Il paese dello stage

Sempre più persone che conosco, anche le più insospettabili, iniziano a porsi la grande domanda: “ma in che razza di paese viviamo?”.

Voglio abbandonarmi all’odiosa retorica della precarietà, per evitare che passi di moda.

Il lavoro diventa sempre più un lusso: chi lo ha rischia di perderlo, chi non lo ha stenta a trovarlo, chi se lo inventa inizia un percorso a ostacoli e chi decreta tale stato di cose, generalmente non lavora.

Un’intera generazione di giovani normali, quelli che non sono figli dei ricchi, che non ereditano palazzi e patrimoni e che non vincono al Superenalotto, cercano di tenere la testa fuori dall’acqua che piano piano sale, riempiendosi i polmoni della poca aria residua.

Dal Sud flotte di neolaureati partono verso il Nord. Dal nord, parecchi loro omologhi mandano tutti a quel paese (…) e varcano i confini. Di queste due “dinamiche tipo”, se ne possono fare altrettante combinazioni.

Che sia retributivo o contributivo il sistema che gli garantirà la pensione futura, sicuramente loro sanno che il suo ammontare potrebbe essere così misero e gli anni per generarlo così lunghi, che molti si interrogano su come mai un senso di sconforto così diffuso non sia sfociato ancora in una rivolta.

Il mondo del lavoro si è fatto una giungla. La convinzione che aiutando le imprese e la produzione “flessibilizzando” il lavoro si sarebbero ottenuti risultati per tutti si è rivelata fallimentare. Dalla Legge Biagi (Legge 14 febbraio 2003, n. 30 e D. Lgs. 10 settembre 2003 n. 276, “Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30“) in poi sono state progressivamente smantellate le forme classiche di rapporti lavorativi a favore di soluzioni nuove. Soluzioni discutibili che, è sotto gli occhi di tutti, hanno generato solo estrema precarietà e che stroncano le prospettive, anche a breve termine, di migliaia di giovani. Così siamo sempre di più a chiederci “ma in che razza di paese viviamo?”.

Il paese dello stage, per esempio. La parola che descrive, meglio di ogni altra, una generazione. Ma non si sottrae certo ad accesi scontri interpretativi, prima di tutto riguardo alla sua pronuncia. Quelli che conoscono l’origine del termine fanno gli esperti e lo pronunciano con una faccia soddisfatta e saccente, quasi a voler dire “che ne sai tu dello stage?”.

Stage. Termine inflazionato, dal significato apparentemente vago, attualmente sinonimo di “manodopera gratuita, intercambiabile, senza prospettive e forse non necessaria”.

Ma in realtà lo stage dovrebbe avere una precisa funzione di “anticamera al lavoro”, almeno secondo il D.M. 25 marzo 1998, n° 142 che chiarisce ambiti e modalità applicative della legge 196 del 24 Giugno 1997, che all’articolo 18 parla dei “tirocini formativi e di orientamento“, che è la definizione “legale” degli stage per il nostro ordinamento.

In base alla normativa, la finalità è quella di “realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi e di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro“.

Analizzando la legge punto per punto, ci si accorge di come la materia stage sia meticolosamente disciplinata in quanto a beneficiari, modalità di ammissione e di svolgimento, trattamento economico, durata e quant’altro.

Nella realtà dei fatti però, lo stage oggi rappresenta spesso il ricatto di un’Italia in cui non si trova lavoro con una laurea. In cui tutto viene offerto come una grande occasione e una grande opportunità, come un qualcosa di irrinunciabile di questi tempi. Un’Italia in cui pochi, ma davvero pochi, sono così privilegiati da poter dire “io lo stage non lo faccio”.

Lo stage lo fa il laureando (poiché previsto dall’ordinamento universitario) ed il neolaureato, tramite la sua Università o tramite un’autocandidatura. Quelli che possono permetterselo, fanno pagare ai loro genitori migliaia di euro per dei master che poi, altro non sono, che un collegamento tra una laurea e uno stage.

Quindi, alla luce di ciò, va fatta una prima considerazione: se riesci a fare uno stage in una realtà che ti offre delle prospettive, e riesci a farlo senza aver fatto un master, sei stato molto fortunato o molto in gamba.

In Italia non è espressamente previsto che lo stage venga retribuito. E’ comprensibile dunque che, ove non ci siano incentivi o agevolazioni varie per il datore di lavoro, uno stage è nella maggior parte dei casi gratuito.

Ma se il problema dello stage gratuito non è solo italiano (è stato infatti stimato che al termine del 2011 oltre centomila giovani residenti nel Regno Unito avranno svolto almeno un internship gratuito nel corso dell’anno), è in Italia che a tale situazione si abbinano carenze tutte nostre. Una di queste è la totale assenza di un aiuto, sussidio o salario minimo (chiamatelo come vi pare) che consenta ai neo-laureati, o comunque ai giovani in fase di ricerca del lavoro, di poter disporre di una minima base economica.

Si perché, anche se sembra ovvio dirlo, cercare lavoro quando sei un giovane normale (in base alla definizione precedentemente fatta) è un grosso investimento.

Mettiamo ad esempio che tu sia un laureato del Sud, e che le Ferrovie, in combutta con qualche Ministero, abbiano deciso di sopprimere a partire dal 12 dicembre 2011 tutti i treni diretti per il Nord.

Questo significa che le tanto amate carrozze che in sole 16 ore ci portavano dall’estremo Sud all’estremo Nord, ora sono state sostituite dai treni veloci, o meglio, da combinazioni di treni veloci (da Roma in su) e meno veloci (al Sud), naturalmente molto ma molto più costosi.

Dunque, il giovane meridionale che accetta di fare uno stage gratuito sperando possa rivelarsi un’esperienza utile e spendibile nel mondo del lavoro, si trova a pagare tanti bei soldi per poter godere di questa grande opportunità che l’Italia offre. Lo so, sa un po’ di “piove, governo ladro!”, ma in questo periodo l’imprecazione appare tutt’altro che banale e qualunquista perché, infondo, ciò che le aziende e i datori di lavoro fanno è ciò che le leggi gli permettono di fare. E le leggi le fanno i governi.

Gli istituti di formazione, soprattutto privati, hanno proposte di corsi e master particolarmente allettanti, con stage garantito e placament oltre il 90%. Stage da svolgersi in una delle tante aziende convenzionate, di solito abbastanza note e prestigiose, che in accordo con l’istituto e beneficiando di vari aiuti, si impegnano ad ospitare un certo numero di tirocinanti all’anno. E’ facile intuire che non sempre il tirocinante è davvero necessario per l’azienda, e che lo stage rappresenta piuttosto una prassi inevitabile considerando che è proprio per quello stage che il giovane sceglie di investire tempo e danaro in un master.

E allora capita di sentirsi raccontare di esperienze di stage del tutto insignificanti, inutili, dove non si apprende proprio nulla e dove le prospettive di assunzione sono pressocchè inesistenti. Non è la totalità dei casi, naturalmente, ma una buona percentuale.

Ma ci sono anche aziende che, direttamente o tramite le decine di siti internet dedicati, cercano stagisti da inserire nel proprio organico, e anche in questi casi occorre fare delle distinzioni.

Da una parte quelle che, con la massima trasparenza, offrono (o meglio dire “ricercano”) un periodo di stage finalizzato all’assunzione, con tanto di rimborso e definizione di un tutor (previsto per legge) e di un ambito di svolgimento. Pur non essendo un contratto di apprendistato, consente un periodo di affiancamento e permette allo stagista di acquisire nuove conoscenze.

Dall’altra sono ormai tantissime le aziende che, grazie alla formula stage-gratuito, si permettono una manodopera permanente a costo zero attraverso uno sfrenato turn-over di stagisti che, nella maggior parte dei casi, ritornano a casa dopo i tre mesi.

Questo è il caso più emblematico e detestabile, mortificante per lo stagista e utilissimo per l’azienda che, approfittando della crisi, della mancanza di lavoro e della legge che gli consente di agire in questo modo, offre lo stage gratuito di tre mesi come la grande irrinunciabile opportunità.

E allora ci si chiede “Ma in che razza di paese viviamo?”

“Io lo stage non lo faccio” dirà qualcuno. Ma quando sei un neo-laureato alla prima esperienza, in un’Italia in cui la disoccupazione fa numeri da record, lo stage diventa il miglior modo (o il peggiore) per inserirsi nel mondo del lavoro. Chi non accetta uno stage, oggi, in mancanza di valide alternative (un contratto a progetto o a tempo determinato), vuol dire proprio che non ne ha bisogno. Tenendo conto che tantissime aziende cercano giovani con “almeno due anni di esperienza pregressa”, da qualche parte si dovrà pur cominciare, no?

Qualche tempo fa, in una trasmissione televisiva della mattina, sentii un signore di una certa età, ricco imprenditore del salernitano, semianalfabeta ma evidentemente molto audace, sfoggiare un repertorio a metà tra Cetto LaQualunque e lo zio d’America: “io da giovane scaricavo la legna, lavavo i piatti nei ristoranti, e prima di diventare quello che sono ho sudato”. Commovente, encomiabile, ma facile bersaglio delle ire di tanti giovani che, a differenza sua, hanno scelto di studiare anni per imparare un minimo di lingua italiana. D’altronde non tutti vorrebbero fare i ristoratori.

E ancora, mi è capitato di imbattermi in deliri sconclusionati di politici e giornalisti che dispensavano del facile paternalismo: “Noi facevamo più sacrifici, i giovani di oggi non ne vogliono fare”.

Con franchezza mi sento di dire che anche se tale affermazione fosse vera, di sicuro omette un piccolo ma fondamentale particolare: i nostri padri sapevano che i loro sacrifici avevano un senso, perché come minimo gli hanno consentito di avere una casa, una famiglia e una pensione, con la quale oggi pagano i nostri stage gratuiti.

Lo stage è un dilemma, forse un paradosso. Sicuramente è emblematico di una fase di pantano in cui affonda l’intero Paese. Lo stage, nelle forme in cui viene offerto nella maggior parte dei casi, non è un periodo di vero apprendistato. Mentre un giovane laureato in giurisprudenza, facendo pratica in uno studio legale, spesso e volentieri riesce ad acquisire un metodo, e dunque attribuisce un senso e un valore a quei mesi di pratica che a volte sono senza neppure un rimborso, un giovane che fa lo stage in un’azienda, magari dopo un costoso master, prova un senso di sgomento.

Certo, non è il caso di generalizzare. Ma leggendo testimonianze e ascoltando racconti è facile comprendere come spesso gli stage siano una prassi, frutto di una convenzione tra ente di formazione e azienda, con pochissime o nulle prospettive di inserimento lavorativo.

“Si, però, in questi mesi potrai aggiungere un sacco di contatti in agenda” ci dicono. Ed in effetti è giusto ed opportuno gestirsi le proprie relazioni. Ma se dopo uno stage gratuito, la prospettiva è un altro stage gratuito, allora c’è qualcosa che non va. E allora di nuovo a chiedersi “ma in che razza di paese viviamo?”.

In Italia lo stage non è in alcun modo considerabile come un rapporto di lavoro subordinato, ed è forse questo il punto forte per le aziende e debole per gli stagisti. E se lo stage divenisse una particolare forma di rapporto lavorativo, regolata da uno specifico contratto e maggiormente vincolante per le parti? Un qualcosa dai contorni più definiti e dalle prospettive più chiare? Per carità, qui si chiede l’impossibile!

Probabilmente siamo solo una generazione di giovani troppo fortunati che vogliono il massimo con il minimo dello sforzo, o forse siamo la prima generazione, dal dopoguerra in poi, che non farà nulla di meglio di ciò che hanno già fatto i genitori.

Ma l’insofferenza verso questo stato di cose, per fortuna, si sta facendo diffusa, e l’augurio è che qualcosa cambi, ora che in parlamento ci sono i sobri, eleganti e riservati professori.

L’importante è che i giovani che riescono ad accedere al mondo del lavoro, una volta ridotto il loro livello di precarietà, non prendano le distanze da quelli che, quotidianamente, combattono in questa giungla. Perché finchè i secondi saranno la stragrande maggioranza, saranno loro l’indicatore più affidabile dello stato di salute del nostro Stato di diritto.

Comunque sia, anche dopo il più inutile degli stage, la sera si torna a casa, si accende la tv, e di nuovo i tg e i talk show trasmettono il teatrino. E con un curriculum vitae sempre pronto ed una dose di rabbia pronta ad esplodere, quasi tutti ormai ci chiediamo  “ma in che razza di paese viviamo?”.

Nicola Casile

  • Nicolacasile

    ciao