Il lavoro nobilita (?) l’uomo e lo rende schiavo

Di questi giorni la discussione sul riconoscimento del diritto alla cittadinanza per gli immigrati di seconda generazione, lo si fa in un momento in cui molti italiani stessi cederebbe volentieri la loro di cittadinanza.  Statevene a casa vostra, tornateci se potete: questo paese non vi merita. Lo dico col cuore, con l’anima e con la consapevolezza di chi questa terra la ama e la conosce bene, di chi finora era fiera di essere italiana. Ci diciamo uno Stato civile, ma suona come una beffa agli occhi di quanti quotidianamente ‘tentano’ di fare il loro dovere, di quanti vengono additati se lavorano onestamente e con la convinzione che sia il lavoro a nobilitare l’Uomo. Questo paese in cui chi studia lo fa con speranza e non con cognizione di causa del proprio futuro.

Lavoro_fissoNell’ultimo anno e mezzo il progetto Sud Altrove mi ha aperto gli occhi sull’emigrazione calabrese dandomi numeri e volti ben precisi sul fenomeno: non ho nessun diritto di biasimare né chi va via né chi rimane in questa terra, amara, che facilmente dimentica per ricordare solo nelle occasioni più strane, in un continuo nonsense storico e cronologico. Ho studiato, studio, credendo fermamente che solo la Cultura potrà salvare la mia terra, mia: mi appartiene, le appartengo, l’ho sempre difesa anche quando era indifendibile credendo e sperando che le cose potessero cambiare, che una luce prima o poi avrebbe illuminato la sua bellezza, la sua memoria di terra d’accoglienza, di scambio, di confronto. Mi rendo tristemente conto che il Sole, che qui splende anche mentre altrove c’è una spessa coltre di neve, è solo un elemento di questa natura gelosa e orgogliosa che ci obbliga al sudore. Ma abbiamo lentamente iniziato a provare vergogna per quel sudore, abbiamo iniziato a rifiutare le nostre origini, le nostre radici in nome di una finta opportunità di sviluppo che passava attraverso la rinuncia alla terra vera e propria a favore dei lavori di concetto. Siamo stati bravi a sostituirci con gli immigrati, dimenticando anche stavolta che i cartoni li abbiamo conosciuti e provati anche noi, quando emigravamo verso il nord Italia o verso terre lontane. Abbiamo dimenticato le quarantene negli Stati Uniti, dove, parafrasando un bellissimo libro, gli albanesi eravamo noi, abbiamo dimenticato i cartelli nelle grandi città settentrionali ‘Non si affitta a meridionali’: i miei genitori quei cartelli li ricordano ancora. Abbiamo dimenticato che abbiamo paura di mettere al mondo dei figli e che senza la speranza nella vita degli immigrati saremmo un paese che lentamente muore. Abbiamo dimenticato che con la raccolta degli agrumi, delle olive, dei pomodori abbiamo avuto la possibilità di mantenerci agli studi fuori, di sognare un futuro in un luogo diverso. Abbiamo dimenticato cosa significano fatica, onestà, sudore e sacrificio.

Ho studiato ma la mia laurea è un pezzo di carta appeso ad un muro, al pari di qualunque altro elemento decorativo. Ho deciso di provarci a lavorare onestamente e il mio stipendio è pari (se non inferiore) alla paga di un raccoglitore di agrumi, di olive, di pomodori, con la differenza che io sento e pago la responsabilità di lavorare con dei ragazzi, delle coscienze ancora da forgiare e che quando, e sottolineo quando, riceverò quanto mi spetta per la mia fatica, mi piacerebbe lasciarne una parte a quello stesso Stato che non mi tutela, non riesce più a garantire la giustizia, a garantire un’istruzione degna di tale nome, ma non posso. Non ho un contratto. Ormai la prassi è questa: creare sacche di lavoro precario e fiscalmente inesistente (stesso principio di funzionamento delle fogne) alimentando questo sistema di omicidio premeditato del welfare. Datori di lavoro come cecchini.

Mi chiedo a cosa serva passare ore predicando solidarietà, integrazione, scambio, cultura se poi lo Stato, il supremo garante delle mie parole, fa delle leggi contrarie a se stesso, alla sua Costituzione, ai suoi principi. Mi chiedo a cosa serva indignarsi in un paese in cui la prostituzione non è un reato, ma una delle libere professioni meglio retribuite. Anche la mia è una libera professione, ma la libertà sta nella scelta del mio datore di non pagarmi per il lavoro svolto, millantando scuse su scuse.

Questo paese non ci merita, non è più abituato all’eccellenza, non vuole più offrire nulla per paura di quello che potrebbe ricevere in cambio, riesce ad essere efficiente solo nella costruzione di una società sempre più chiusa, gretta, affretta il passo verso l’ignoranza e l’intolleranza.

È un errore voluto scrivere paese con l’iniziale minuscola: Paese comprende qualcosa in più di quel che oggi siamo… La mia àncora di salvezza è l’aver avuto una famiglia alle spalle che mi ha insegnato ad esser formica e non cicala in una società che ci ha tolto la dignità di essere umani, in una società in cui a trent’anni mi vergogno a dire che non posso permettermi il lusso di pensare ad una famiglia mia o semplicemente di una pizza con gli amici senza dover chiedere dieci euro a mia madre.

È vero, tutto questo lo permettiamo noi scendendo a compromessi, piegandoci le coscienze come origami e mettendocele in tasca insieme ai titoli di studio, ai sogni e alle speranze. Siamo emotivamente più vessati di quei popoli che negli ultimi anni hanno trovato il coraggio di ribellarsi, ma per l’ennesima volta preferiamo piangerci addosso piuttosto che cambiare seriamente le cose, come dimostra l’attuale situazione politica. Che senso ha restare in Italia?

Letizia Cuzzola