Con la ’ndrangheta nella valigia. Quattro storie di emigrazione criminale

Quando l’alluvione si portò via mezzo paese, e le tombe, con tutti i morti dentro, del cimitero, a Platì toccò cercare un posto dove seppellire le 19 vittime, e un altro dove immaginarsi un futuro. Era l’ottobre del 1951 e, solleticati dai racconti dei primi pionieri, i Sergi, i Papalia, i Trimboli, con un biglietto di classe turistica in tasca, abbandonarono le baracche degli sfollati mettendosi in viaggio verso gli ampi spazi dell’Australia. Li maledissero mille volte, però, prima dell’arrivo. L’afa sul mar Rosso e i monsoni dell’Oceano Indiano rendevano un inferno la traversata di un mese nelle grandi camerate ricavate a poppa dei piroscafi. Le stesse che, nel viaggio in direzione opposta, sarebbero ritornate stive per la merci imballate. Unica consolazione, le mangiate di soppressata e capicollo che toccava tirare fuori dalle valigie e smaltire prima dello sbarco: in Australia, i calabresi lo scoprivano solo sulla nave, non potevano essere introdotti salumi. Concentrati sugli insaccati, i doganieri australiani in quegli anni fecero passare, però, prodotti altrettanto tipici e ben più insidiosi. Con contadini, barbieri, calzolai e operai, lasciarono Platì, infatti, anche molti affiliati delle ’ndrine, portandosi nel cuore Osso, Mastrosso e Carcagnosso e nella mente un know how capace di adattarsi a luoghi e situazioni. In Australia, però, non c’era bisogno di fare troppi sforzi. Il paese dei canguri offre migliaia di ettari di terra da coltivare e, per la loro estensione, impossibili da controllare. Meglio che in Aspromonte. Presto arrivano anche i soldi da investire. A partire dagli anni Settanta e Ottanta li spediscono o li portano direttamente i parenti (e affiliati) dalla Calabria dove i sequestri di persona hanno fatto sgorgare dalle prigioni dell’Aspromonte un’impressionante liquidità che ora tocca impegnare in affari sicuri. In calce agli atti con cui i calabresi diventano in quegli anni padroni di sterminati terreni incolti, ci sono gli stessi cognomi delle guide telefoniche di Platì, Locri e Siderno, tutti interessati ad impiantare la monocoltura più redditizia: la cannabis. Il primo ad accorgersi del legame tra i nuovi fiumi di mariujana che innaffiavano le strade di Griffith, nel nuovo Galles del Sud,  e certi calabresi dalla cattiva fama che ne occupavano le case fu il deputato liberale Donald Bruce Mackay. I soli a non accorgersene erano i poliziotti della città, evidentemente persuasi a scambiare per lattuga gigante le vistose piantagioni allestite nelle campagne circostanti (nel 1989 verrano “scoperte” 188 coltivazioni). Per farsi ascoltare Mackay arrivò quindi fino a Sidney e davanti alla polizia federale fece, con qualche difficoltà di pronuncia, i nomi di Roberto Trimboli, Antonio Sergi e Giuseppe Scarfò, tutti originari di Platì, tutti dal ragguardevole pedigree criminale. Il pomeriggio del 15 luglio 1977 di lui non rimase che qualche chiazza di sangue vicino alla macchina abbandonata nel parcheggio del Griffith hotel. Il corpo di Donald Bruce Mackay, 44 anni, non fu mai ritrovato e l’Australia scoprì la “N’dranghita” (sic).

Tra quelli che preparavano le valigie, negli anni Cinquanta a Rosarno, c’era pure qualche reduce delle battaglie per la terra. Di quelli che nel 1945 si erano presentati in contrada Bosco, ad occupare i terreni incolti e a sperare che di arance e olive si potesse finalmente campare e lasciare qualcosa in eredità ai figli. Ora, però, tra le fabbriche che chiamavano al Nord, in pieno boom economico, e il sudore da buttare su zolle ostili, in tanti avevano lasciato la zappa e preso un posto sul treno degli emigranti. Nel 1954, con la moglie Annunziata e il figlio Antonio di pochi mesi, lascia la sua casa di San Ferdinando e si stringe in uno scompartimento anche Giacomo Zagari che a fare il contadino, però, non c’ha mai pensato. Ha 25 anni e in Lombardia sa di poter esprimere al meglio i suoi “talenti”. Con moglie, pargolo e bagagli, si stanzia a Gallarate, nel Varesotto, e dal Varesotto non si allontanerà più, trasferendosi prima a Buguggiate e poi in una cascina ristrutturata a Malnate. Il confine con la Svizzera è a due passi e tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo attraversa un fiume carsico di sigarette e armi. Giacomo Zagari lavora di giorno nei cantieri e di notte, molto più proficuamente, sul confine. Mantiene la famiglia – i figli sono diventati sei – con rapine e contrabbando, ed è diventato la testa di ponte degli “amici” calabresi che vogliono mettere piede, e affari, in Lombardia, o che in Lombardia a partire dal 1965 sono stati spediti con l’obbligo di soggiorno. Vent’anni dopo il suo arrivo alla stazione di Milano, tra i bagagli affastellati e gli sguardi sperduti dei conterranei in cerca di che vivere onestamente, a Buguggiate viene sequestrato un diciassettenne: si chiama Emanuele Riboli, è il compagno di scuola di uno dei figli di Zagari e se lo portano via la sera del 14 ottobre 1974, mentre torna a casa in bicicletta. Nel sequestro Riboli va tutto storto, a cominciare dalle indagini impacciate delle forze dell’ordine (anni dopo i magistrati chiederanno perdono alla famiglia). E quando i sequestratori sfuggono per un soffio ad una trappola dei carabinieri, Giacomo Zagari decide cosa fare. “Ora il ragazzo lo avveleniamo, così lui ha finito di soffrire e suo padre impara a fregarci”. Emanuele era impazzito dopo le prime due settimane trascorse chiuso in un bagagliaio. Forse non capì neppure che stavano per ucciderlo. Il suo corpo non fu più ritrovato. Anni dopo, diventato un collaboratore di giustizia, Antonio Zagari raccontò che di tutte le “lezioni” ricevute dal padre fu proprio quella a piantargli un puntello nella coscienza, fino alla decisione, nel 1993, di collaborare con i magistrati.

Il Pier21 oggi ospita il museo canadese dell’immigrazione. Lo chiusero nel 1971, quando in Canada con il transatlantico ormai non ci arrivava più nessuno, e sul molo degli emigranti, nel porto di Halifax, in Nuova Scozia, c’erano rimasti solo i gabbiani. Niente a che vedere con i piroscafi che fino agli anni Sessanta, da tutta Europa, consegnavano quotidianamente al freddo canadese, e ai questionari dei doganieri, migliaia di storie e destini. Il panettiere Michele Racco era sbarcato con un buon mestiere nelle mani e la benedizione di “amici” che contano. Prima di partire da Siderno, nei primi anni Cinquanta, il boss ’Ntoni Macrì gli aveva augurato ogni bene, affidandogli il compito di piantare a Toronto la prima bandierina della “famiglia” di Siderno. E lui, con i piedi finalmente sulla terra ferma dopo tanto mare, si era affrettato ad imparare in inglese solo due parole: il suo nuovo nome, Mike Racco, e il termine bakery (panificio), che gli serviva per l’insegna del negozio che aveva in testa e che aprirà a Toronto, in Ontario, all’angolo tra Nairn Avenue e St.Clair Avenue, proprio nel cuore del quartiere italiano. Per il resto, con i “compari” calabresi con cui, dietro la copertura di pagnotte e gelati, formò il nucleo storico del “Siderno group” bastavano poche parole, ed in dialetto. E poi sulla gestione di contrabbando, gioco d’azzardo ed estorsioni al massimo, in quegli anni, avevi da confrontarti con i siciliani. Quindi di imparare l’inglese non c’era tutta questa fretta. Morì di cancro nel 1980, lasciandosi alle spalle l’aura di ultimo padrino vecchio stampo e una rete internazionale di traffici, già saldamente in mano alle nuove generazioni, che arrivava fino in Australia. I suoi funerali, in una fredda giornata di gennaio, misero in fila per oltre tre chilometri automobili scure arrivate da ogni parte del Canada e degli Stati Uniti.  Roba che si era vista solo nella natia Siderno, cinque anni prima, per accompagnare all’altro mondo ’Ntoni Macrì. Oggi in Canada le ’ndrine reciclano denaro sporco, trafficano eroina, cocaina ed armi e sono presenti, oltre che a Toronto, nelle zone di Montreal, Vancouver, Vaughan, Hamilton, British Columbia e Québec.

I borsoni nel 1979 glieli riempirono le madri, piangendo e sospirando, sospirando e piangendo. Poi di notte li spinsero veloci dall’uscio di casa, perennemente chiuso, allo sportello aperto dell’auto dei carabinieri, nascondendoli sotto le coperte. Da Cittanova emigravano ancora bambini, i figli dei Facchineri. Emigravano per non morire come Domenico e Michele, ammazzati a colpi di lupara il 13 aprile 1975 mentre in ginocchio, con le mani giunte, pregavano che i nemici di faida non gli sparassero. Avevano undici e otto anni. Il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria e la diocesi di Reggio si erano messi all’opera organizzando il “salvataggio” di fratelli e cugini, affidati ad una rete di famiglie disponibili ad accoglierli, a farli crescere lontani dalla barbarie. A Città di Castello, in Umbria, arrivarono in auto, un po’ stanchi, un po’ sperduti, ma nelle nuove case c’impiegarono poco a riprendersi dagli incubi, a smettere di tremare. A dimenticare, quello no. Lo impedivano le visite mensili delle mamme calabresi, con tutto il lugubre armamentario di pedagogia ’ndranghetista. Qualche anno dopo arrivò la prova che le “lezioni” materne, a colpi di richiami alla vendetta e all’“onore” dei Facchineri, erano state più efficaci dell’aria nuova e pulita dell’Umbria: alle 21 del 13 maggio 1983 viene sequestrato a Trestina di Città di Castello l’industriale Vittorio Garinei che riuscirà, dopo qualche giorno, a liberarsi da solo. E’ il primo “colpo” della ’ndrangheta in Umbria. Tra i sequestratori ricercati, arrestati e condannati c’è pure Rocco Facchineri che a Città di Castello c’era arrivato a 15 anni, tra gli altri bambini in fuga. Lo catturano nel 2005 in Calabria, dopo 16 anni di latitanza, e gli trovano in mano un bastone di legno: sopra c’è inciso un falco. “Voi siete Facchineri e come falchi neri dovete volare sulla preda”, ripetevano come una cantilena le mamme di Cittanova nelle case umbre.

Francesca Chirico

Vi proponiamo queste quattro storie di “emigrazione ndranghetista” grazie all’archivio multimediale stopndrangheta.it.