Energia allo stato puro. Il bluesman Fabrizio Canale, con il crowdfunding produce il suo disco e i sogni diventano realtà.

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“Credi nei tuoi sogni e andrai lontano!”, sembra una frase retorica. Forse dipende dai sogni, ma a volte succede che invece la frase sia totalmente vera. “Someday it happens”, il disco del bluesman Fabrizio Canale, giovanissimo e talentuoso artista reggino ne è la dimostrazione. Dal “profondo sud” al “progredito nord” Fabrizio parte inseguendo il sogno della musica, la sua passione di vita, e inizia a fare l’artista di strada esibendosi da solo per le vie d’Italia e d’Europa. Un’esperienza che gli consentirà di crescere musicalmente e “spiritualmente” sino al desiderio di un disco professionale; già, ma con quali soldi? La storia, proprio a questo punto, potrebbe scontrarsi con l’amara realtà. E invece no. Fabrizio lancia il suo progetto su musicraiser.com, una grande piattaforma di crowdfunding per progetti musicali, e con quattro minuti di video, in cui viene fuori la sua storia, il suo talento e la sua energia, cerca di convincere più persone possibili a donare anche una piccola cifra di denaro a sostegno del suo progetto discografico. I sostenitori non si fanno attendere. Fabrizio non solo raggiunge l’obiettivo, ma lo supera! Il suo disco è “superprodotto” da decine e decine di persone (tutte ringraziate all’interno della copertina). Il sogno diventa realtà, le fatiche vengono finalmente ripagate e il talento premiato.

Le esibizioni on the road quanto ti hanno artisticamente e umanamente cambiato? «La strada ha giocato un ruolo fondamentale in quello che sono. L’avevamo inaugurata con i Light Chili al Ferrara Buskers Festival, e a Torino il mio socio insostituibile, Dodo Harmonica Kid, è proprio un vecchio lupo di strada. Cosa ti dà? La possibilità di dare il massimo, di verificare e oltrepassare i tuoi limiti. Ti dà un palco e un pubblico, ed è tutto ciò che ti serve: il resto devi darlo tu. Ed è terribilmente diretta: se funziona, la gente si ferma, lascia un’offerta, sorride, applaude e compra i dischi. Se non funziona, no. Nessuno è lì perché ha comprato un biglietto, molto spesso non sa chi sei e non ha filtri per giudicarti. E poi la gente: la guardi negli occhi, ti risponde, e tu sai che forse non la vedrai mai più. Però le sei rimasto nel cuore. Dio mio, è il mestiere più romantico che sia mai esistito».

Fabrizio Canale

Immagino che la tua esperienza di emigrante sia stata determinante, parlacene un po’. «Lo è stata davvero, in primo luogo perché ha costituito lo sprone concreto, fondamentale, per decidere di fare il musicista. La musica mi piaceva, l’amavo, ma non capivo quanto avrebbe influito sulla mia vita. Una volta emigrato, piuttosto improvvisamente e per tanti motivi, arrivato alla stazione di Torino mi son detto: e mo’? La prima cosa che ho fatto è stata quella di andare in strada: avevo battezzato in un colpo solo la mia carriera di busker e di One Man Band! In seguito tante soddisfazioni e scoperte: ho acquistato più fiducia in me stesso, ho imparato a cantare meglio e ho ripreso a comporre, ho trovato compagni d’avventure che sono ottimi musicisti e amici unici, sono diventato un “maestro” di musica per tanti ragazzi (e non) volenterosi e talentuosi, ho imparato a cucinare e scoperto che senza un peperoncino al giorno non funziono bene. Certo, non è sempre facile: affitti, spese, conti e la mia vita a bordo di un carrello è piuttosto dura. Però è bellissima. Forse tutti dovrebbero emigrare, anche da un bel posto. Si impara sempre».

Quanto Sud e quanta Calabria ti porti dentro? «Il Sud è dentro la mia vita, quindi è dentro la mia musica. Siamo un popolo piccante non solo per il peperoncino “orgoglio nazionale”; c’è un’energia enorme, secondo me, dentro tutti noi. Però la vedo molto spesso sedata, schiacciata, massificata, e ad alcuni sembra andare bene così. Io non lo sopporto, mi corrode, e ad ogni live questa energia deve esplodere e travolgere tutto. Altrimenti non sono felice. E’ su questo che punto tutto in realtà, quest’energia va sprigionata non solo nella musica ma in tutto il resto del vivere. Le due cose per me non sono mai disgiunte».

Si può vivere della propria arte? Differenze Italia/Estero? «Credo che sia possibile e che però bisogna crederci molto e cercare di fare le mosse giuste, senza scoraggiarsi mai. La mia vera forza sono tutti quelli che credono in me, perché sono davvero in grado di riempirti di fiducia… L’estero devo ancora esplorarlo bene – musicalmente/professionalmente parlando – ma quello che ho notato, in generale, è un enorme rispetto per gli artisti. Riconoscono se vali qualcosa, e fanno di tutto per rendere onore a quello che fai, con un trattamento rispettoso anche se informale. In ogni caso, fino a questo periodo della mia vita sono riuscito a sopravvivere bene con ciò che faccio – e spesso i musicisti godono di regalie e offerte di ogni tipo che ti riempiono ben più del denaro – ma in effetti, con un prodotto professionale in mano e l’energia che c’è dentro sono motivato a raggiungere obiettivi più ambiziosi».

Per fare musica, esibirsi, produrre un disco e fare concerti… quanto hai studiato? «Da ragazzo mi sono iscritto al Conservatorio in contrabbasso, che studio anche adesso, e nel frattempo alla Facoltà di Filosofia. L’uno ha contribuito a rendere più solide le mie basi musicali e sviluppare meglio certe capacità di base. L’altra mi ha dato molti spunti per leggere il mondo e riscriverlo nelle mie canzoni. Ma in effetti ciò che fa la differenza è l’esperienza, l’ascolto, la curiosità e l’entusiasmo. Ho cominciato con l’armonica da ragazzino, poi ho cominciato a suonare il basso, poi la chitarra slide, nel frattempo studiavo contrabbasso e provavo a registrare in casa con tutti i suoni che avevo a disposizione. Così, girando in lungo e in largo prima con una band di adolescenti votati al blues, poi con i Bad Chili come bassista, poi con i Light Chili in duo, e alla fine a Torino da solo, è stato come provare tante forme diverse di uno stesso impulso».

Come vedi il panorama artistico musicale emergente in Italia? Che musica ascolti? «Oggettivamente non sono informatissimo su tutte le espressioni musicali emergenti nel nostro Paese. In generale però ho solo una regola: se mi emoziona, sono felice. Se non lo fa, peccato. Io cerco questo nella musica, ovunque. Noto con piacere che le band che mi piacciono di più arrivano dal Sud, soprattutto quelle di blues e parenti… Vado un po’ a periodi. Quindi durante il periodo James Brown (che dura ancora da un bel po’) mi potrete vedere al supermercato mentre scelgo il caffè a produrre versi ritmici come “Heh”, “Gonna have a funky good time”, “get on the good foot”, “yeeeeh”, “jump back I wanna kiss myself”. Con relativi microballetti. Chiaramente, non sembro sempre completamente a posto, ma quando mai lo sono stato. In ogni caso, sicuramente blues (Paul Butterfield, Ry Cooder, Norton Buffalo & Roy Rogers, Junior Wells), con tanto rock (Huey Lewis & the News, Jeff Beck, tutti i grandi degli anni ’70), soul (Joe Tex, Otis Redding, Mavis Staples), e funk (James Brown, Kool & the Gang etc.). Studiare contrabbasso mi porta ad ascoltare musica classica, soprattutto mentre studio per le parti d’orchestra. Penso al momento in cui sperimenterò blues per archi. Non garantisco nulla: se ci sarà il Chili Effect bene, altrimenti proverò un’altra strada».

 Laura Cirella

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