Rastafari: tra musica e religione

Nell’immaginario collettivo la religiosità è, almeno in teoria, culto, rispetto della sacralità, pudore e sobrietà nei gesti e negli atteggiamenti. Tutte le grandi religioni, diciamolo, non è che offrano grandi spunti di autonomia nelle scelte. Scelte di tutti tipi, anche quelle artistiche e creative.

E la musica? Come si inserisce la musica nella vita da credente?

Si, è vero, c’è la musica sacra, la musica religiosa. Dalle nostre parti è la musica della Chiesa…

Ma diciamoci la verità: la musica che si associa alla religione non sempre ha un grande potenziale comunicativo, non sempre è al passo coi tempi e, soprattutto, non sempre è accattivante. Ed anche nelle sue manifestazioni più trasgressive (Albano o Amedeo Minghi che cantano per il Papa, per citare due esempi delle nostre latitudini), rimane comunque qualcosa con uno scarso appeal.

Ma meglio non generalizzare. Perché se non è sbagliato dire che in campo musicale le religioni si attestano su livelli più o meno talebani (i preti rap o i frati metal sono tanto rari quanto trascurabili), è anche vero il detto su l’ eccezione che conferma la regola.

Tutti abbiamo scoperto, presto o tardi, che il termine “rasta” non si riferisce solo ad una particolare acconciatura che ha a che fare con la moda lanciata da Bob Marley, con il misticismo e con la negritudine (termine rubato a Mama Marjas). Rasta è ben altro.

E se c’è una musica che incrocia la fede e la religione, ed ha un seguito ed una portata che la proiettano ben oltre i momenti di rito e/o di culto, quella è la musica di rastafari.

Ma cerchiamo di capirne qualcosa in più.

All’inizio del ventesimo secolo, in Giamaica, i discendenti degli schiavi africani avvertirono la necessità di inventarsi un credo religioso su misura, che partendo dai fondamenti della cristianità imposta e del Vecchio Testamento, si inoltrasse in visioni e suggestioni specifiche di una spiritualità tutta panafricana.

Il più importante profeta di questa religione fu Marcus Garvey, personaggio fondamentale del panafricanismo, che predicò il ritorno di tutti i neri del Mondo in Africa. Garvey “elaborò” una profezia contenuta nella Bibbia aramaica, riguardante l’incoronazione in Africa di un Re nero che avrebbe sconfitto il colonialismo e riaccolto nel continente nero il suo popolo. E così, quando il 2 novembre 1930 Hailè Selassiè, al secolo Tafarì Maconnèn, detto RasTafari fu incoronato imperatore d’Etiopia, molti videro in quell’evento il realizzarsi della profezia. Da lì il termine Rastafari, che dà il nome anche alla religione che lo identifica come Dio, Re dei Re, discendente di una dinastia antica e Leone di Giuda.

I “rasta”, fedeli, seguaci e predicatori della parola di Sua Maestà Rastafari, con le loro chiome lunghe e intrecciate (riporta un passo della Bibbia dice testualmente: ” Nessuna lama toccherà il capo dei fedeli””), cominciarono ad essere sempre di più in Giamaica, fino a costituirsi in varie ed organizzate comunità.

Verso la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta dello stesso secolo, intanto, i ritmi tradizionali dei post-schiavi cominciarono a contaminarsi con le sonorità provenienti dagli States, come ad esempio il Rhythm and blues e il Soul. Furono anni di grande fermento musicale, e dal Calypso e dal Mento, innestati sapientemente con i nuovi suoni di importazione, nacque lo Ska, il coinvolgente e scatenato genere totalmente made in Jamaica. Per le strade cominciarono a girare e a suonare i sound system, delle vere e proprie discoteche ambulanti a bordo di furgoni o camion, che divennero rapidamente una delle più caratteristiche forme di diffusione e di promozione della musica nell’isola.

Ben presto così, gli aspetti religiosi e spirituali e quelli più frivoli della musica iniziarono a fondersi con delle modalità assolutamente inedite. Il ritmo veloce dello ska cominciò a rallentare. Si dice che questo fatto avvenne in corrispondenza di un’estate molto calda a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta, poiché la gente voleva ballare più lentamente. In realtà lo ska subì una variazione, trasformandosi prima il rock steady e poi in reggae, anche perché molti artisti cominciarono a predicare il verbo di Rastafari attraverso la musica. In Giamaica il reggae è la musica popolare, e come tale ha un grandissimo potenziale sulla gente comune, che poi è la maggioranza.

Bob Marley fu sicuramente il più celebre esponente di questa musica e di questa fede, ma sia prima che dopo Marley, furono tantissimi i gruppi e i cantanti che usarono il linguaggio della musica per diffondere il messaggio di Jah (Dio…). A partire da Peter Tosh e da Bunny Wailer, primi compagni di viaggio di Marley nel gruppo The Wailers, prima che Chris Blackwell consigliò alla band di scegliere un solo leader e frontman, provocando di fatto lo scioglimento della formazione originale. Peter Tosh, in particolare, abbinò alla forte vocazione Rastafari un’attitudine militante e rivoluzionaria che ne caratterizzò tutta la carriera.

Ma se l’Africa rappresenta per i rasta la terra di origine, dalla quale sono stati allontanati forzatamente come schiavi,  è l’Etiopia che nell’iconografia Rastafari si configura come terra promessa.

I riferimenti all’Etiopia nella musica reggae sono frequentissimi, diciamo anche ridondanti, e tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta iniziarono a formarsi gruppi musicali come The Abyssinians o The Ethiopians che all’Etiopia si ispiravano. Il modo in cui i rasta e i giamaicani concepiscono la musica è del tutto peculiare. A parte i numerosi e diffusi richiami alla Bibbia e al Vecchio Testamento, è tipico l’utilizzo all’interno dei testi di frasi e discorsi di Hailè Selassiè e di Marcus Garvey. Uno dei brani più celebri di Marley, infatti, non è altro che un discorso di Hailè Selassie del 1963 all’ONU opportunamente musicato e ritmato. Si tratta del brano War.

La musica rasta però tratta anche altri temi fondamentali, come ad esempio il “rimpatrio”. Il ritorno di tutti i neri del Mondo in Africa, per Marcus Garvey, non fu solo uno slogan o un’idea astratta, ma un processo che si sarebbe dovuto realmente verificare. Egli fu infatti fondatore della Black Star Liner, una compagnia navale (che in verità non ebbe molta fortuna) che aveva proprio quello scopo.

Ed alla Black Star Liner furono dedicati negli anni decine di brani, e addirittura interi album. E’ del 1976 in bellissimo Black Star Liner di Fred Locks, disco dalle classiche sonorità reggae e dalla forte impronta rasta.

Le canzoni reggae rasta sono dolci e melodiche quando i loro testi sono vere e proprie preghiere (un classico è il brano The Good Lord degli Abyssinians); sono solenni e incalzanti quando glorificano il nome di Rastafari (come His Imperial Majesty di Rod Taylor); sono dure e a tratti profetiche quando invitano ad una presa di coscienza collettiva (That Day Will Come di Capleton ne è un esempio).

Quello della musica made in Jamaica è un meraviglioso esempio di come musica popolare e religione possano unirsi per generare un movimento, un’idea e uno stile di vita. Certo, non mancano le contraddizioni o gli aspetti discutibili.

Per quanto riguarda le contraddizioni, occorre puntualizzare che molti rasta praticanti, oggi, hanno cominciato a prendere le distanze dal mondo e dal business della musica reggae dato che il genere, divenuto popolare a livello internazionale, è ormai un grosso mercato, e in quanto tale non rispecchia più lo spirito rasta originario. Il vero fedele rasta combatte e agisce per sconfiggere Babylon, ossia il sistema occidentale capitalista e imperialista, appoggiato dalla Chiesa cattolica, e colpevole della schiavitù e della diaspora. Se volessimo essere precisi, dovremmo ricordare che in effetti la vera musica rasta, quella suonata durante i riti e le celebrazioni e quella che parla meglio il linguaggio dell’Africa, è il Nya Binghi, un ritmo incessante e ipnotico di tamburi e preghiera. Il reggae ne è una sua rivisitazione pop, se così possiamo definirla. Uno degli artisti giamaicani che ha fatto maggiormente conoscere il Nya Binghi al grande pubblico è Ras Michal, con la sua band The Sons Of Negus.

Gli aspetti discutibili o ambigui, invece, sono quelli legati all’uso di droghe leggere, per la precisione Marijuana (nella visione più ortodossa nessun altro derivato della Cannabis è ammesso), considerata per i rasta un sacramento religioso, un veicolo di meditazione e un simbolo di libertà. Questa interpretazione è discutibile per un semplice motivo: non è ben chiaro se Hailè Selassie la pensasse allo stesso modo sull’utilizzo di questa pianta. In verità non è neppure chiaro se Hailè Selassie portasse la tipica chioma rasta…dalle numerose foto dell’epoca, non lo si evince immediatamente.

Oggi il reggae è suonato in ogni parte del globo ed in ogni lingua, e le comunità di credenti rasta con la pelle bianca (per molti la più grossa contraddizione) non sono più una rarità. Ce ne sono alcune anche in Italia. Il messaggio rasta si è diffuso a tal punto da contaminare altri generi musicali oltre al reggae, come ad esempio il rap. E’ il caso ad esempio degli INI, band rap degli USA che si rifà a questo credo. Ma la febbre reggae-rasta si è diffusa persino in regioni che poco hanno a che fare con l’Africa, come ad esempio l’Irlanda. Qualche anno fa la cantante Sinead O’Connor ha registrato un album cover di celebri reggae-rasta anthem, come ad esempio Marcus Gravey di Burning Spear o Curly Locks di Junior Byles.

L’interpretazione dei rasta sulle profezie di Marcus Garvey e sulla figura di Hailè Selassiè possono sicuramente suscitare qualche perplessità, così come l’utilizzo di un certo stile musicale per parlare di Dio e di fede si presta a varie critiche. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che, secondo una visione laico-scientifica, tutte le religioni sono invenzioni umane.  Così un intero popolo (o una sua parte consistente) ha trovato in una “nuova” fede un mezzo per il riscatto, per la lotta e, perché no, per la redenzione, creando tra l’altro una delle musiche più interessanti di sempre.

Quantomeno sappiamo che ci sono infiniti modi per pregare…

Nicola Casile