Intervista – Teresa Mascianà: don’t love me, 2012

Teresa Mascianà è un personaggio conosciuto a Reggio Calabria. Chi ha a che fare con musica, teatro, spettacolo, necessariamente deve averla conosciuta in qualche occasione, se non altro come fonico, titolare di una rinomata sala prove, titolare di uno studio di registrazione e tecnico del suono di vari gruppi italiani. Ma Teresa è anche una musicista che, dopo anni di esperienza come bassista in vari gruppi, oggi approda alla sua prima proposta discografica organica, dove compone, canta e suona. “Don’t love me”, questo il titolo del disco, è un progetto su cui punta davvero, che le ha impegnato più un anno di gestazione ed è stato anticipato da un’ep che ha avuto un riscontro particolarmente positivo.

Hanno contribuito alla realizzazione di questo cd vari musicisti calabresi che da tempo alimentano il fermento musicale locale, ed il risultato è davvero gradevole, dal sapore in bilico tra pop e rock, con episodi dallo spiccato appeal radiofonico.

Quando e come è nata l’idea di un tuo disco?
Avevo diverse canzoni composte solo per chitarra e voce, le strimpellavo tutto il giorno per casa e  sentivo che avevano più o meno tutte un forte gancio melodico di quelli che  “restano in testa”. Allora mi sono chiesta se la registrazione di qualcuna di esse avrebbe dato agli altri la sensazione che dava a me. Così è nato, un anno fa, il primo ep di quattro brani intitolato “Teresa Mascianà” che da subito ha avuto un incredibile riscontro sul mercato del web entrando in diverse classifiche di radio sia in Europa che in America. Diverse riviste di settore, nazionali ed internazionali, hanno recensito sia l’ep che il videoclip di “Don’t love me” con ottimi giudizi  incoraggiandomi a produrre il disco.

Come definiresti la tua musica?
In fondo è cantautorato,  il mio modo per raccontarmi e riflettere a voce alta sulla vita. Talmente intimo ed introspettivo che si è andato a servire di una base musicale di forte influenza rock americana degli anni 90 che in realtà è la musica che ho sempre prediletto; è proprio da lì che parte tutta la mia storia musicale.

Il tuo disco suona appunto pop-rock con influenze inglesi e americane. Ma molti ti conoscono come musicista di gruppi più vicini al folk e al reggae. Eclettismo spontaneo o cambio di rotta programmato?
La musica Reggae e quella popolare in genere è quella che ho praticato di più negli ultimi dieci anni, sia come sound designer e dub engineer, sia al basso specialmente in progetti “Roots” .

Il disco è cantato interamente in inglese, ma non è difficile notare riferimenti sparsi alla tua città, ispiratrice di rabbia e rancore ma anche di creatività.
Ho ritenuto che la forza e la semplicità delle mie canzoni potesse valere per ogni tipo di popolazione, per questo la scelta della lingua inglese. Reggio Calabria è sempre stata una città trasversale che contrappone a pessime realtà paralizzate nel tempo una cittadinanza colta, creativa, imprenditoriale (nel mondo). Ma quello che stimo di più è il grande cuore del reggino testone ma onesto….di parola.
Non è stato per me difficile contestualizzarla in un linguaggio universale perché, girando mezzo mondo, l’ho sempre raccontata e descritta parlando in inglese con grande amore ed entusiasmo. E chi da forestiero è venuto a trovarmi se ne è innamorato. Con questo ovviamente non voglio dire che non conosco o non riconosco i suoi limiti e problemi.

Fare musica a Reggio Calabria: impresa possibile?
A Reggio Calabria si può suonare esattamente come si suona nel resto del mondo e dove prima vi era un limite geografico, con l’utilizzo di internet si è abbattuto. 

Durante il tuo percorso professionale ti sei occupata di musica sia come tecnico del suono, sia come musicista. Esiste un punto di incontro tra queste due dimensioni?
Si, la musica. Quando ricopri un ruolo creativo e interagisci musicalmente parlando, non importa se stai suonando, cantando o creando la parte sonora.

E quale credi sia la tua dimensione ideale, quella in cui ti senti più a tuo agio?
Se mi piace il progetto musicale sono a mio agio sia come bassista che come fonico, invece non essendo una cantante-interprete ma una cantautrice credo di poter cantare solo le mie canzoni.

Ispirazioni, riferimenti o semplicemente ascolti: tre nomi italiani e tre internazionali.
Non si trovano dischi italiani a casa mia se non qualcosa del vecchio cantautorato o dei CCCP. Di stranieri Motorpsycho, God Machine, Sonic Youth, e tantissimi altri.

Cosa ti aspetti da questo disco e quali sono i tuoi progetti futuri?
Esattamente quello che sta accadendo, arrivare con forza al cuore della gente, suonare live il più possibile e gettare le basi per poter continuare a produrre le nuove canzoni che sono già in cantiere.

Nicola Casile