionari.

Non sono rari gli episodi di violenza e di intolleranza di cui alcuni di questi movimenti sono stati autori recentemente, ed è difficile comprendere come, un Comune dello Stato italiano, possa dare ampio spazio a certe idee soprattutto in una data così vicina a quella del 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo.

In quest’epoca di mediocrità imperante, in cui lo spessore intellettuale di una buona parte della gioventù si fa labile e facilmente intaccabile, l’utilizzo di slogan e proclami in bilico tra la mistificazione e il qualunquismo potrebbero avere inaspettato successo. Anche una diffusa sfiducia nella politica dei partiti tradizionali, che oggi raggiunge picchi notevoli, potrebbe rendere interessanti certe proposte che, in altri tempi, avremmo tutti definito semplicemente fasciste.

A questo punto è fin troppo facile cadere nel tranello della “libertà di espressione”, espressione di ogni democrazia. Per evitare l’equivoco, allora, ricordiamo solo che la libertà di espressione è una delle cose di cui gli italiani sono stati totalmente privati durante il ventennio fascista, periodo al quale questi partiti e queste associazioni fanno riferimento.

Potremmo così, senza retorica, citare la legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione“), anche detta Legge Scelba, che all’art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista».

Ma scegliamo di non farlo, convinti che il sentimento antifascista degli italiani gli sappia fornire gli strumenti più adeguati per stare alla larga da certe innovative forme di aggregazione.

Nicola Casile

Recensioni – I Cani: Il sorprendente album d’esordio dei Cani, 2011

Questi ragazzi romani hanno suscitato in me amore ed odio sin dalla prima volta che li sentii nominare, passivamente, come una delle nuove indie-band rivelazione.

Poi ho deciso di ascoltarli, con attenzione e con una certa obiettività, ed ho scoperto che sono in parte geniali in parte grezzi, in parte innovativi in parte ispirati.

Poca chitarra, molta batteria sporca e tante tastiere quasi sature, sensazioni di overdrive e di composizione domestica low-budget. Tutti ingredienti a primo impatto ostici, ma una volta capito il mood, estremamente azzeccati nel loro essere ampiamente perfettibili.

Ma se l’aspetto musicale non traccia certamente una nuova via, il punto forte di questo gruppo vagamente post-punk sono senza dubbio i testi. L’impressione è che siano state messi in musica i pensieri scritti su un diario, le idee inespresse di un giovane attento ed osservatore, i discorsi soliti di una comitiva già brilla prima di mezzanotte.

Sarà che ci hanno azzeccato in pieno sulle velleità dei nati nel ’79 come me (“Velleità”), o che la sanno lunga sulle dinamiche di coppia (“Le Coppie”). Sarà quel che sarà, l’ascolto suscita curiosità man mano che si va avanti. E questo nonostante si tratti di undici canzoni che viaggiano tutte più o meno attorno agli stessi bpm e che sembra suonino tutte attorno agli stessi accordi. Dopo un pò sembra si tratti di un solo lungo testo diviso in capitoli per ragioni prettamente discografiche, e non tanto per l’argomento trattato, quanto per la nonchalance con cui il cantante lo interpreta.

Al primo ascolto mi è venuto in mente un certo Max Gazzè, ma già dal secondo ascolto ho capito che si trattava de “Il sorprendente album d’esordio dei Cani”, un album che consiglio a tutti gli appassionati di nuovi ascolti alternativi alla moda.

VOTO: 7/10

Tracklist

1. Theme from the cameretta
2. Hipsteria
3. Door selection
4. Velleità
5. Le coppie
6. Il pranzo di Santo Stefano
7. Post punk
8. Roma Nord (feat. Cris X)
9. I pariolini di diciott’anni
10. Perdona e dimentica
11. Wes Anderson

Nicola Casile

24-25 aprile 2012: il Centro Sociale Cartella compie dieci anni

Il 24 e il 25 aprile il Centro Sociale Cartella di Reggio Calabria è stato protagonista di una due giorni di arte, politica, musica e socialità. Un festa di compleanno per i suoi primi dieci anni attraverso la quale si è voluto fare il bilancio di un’esperienza intensa e significativa.

Nato ufficialmente il 25 aprile 2002, il Centro è stato il primo vero esperimento di centro sociale a Reggio Calabria. Per l’inaugurazione fu scelta la più simbolica e significative delle date possibili: la festa di liberazione.

Ed in un certo senso si trattò proprio di “liberazione”, se è vero che quel parco comunale fu liberato dall’abbandono, dal degrado e dall’incuria per essere restituito alla città, al quartiere e ai suoi cittadini.

Il recupero fisico di quella struttura, ad opera di un manipolo di testardi idealisti, fu un’esperienza avvincente ma soprattutto pioneristica, all’interno di una realtà cittadina che si mostrava già in gran ritardo nell’offerta di spazi sociali e culturali alternativi o, più precisamente, antagonisti.

L’inaugurazione fu un evento molto partecipato ed attirò l’attenzione della politica locale, in parte perplessa, in parte simpatizzante, in parte contraria all’esperimento. I primi giorni di attività del Centro riuscirono ad aggregare tutte quelle persone che – se nei mesi precedenti si erano mostrate diffidenti o poco convinte riguardo all’idea – una volta che l’idea si concretizzò non esitarono a sentirsene parte integrante. E risale ad una di quelle prime intense serate la memorabile diretta-intervista con Radio Touring, condotta dallo psichedelico agitatore Ciccio Svelo.

Da allora il Centro Sociale Cartella divenne un importante punto di riferimento per una non trascurabile fetta della popolazione reggina, ponendosi da subito come interlocutore politico locale nell’ambito di tutte le discussioni riguardanti i temi dei diritti, del territorio e dell’ambiente.

Anno dopo anno il centro ottenne attenzioni e consensi, il più importante dei quali è stato senza dubbio quello degli abitanti del quartiere che ne hanno riconosciuto il valore ed il ruolo, che in un certo senso riesce ad andare oltre una semplice identità politica e di pensiero.

Dieci anni dopo, il Centro Sociale Cartella continua la sua attività e segna un punto importante della sua storia (e della storia della città).

In prima linea in tutte le lotte contro la devastazione del territorio, contro lo smantellamento dei diritti e a favore dell’integrazione e della solidarietà, negli anni ha anche promosso musica, teatro e cinema, rivolgendosi a quel sostanzioso target di giovani e meno giovani che non si riconoscono nell’offerta generalista che la città offre. In fondo, forse, la funzione di uno spazio sociale è anche quella di contrastare l’appiattimento ideale, culturale e politico valorizzando le differenze e le diversità che sono, a nostro avviso, unico propulsore di crescita sociale.

Auguri al CSOA Cartella.

Nicola Casile

la foto è tratta dal profilo FB del CSOA

Interviste – Ganja Garden roots e consapevolezza da Bagnara Calabra

I Ganja Garden sono una reggae band calabrese da poco fuori con il primo album omonimo, recensito sempre sulle pagine di Terrearse. Si tratta di una delle nuove realtà che arricchiscono il panorama sonoro dell’estremo sud della penisola, ancora un po’ troppo “invisibile” al pubblico dei musicofili.

Ci abbiamo scambiato due chiacchiere su musica, politica, spiritualità e futuro.

Quando e come nasce il progetto Ganja Garden?
Il gruppo nasce alla fine degli anni novanta, quasi per gioco, interpretando le canzoni di Bob Marley  a “La Saletta” di Bagnara. Da allora giorno dopo giorno la cosa si è fatta sempre più intensa, iniziando a fare le prime apparizioni dal vivo a Bagnara e in provincia di Reggio.

Cosa spinge dei giovani di Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, ad utilizzare la musica reggae come veicolo espressivo?
Il Reggae è una forma musicale che ci ha accompagnato fin dall’adolescenza. Il ritmo in levare della chitarra e il suono del basso attraversano i nostri corpi raggiungendo il cuore e l’anima, trasportandoci in una dimensione mistica, di profondo contatto con il divino e ci aiuta a superare le pesantezze di questo mondo. Inoltre il reggae è una musica di “conoscenza” in cui si riversano tutte le nostre idee sul sistema sociale, profondamente in crisi, sia economica che spirituale; qui il reggae incontra il nostro idioma calabrese che si sposa perfettamente con le metriche di questa musica e ci permette di comunicare tutta la nostra rabbia dal profondo delle nostre radici .

Il reggae ha sempre trattato temi sociali e di denuncia, interpretando le varie realtà in cui si è sviluppato. Ma quanto, la musica, deve essere anche un po’ politica?
Nella nostra musica la politica è presente in quanto cerchiamo di portare all’attenzione della gente delle problematiche sociali della nostra terra e non, senza però patteggiare per un determinato colore politico, anche se le nostre simpatie potrebbero essere palesi. Il nostro esempio di riferimento è il “Rastafari” Hailè Selassie, l’imperatore d’Etiopia, al tempo stesso guida politica e spirituale. Un esempio su tutti dei nostri riferimenti culturali in tal senso è il discorso pronunciato dal Re alle nazioni unite e ripreso nel testo della canzone “War” di Bob Marley.

Secondo voi dunque ha un senso, soprattutto per degli italiani, fare riferimento al credo rasta che, ricordiamo, ha una forte componente panafricana e antioccidentale?
Assolutamente si! In molte occasioni Haile Selassie ha parlato di uguaglianza tra i popoli e le razze. Non esiste nessuna differenza tra un nero e un bianco. L’Africa è la terra madre, i primi ritrovamenti di umani sono stati effettuati in Africa, noi bianchi non siamo altro che neri “scoloriti”, l’uomo bianco ha perso la sua rotta, ma può ritrovarla in qualsiasi momento ritornando alle sue radici.

Rimanendo comunque con i piedi nella terra calabrese, a quanto pare offrire il caffè al bar è proprio un rito, un indicatore di dinamiche sociali…
Eh si, il caffè al bar è un’istituzione dalle nostre parti…noi che viviamo in un paese non molto grande della Calabria, anche se abbastanza tranquillo, viviamo questa usanza con una sorta di amore e odio. Come concetto base non sarebbe una cattiva cosa offrire un caffè ad un amico, anzi molto spesso è un piacere tra amici “veri”. La situazione diventa pesante quando il caffè si accompagna all’espressione “viriti co cafè è pagatu”, uscita fuori dalla bocca di qualche personaggio di peso “notevole” del paese, che mostra riconoscenza e interesse verso la tua persona e la tua famiglia…

Quali opportunità ha un giovane nel sud della Calabria?
Mi viene da piangere a pensare ai bambini che crescono in questa terra maledetta! E’ un circolo vizioso che spero un giorno abbia fine e che da sempre cerco di spezzare, con la mia voglia di andare avanti, la passione per la musica, per i rapporti umani, per la natura ecc. Penso che un giovane in Calabria abbia bisogno di altri esempi a cui fare riferimento! Quando ero piccolo c’era un bambino della mia stessa età, me lo ricordo ancora. Siamo cresciuti lui col petto in fuori io con i dreads in testa. Io oggi sono qui a raccontarti questa storia, lui ha una lapide sopra la sua testa. Ha avuto una grossa opportunità quel bambino!

Quali opportunità ha un musicista nel sud della Calabria?
Le opportunità sono ben poche. Noi cerchiamo tutti i giorni di proporre i nostri progetti alle istituzioni e ai privati, per cercare di portare avanti un discorso di cultura, di valorizzazione dei fenomeni musicali della nostra terra e non solo. Un musicista è visto come un personaggio rimasto bambino che ogni tanto va accontentato con qualche spicciolo per i suoi spettacoli di intrattenimento, nelle piazze e nei locali, senza pensare al grossissimo valore della musica!! Nella Grecia antica e in molte altre culture non occidentali, la musica assume un posto di primo piano negli equilibri sociali. E’ fonte di saggezza, di spiritualità, di educazione e temperanza, qualità che nel mondo moderno ormai contano ben poco e la Calabria sotto questo aspetto è uno dei posti più all’ “avanguardia”!!!

La cosa più bella e la cosa più brutta della vostra terra.
La cosa più bella della nostra terra è la nostra terra! La cosa più brutta della nostra terra è la nostra terra!

Torniamo alla musica: due nomi italiani e due nomi internazionali.
In Italia per me il reggae moderno è rappresentato da Alborosie che sta rinnovando veramente il reggae, non solo a livello italiano ma a livello internazionale. Un’ altra realtà interessante sono  Pugliesi “BoomdaBash”.
A livello internazionale mi piacciono molto Fantan Mojah e Damian Marley, oltre a tutta la storia del reggae che mi fa impazzire ogni giorno. Jah Bless Reggae Music!

Due parole sulla scena musicale della vostra provincia.
Ci sono molti ragazzi che fanno bella musica a Reggio e provincia, li seguo spesso ai loro concerti. I miei preferiti sono: John Merrick, Allmyfrendzaredead, Kalafro, Valentina Sofio, Mordecai non parla, Francesco Stilo, Adriano Modica, i Fields. Gente che mette gioia, rabbia, delirio, introspezione e passione in quello che fa. Tutte emozioni che provo anch’io ascoltandoli.

Una ricetta per uscire dalla crisi…
Ahahahhahah una ricetta? Mi piace molto cucinare! Io farei un bel soffritto di “Puntaloru Bruscenti” (peperoncino) con dinamite e “parole di lotta”. Ci aggiungerei carne di “krapa” razza Gelmini e “Fornero”. La sfumerei con dell’ottimo cherosene rubato ai serbatoi dell’Alitalia. Poi cuocerei a fuoco molto lento il tutto, e mentre rileggo NoLogo di Naomi Klein e ascolto “Run Come Rally” di Yabby You, chiudo il tutto in un bel pacco celere e lo spedisco alle Nazioni Unite.
A parte gli scherzi… le soluzioni ci sono! E sarebbero quelle di rispettare un po’ di più questo Mondo la razza umana!

Progetti per il futuro?
A breve stamperemo le copie del disco che già è disponibile su ITunes.  Inoltre stiamo lavorando al nostro secondo album che conterrà tutti pezzi in Inglese, brani che già suoniamo dal vivo da qualche anno. E poi  varie produzioni che stanno venendo fuori nel nostro continuo lavoro di “Home Ganja Garden Studio”. Stiamo cercando di fare cassa per poter realizzare un videoclip di uno dei nostri pezzi più conosciuti. In questo momento ci troviamo per metà a Bologna e stiamo allargando la nostra famiglia con altri musicisti della città: speriamo bene!

Un Saluto a te e a tutta la redazione di TerreArse! In bocca al lupo per tutto!!

Nicola Casile

Recensioni – Ganja Garden: Ganja garden, 2012

Prima prova in studio per i GanjaGarden, reggae band calabrese (per la precisione di Bagnara Calabra) attiva già da qualche anno dapprima con un repertorio di cover, e successivamente con brani inediti.

Si tratta di roots reggae classico, con innesti di elettronica ed echi dub e con l’ausilio di una voce “rraggiata” e un mood che, a primo ascolto, potrebbe ricordare vagamente i primi Burning Spear o Pablo Moses.

L’italiano si alterna al dialetto stretto che, nel ricreare atmosfere, metriche e assonanze in stile ’70, si presta molto meglio per dei testi che, pur non discostandosi da una certa “reggae-standardizzazione”, raccontano storie strettamente “real”. “Veniti chi vi offru nu cafè o bar”, immagine emblematica e ampiamente condivisa in un certo immaginario sud-calabro, rende in pieno il senso di una musica giamaicana che si adatta con efficacia a circostanze del tutto peculiari.

Ritmi che si svolgono strettamente in battere e levare, con percussioni nyabinghi e bubbling vari, vanno a comporre un quadro sonoro moderno, che omaggia la migliore tradizione del genere di riferimento ma che non cede alla ultime mode e tendenze.

Quasi tutte le nove canzoni sono massicce, concrete, genuine e molto soul, a testimonianza che nell’estremo sud dello stivale qualcosa si muove, e per farsi notare non deve necessariamente ricorrere all’autocelebrazione, all’autotune e al bashment.

Tracklist

  1. Laiuieu
  2. Bruscia babilonia
  3. No cumpari
  4. Non ndi potimu cchiù
  5. Oh god
  6. Noi siamo liberi
  7. Notte di fermata
  8. Sentiti u reggae
  9. Ciangi e sona