Salone del libro e “Primavera digitale”, occorre ripartire dalla cultura!

Ultimamente, frequentando conferenze fiere ed eventi in cui protagonisti sono gli editori ho sentito spesso dire che la “soglia psicologica” del prezzo da applicare su un libro affinchè non venga “respinto” dal consumatore è di 10 euro. Infatti, molte nuove pubblicazioni e collane fatte uscire da diverse case editrici (Newton Compton tra le prime) prevedono un prezzo di copertina di 9.90 euro.

Ecco, i 10 euro d’ingresso per la XXV edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino equivalgono, praticamente, ad un libro in meno acquistato nel mercato editoriale. Allo stesso modo, la ristorazione interna affidata ad aziende che offrono miseri panini a prezzi che vanno dai 4 ai 5 euro ha limitato ancora di più la capacità di spesa in libri degli avventori dell’importantissimo salone internazionale.

A fronte di tali spese l’offerta di servizi al visitatore è stata abbastanza scarsa. Wifi poco e niente e troppo spesso mal funzionante, poco orientamento “logistico” e un po’ di confusione per le file della biglietteria sempre invase da scuole cui, però, era stato riservato un ingresso a parte.

Questa premessa è doverosa nell’introdurre le mie impressioni sull’ultima edizione della più importante fiera dell’editoria d’Italia e una delle più importanti d’Europa.

Il titolo della manifestazione di quest’anno era “Primavera digitale” ma a leggere le impressioni di molti editori su twitter, e altri social, di digitale negli stand c’era ben poco a partire dal costo per avere in wifi nel proprio spazio.

Interessantissimo, comunque, è stato lo spazio dedicato al futuro dell’editoria dove si è discusso di formati, processi, prodotti, idee e innovazioni di ogni sorta. Numerose le esperienze presentate, molto meno le visioni e ipotesi per il prossimo futuro.

Il nodo è proprio qui. La cosiddetta “primavera digitale” (chiamata così per stigmatizzare il valore di “rivoluzione” che il digitale porta con se nel mercato dei contenuti e quindi anche dell’editoria) si sta rivelando sempre più come una strada buia dove non sono tracciate ancora delle linee guida per rimanere in carreggiata. Questo spaventa molto i grandi editori ma, al contempo, concede ampi spazi ai piccoli, più attuali e creativi editori di nuova generazione che hanno così la concreta possibilità di sperimentare pratiche, strumenti, idee e concetti nuovi. La speranza è che questi possano lasciare il segno, e quindi essere emulati da altri. Questo succederà, e credo sia un parere non opinabile, quando queste innovazioni di prodotto e di processo porteranno ricavi e guadagni concreti e quantificabili ma, soprattutto, economicamente sostenibili per l’azienda e per i suoi soci.

Ad una prima occhiata superficiale verrebbe da pensare che con l’espansione degli spazi di pubblicazione si moltiplichino anche le occasioni di entrata sia per quanto riguarda la vendita “al dettaglio” di prodotti editoriali sia per quanto riguarda la vendita di nuovi spazi pubblicitari. In realtà, questo processo di espansione dei contenuti a disposizione dell’utente-lettore provoca una sempre più accesa parcellizzazione e differenziazione del pubblico per cui un sistema pubblicitario altamente improntato sui numeri totali e sul valore assoluto del pubblico raggiunto dal messaggio non è preparato ad affrontare una comunicazione promozionale dedicata a nicchie di varia grandezza. I margini per modificare questo status quo ci sono e verranno inevitabilmente esplorati nel futuro prossimo. Quel che è certo è che la sostenibilità economica di un progetto culturale qual è una casa editrice non può non puntare su segmenti di mercato sempre più ristretti e definiti perchè tenderanno ad essere più fedeli e preparati all’offerta commerciale e culturale proposta. In questo processo, sono tutti gli attori ad essere coivolti: dagli editori, ai pubblicitari, alla stampa specializzata ai lettori.

La posta in palio per tutti questi soggetti è molto alta ed è la possibilità di usufruire al massimo delle possibilità della cultura e della circolazione di conoscenza generata da chi per mestiere produce prodotti culturali e cerca di diffonderli divulgando propri messaggi.

Questo dovrebbe essere il punto da cui partire per elaborare i propri ragionamenti e le proprie strategie di rilancio per il settore dell’editoria che, in Italia più che in altri paesi, vive una crisi drammatica con perdite di lettori e acquirenti a 2 cifre percentuali su base annua. A crescere (e neanche troppo lentamente a mio avviso) sono solo i settori del digitale e dell’editoria per ragazzi (anche se nel primo trimestre 2012 sembra che abbia subito un rallentamento).

Primavera o stravolgimento, chiamiamolo come vogliamo, ma occorre ripartire dai contenuti e dalla qualità dei prodotti. Occorre ripartire dal valore culturale dell’oggetto-soggetto libro che non perde una virgola nella sua trasposizione digitale. Non è banale sostenere che debba essere questo il punto focale su cui organizzare questa “primavera” dell’editoria. L’entusiasmo, l’attenzione e l’attrazione fatale generata da un incontro con gli autori e tutti i soggetti che girano intorno al mondo del libro non fa che generale affezione e valore aggiunto culturale cui possono godere il singolo autore, l’editore che lo pubblica e la fiera stessa che lo ospita.

Insomma, la cultura è il pilastro su cui poggiare i binari da seguire per attraversare al meglio il cambiamento epocale che il digitale produce nel mondo, un po’ incroccato devo dire, dei produttori e venditori del prodotto editoriale per eccellenza: il libro.

Alessio Neri