Lavoro nero e disoccupazione, analisi della situazione calabrese

Irregolarità è una della parole chiave per comprendere il sistema economico e sociale della Calabria. Certo, non è tutto uguale ma non dobbiamo nasconderci dietro l’amore per la nostra terra quando ne valutiamo i mali, qualunque sia il fine ultimo di questa valutazione.

Irregolarità dunque come pilastro cardine di un’economia strutturalmente in dissesto, in cui gli investimenti da fuori regione sono pochissimi e in cui è davvero un’impresa trovare un lavoro onesto e regolare, appunto.

Il 10,8% dell’economia calabrese è coperto dal settore agricolo mentre solo il 17,8% dal settore industriale. Il resto è formato da edilizia, disoccupazione, emigrazione, pochissimi servizi e ancora meno cultura. Facile comprendere che l’irregolarità nel mondo del lavoro in un sistema del genere sia uno dei meccanismi economici principali e in cui, d’altronde è sotto gli occhi di tutti, potenti organizzazioni criminali come la ndrangheta ci sguazzano.

E’ ancora nei ricordi di tutti i calabresi e non l’incendio sociale della rivolta degli africani di Rosarno, le cui condizioni sono cambiate ben poco l’anno successivo come certificato da diverse inchieste giornalistiche di media nazionali e dall’incessante attività di gruppi e associazioni territoriali solidali. Ma senza spingerci verso casi così estremi di irregolarità, le cose non differiscono molto se parliamo con dei nostri amici che lavorano o hanno lavoricchiato in calabria. Il nero non è solo il colore sbiadito di sfondo dell’attuale giunta regionale ma il leit motiv dell’occupazione giovanile calabrese. Per fortuna eccezioni ce ne sono eccome, ma sono talmente poche e concentrate in così poche aree che si fa fatica a considerarle. E’ assolutamente necessario per evitare lo spopolamento della Regione e il proseguire di questa situazione decisamente incresciosa per giovani under35, donne di ogni età e uomini over50, le categorie che subiscono di più la mancanza di lavoro e la conseguente occupazione sommersa.

La commissione regionale – Il 28 dicembre 2000 è stata istituita la Commissione regionale della Calabria per l’emersione del lavoro non regolare che opera “per favorire l’emersione del lavoro non regolare attuando tutte le iniziative utili ai fine di una progressiva regolarizzazione e trasparenza dei rapporti di lavoro e nelle imprese”. Alla commissione, il cui attuale presidente è l’ex segretario regionale della UIL Benedetto Di Iacovo (seguitelo su twitter!) , partecipano: parti sociali, enti previdenziali e di vigilanza, l’Unione delle Camere di Commercio, l’Agenzia regionale delle entrate, la Direzione regionale del lavoro e altri soggetti. I compiti della commissione sono molteplici:
- determinare e proporre politiche regionali di regolarità nel lavoro;
- campagne di sensibilizzazione e realizzazione di progetti mirati;
- analisi e monitoraggio del fenomeno;
- pubblicazione del Rapporto annuale sul sommerso e sull’economia non regolare in Calabria (l’ultimo, l’VII è consultabile online).

I dati statistici – Secondo i dati dell’Istat elaborati dalla Commissione regionale per l’emersione in nostro possesso nel secondo e nel terzo trimestre 2011 (ultimi dati disponibili) la disoccupazione in Calabria avrebbe registrato un forte decremento passando dal 13,8% al 10,7% in soli 6 mesi! Un 3,1% in meno di disoccupati che in valore assoluto, secondo le cifre forniteci direttamente dal Presidente Di Iacovo, vorrebbe dire 17.000 persone in meno senza lavoro. Si parla anche di un aumento totale degli occupati nel periodo in questione di 44.000 unità. Dunque, la Calabria sarebbe in netta controtendenza rispetto alle medie nazionali che vedono aumentare trimestralmente il tasso di disoccupazione; una sorta di “traino” contro la crisi! Le cause che hanno portato a questi risultati sono fondamentalmente due: la lotta al sommerso e il ritorno nel mercato del lavoro di moltissimi disoccupati “scoraggiati” che avevano abbandonato la ricerca del posto.

I dubbi su questi dati sono davvero tanti. Per prima cosa è oggettivamente impossibile stimare il numero di lavoratori irregolari, proprio per la loro stessa natura. Nei documenti si parla infatti di “stime” e queste si sa, sono facilmente modificabili sulla base dei criteri di ricerca scelti, sulle variabili valutate, ecc. Secondo, questi dati non tengono in considerazione il popolo dei Neet (chi non cerca nè lavoro nè formazione) e neanche il dato, forse più significativo, ovvero quello dell’emigrazione, soprattutto giovanile. L’ultimo rapporto Svimez sull’economia del mezzogiorno parla di oltre 14.000 emigrati calabresi nel 2010 (si intendono persone che hanno spostato la loro residenza in altre regioni, dunque non di tutti quelli, che sono la maggior parte, che non cambiano la residenza ma vivono, studiano e lavorano altrove) ai quali si aggiungono nello stesso anno 11.000 pendolari di lungo raggio. E’ impossibile non tenere conto dei dati sull’emigrazione quando si analizzano i dati dell’occupazione calabrese. Ogni valutazione che li esclude rischia di essere incompleta e, dunque, fuorviante.

Emergere conviene – “Per ogni 1000 euro investiti nella lotta al sommerso l’erario ne ricava 2.800″, di questi il 20% rimane nella regione. Ogni lavoratore in nero che diventa regolare porta con se un aumento stimato del reddito reale del 25% con conseguente versamento delle tasse previste dalla legislazione nazionale e delle addizionali IRPEF o IRAP in favore della regione, senza contare la compartecipazione dell’ente locale agli introiti derivanti dall’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA). Dai dati in possesso della Commissione per l’emersione si calcola che dalle 7000 unità di lavoratori diventati “regolari” nel 2009 lo stato abbia aumentato i suoi introiti di circa 80.000.000 di euro l’anno con un income per la Regione Calabria di circa 15.000.000. Si stima, inoltre, che il totale delle risorse recuperabili con l’emersione in Calabria si aggiri intorno ai 2,1 miliardi di euro, 20% dei quali potrebbero rimanere direttamente sul territorio (420.000.000).

Se non bastasse il valore legalitario e civile del lavoro come diritto umano e necessario alla realizzazione individuale e sociale di ognuno, l’abbandono di forme di sfruttamento (a volte anche schiavismo) nascoste è anche una valida voce di entrate nel bilancio dell’ente regionale e, dunque, di tutti i cittadini.

Progetti già in campo – Non sembra che fino ad oggi si sia fatto molto in regione per debellare il male del lavoro nero. La Commissione per l’emersione oltre all’ecomiabile lavoro di ricerca annuale porta avanti alcuni progetti di sensibilizzazione, ultimo dei quali “La legalità cresce sui banchi di scuola” oppure un progetto più operativo come “Lavori Regolari” che mira a costruire una rete di 200 Agenti per l’emersione. E’ abbastanza recente la presentazione del bando per l’apertura delle 200 posizioni formative dedicate ad altrettanti cittadini residenti in Calabria disoccupati da almeno tre anni. Formano i ragazzi per un anno con 15.400 euro lordi annui pro capite per i 12 mesi di formazione e poi vengono agevolate fortemente le aziende che introducano questi giovani nel loro organico e anche i giovani stessi che volessero mettersi in proprio potrebbero godere di un finanziamento (sotto forma di microcredito). I soldi provengono direttamente dall’UE. Gli scopi dell’iniziativa sono sicuramente condivisibili e auspicabili ma le modalità con cui sembra prendere forma destano qualche dubbio. Saranno i prossimi anni a dirci se azioni di questo genere possano essere davvero efficaci e se si, quanto.

Una legge che piace a molti – La Giunta regionale, su proposta della Commissione regionale per l’emersione, ha approvato nel febbraio 2011 una proposta di legge regionale innovativa sul tema. La norma sembra accogliere il placet di buona parte degli attori politici e sociali interessati all’argomento, oltre alla maggioranza politica regionale: la CGIL, il PD che addirittura ad ottobre ha inserito i ritardi nell’approvazione in Consiglio Regionale della legge tra le “10 domande/critiche” poste al presidente della Giunta regionale Scopelliti e dall’IDV attraverso le parole del consigliere regionale Giuseppe Giordano.

Le norme – In estrema sintesi la norma prevede tra le altre cose:
- C.A.E.: la Centrale di Allarme Emersione, tiene traccia di tutte le violazioni in tema di impiego e di sicurezza sul lavoro e impedisce alle aziende recidive di accedere ai bandi regionali e di tutte le istituzioni collegate;
- Misure per la sicurezza sui luoghi di lavoro;
- Maggiore coordinamento nelle politiche ispettive tra Regione e Comuni;
- Controlli più sistematici sulle aziende partecipanti agli appalti;
- Premi a chi prevede nel proprio cantiere programmi di gestione delle problematiche legate alla salute e alla sicurezza nell’esecuzione dei lavori;
- L’istituzione di un Fondo Emersione Calabria per finanziare attività di accompagnamento all’uscita delle imprese dalle condizioni di irregolarità;
- Per il funzionamento ordinario della Commissione sono previsti 300.000 euro annui più non meno di 450.000 per progetti di “CONTRASTO ALL’EMERSIONE” (art. 12, sec. comma). Avete letto bene, progetti di contrasto all’emersione, poi continua l’articolo “finalizzati all’emersione delle imprese e dell’economia sommersa e irregolare”. Credo che dopo la parola contrasto debbano essere scritte le parole “all’economia irregolare”. Un cavillo del genere si presta ad essere usato come salvagente proprio da chi pratica irregolarità.

Il pantano del Consiglio Regionale – A 12 mesi dall’inizio dell’iter consiliare una norma così importante e che potrebbe avere benefici effetti sociali, economici e legalitari ristagna in attesa di essere discussa in aula, come si legge sul sito internet del Consiglio Regionale della Calabria “Da discutere in aula”.

Combattere l’economia sommersa, il lavoro nero, migliorare la sicurezza sul lavoro, generare introiti per lo stato sono azioni di cui abbiamo bisogno come il pane in questa Calabria. La lentezza dei meccanismi di questa politica non risponde come dovrebbe ai bisogni dei suoi concittadini.

Alessio Neri