Se la vita è uno scherzo

Uno scherzo. Una cosa da ragazzi. No, signora, suo figlio non è un ragazzo: a 24 anni si potrebbe già esser padri. A 24 anni capisci quali possono essere le conseguenze di quel che fai. E uno scherzo, come lei definisce un tentato omicidio, lo sarebbe stato se suo figlio avesse preso lo zainetto di quel poco più di un bambino e l’avesse bagnato con un secchio d’acqua. È violenza anche questo suo chiamare le cose non con il loro nome ma con sostantivi che le acquietino la coscienza.

Io non ho figli e posso solo immaginare la necessità assoluta di proteggere la propria creatura, nel bene e nel male. Ma a tutto c’è un limite. C’è un limite perche quel ragazzino che suo figlio ha seviziato fino a ridurre in fin di vita è figlio di un’altra madre, di un’altra donna come lei. C’è che pure se fosse orfano sarebbe comunque un figlio di questa vita cui tutti apparteniamo.

Ho provato rabbia, disgusto nel sentire la storia al telegiornale. Ho provato rabbia e disgusto nel vedere lei sminuire quel che suo figlio ha fatto: una bravata, una ragazzata. Mi giocherei pure l’anima che se al posto di quel povero innocente ci fosse stato suo figlio, davanti alle telecamere si sarebbe strappata i capelli gridando giustizia, rabbia. E invece stava lì, come se si stesse accusando suo figlio del furto di caramelle. Mi scusi, forse non dovrei parlare di caramelle, ingrassano e la colpa di quel figlio della sua stessa città è di essere grasso. Come buona parte degli adolescenti. Come buona parte dei ragazzini che vengon su grassocci perché ancora il loro corpo sta cercando la sua dimensione. Per suo figlio, il suo amatissimo figlio questa era la colpa, il peccato originale da punire con l’aria compressa.

E quell’altra ragazza, dopo di lei: «Ma non è violenza… perché dite violenza? Mica gli ha abbassato i pantaloni!?» (Ah no!?). Dio Santissimo ma come si può? Come si può sbeffeggiare il dolore di una famiglia travisando fino a questo punto il gesto!? Continuare a far, sì, violenza! Chiamiamo le cose col loro nome. O mostriamo almeno la dignità di tacere. Sì, signora, dignità: ammettere le proprie colpe e non difendere i propri figli a tutti i costi si può e si deve fare, per il loro bene, perché crescano uomini e non mostri. Sì, signora, le dico pure che suo figlio è un mostro di crudeltà, lui e quegli altri due beceri che gli han fatto da complici.

Mettiamo che si salvi, che quel povero Cristo che suo figlio ha tentato letteralmente di gonfiare come una zampogna si salvi, lei riesce ad avere una vaga idea di che vita avrà? Riesce a immaginare le conseguenze non solo sul suo fisico, ma anche e soprattutto sulla sua anima? Abbiamo tutti diritto a una vita quantomeno normale, non dico da supereroi. Lui non la riavrà. Difende suo figlio per evitargli il carcere? Pensa che una vita con un peso del genere sulla coscienza (spero si ricordi in quale cassetto l’ha chiusa) sia già una pena sufficiente? No, non lo è perché io da donna, da possibile madre di quel ragazzino voglio giustizia: voglio che questo Paese dimostri che se sbagli paghi, che se togli la vita a qualcuno non puoi andartene in giro bello e beato come se nulla fosse.

Siamo chi siamo perché abbiamo una famiglia alle spalle che ci fornisce gli strumenti per distinguere ciò che è giusto o non è giusto fare, e se arriviamo a 24 anni senza saperlo la colpa forse non è nostra ma della famiglia che ci ha educato così. Fossi in lei la faccia ce la metterei non per dire che mio figlio ha fatto una bravata ma per chiedere perdono a un’altra madre che non sa se riuscirà a riabbracciare il figlio grazie al suo di figlio che stava scherzando…

Letizia Cuzzola