» Italiani detenuti all’estero

» Sud altrove in tour

Repressione e assistenzialismo non hanno fermato le migrazioni dei meridionali

Nel XX secolo la storia della legislazione sulle migrazioni in Italia non è molto ricca di avvenimenti ma registra due momenti topici: uno durante il fascismo e l’altro all’inizio degli anni ’60 quando ebbe luogo “l’esplosione” del cosiddetto boom economico.

Durante il triste ventennio mussoliniano, l’arroganza del regime totalitario era dimostrata anche dalla sua volontà di controllare minuziosamente gli spostamenti della popolazione soprattutto dopo il 1927 quando fu ormai chiaro che lo sviluppo economico voluto dal regime andava prepotentemente in direzione di un’agricoltura forzata che aveva l’obiettivo di favorire la produzione di generi alimentari senza importare materie prime. Il regime impedì in maniera coatta alla popolazione di spostarsi liberamente sul territorio nazionale per ricercare uno status economico e sociale migliore.

Dopo alcune sperimentazioni il 9 aprile del 1931 fu varata la legge numero 358 che il futuro presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, non esitò a definire come “Estensione dell’istituto del domicilio coatto e di ristabilimento della servitù della gleba”. E’ difficile dargli torto dato che la legge in questione prevedeva l’istituzione di un Commissario che aveva il compito di provvedere, di concerto col Ministero delle Corporazioni, alla razionale distribuzione della mano d’opera disponibile. Questo comportava che lo spostamento di gruppi di lavoratori e di famiglie da una provincia all’altra dovesse essere sempre “autorizzato dal commissario” e qual’ora questa autorizzazione fosse mancata le famiglie in questione dovevano essere “restituite di autorità ai luoghi di provenienza”.

Sempre nell’ottica della ruralizzazione forzata del paese, nel 1939 fu varata la legge n. 1092 del 6 luglio che impediva a chiunque di trasferire la propria residenza in comuni con più di 25.000 abitanti o in comuni capoluogo di provincia a meno che non si dimostrasse di aver trovato una sicura forma di sostentamento. Si faceva divieto ai lavoratori della terra di allontanarsi dalla terra in cui erano nati e alla cui coltivazione erano addetti, pena la forzosa “restituzione” in caso di fuga.

Queste leggi non hanno impedito agli italiani di emigrare, ma il fenomeno ha preso la direzione dei paesi esteri d’oltreoceano (dove era anche più facile organizzare movimenti e manifestazioni di solidarietà alla resistenza contro il fascismo rispetto all’Europa in buona parte fascistizzata) e con sempre maggiori rischi e difficoltà di finire tra le maglie della dura legge del regime.

Il secondo punto di svolta è di senso opposto, decisamente più democratico, ed è l’abolizione stessa delle leggi fasciste sulla ruralizzazione del paese. L’abrogazione totale della legge sul controllo degli spostamenti interni è arrivata, su incitamento de Presidente Einaudi appunto, il 4 febbraio del 1961.

Questo fu un vero spartiacque nella storia dell’intervento dello stato al fine di limitare gli spostamenti della popolazione disagiata italiana che sempre più nel secondo dopoguerra coincise (ma era così già da prima della Repubblica) con la popolazione meridionale.

La cosiddetta “Questione meridionale” nata agli arbori dell’Unità d’Italia, dato che prima l’Italia meridionale aveva un nome proprio sue autorità e organizzazione economica, in tutti i 151 anni passati è tornata ciclicamente alla ribalta della cronaca politica e sociale. Fino al 1961 la questione è stata affrontata in maniera diretta e repressiva da uno stato che doveva essere padrone della vita dei cittadini. Ma una volta caduta definitivamente questa impostazione si è fatto largo un nuovo modello di limitazione delle migrazioni che ha fallito totalmente.

Appena cancellate le barriere legislative non si è potuti far altro che assistere a quelle famose scene (molto simili a quelle della seconda metà dell’800) in cui decine di migliaia di persone dal sud partivano vestite di stacci verso il nord produttivo del paese. Il dato più significativo è proprio quello del 1962 quando 2.196.000 persone emigrarono alla ricerca di una condizione di vita migliore.

Per limitare queste migrazioni si è ricorsi alla politica assistenzialista della Cassa del Mezzogiorno che invece di investire e realizzare opere utili e strategiche è servita per finanziare con soldi pubblici le mafie locali (che sempre più prendevano il controllo dei territori e della politica locale) e le mega imprese che hanno realizzato centri industriali enormi favorendo uno sviluppo non adatto al territorio e risucchiando centinaia di miliardi per realizzare fabbriche (petrolchimiche in sicilia, siderurgiche in puglia) senza un futuro e che infatti dopo aver devastato il territorio per 40 anni stanno chiudendo una dopo l’altra.

Questa politica di tipo assistenzialista-pseudoindustriale non ha fermato il meridione dal raggiungere il baratro della propria condizione socio-economica alimentando l’emigrazione continua verso il nord e le grandi città del centro che a sua volta causa continuo impoverimento di risorse umane e del cosiddetto “capitale sociale” delle regioni di provenienza.

Siamo di fronte una spirale che sembra non avere fine dato che decine di migliaia di persone emigrano ogni anno verso il nord (vedi dati Svimez 2011) anche senza spostare effettivamente la propria residenza.

Secondo dei dati del 2010, per esempio, in Calabria c’era una percentuale di disoccupati di poco superiore all’11% mentre gli occupati erano il 42,2% dei cittadini. Rimane fuori da questi dati il 47% della popolazione che, eliminando i minori di 18 anni, è in gran parte emigrata o lavora in nero.

Le politiche adottate nel primo decennio di questo nuovo secolo continuano a non essere armoniche, organiche tra loro e ben disegnate dato che si cerca di perseguire l’obiettivo di ridurre l’emigrazione attraverso istituti di tipo assistenziale (maggiori sgravi fiscali per aziende, maggiori periodi di cassa integrazione e mobilità per i lavoratori meridionali) e miraggi di sviluppo di tipo turistico che, però, hanno scarsi effetti concreti non trattandosi di interventi strutturali ma di sporadiche azioni, spesso espressione di necessità elettorali del momento.

Ultima azione, in ordine di tempo, volta a limitare le migrazioni dal meridione che però non concerne direttamente lo stato centrale italiano è il volontario stato di abbandono delle infrastrutture strategiche di trasporto (strade, porti, aeroporti e ferrovie) e la cancellazione di numerosissimi treni diretti e/o provenienti dalle 5 regioni meridionali.

Alessio Neri