La #Calabria dice no alla violenza

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La violenza è un mostro dagli occhi annebbiati dall’ira o dalla gelosia, dalle orecchie sorde e dalle labbra serrate, da una voce che si fa sentire solo per gettare fango sulla vittima di turno.

È la mano di un padre che cade sul volto di una figlia non per carezzarla ma per lasciarle il segno di un amore che non ha o non sa esprimere.

È la mano di un marito che crede che la moglie sia un oggetto di sua proprietà al pari di un piatto o un bicchiere e che cade a percuotere e strattonare.

Violenza è un collega d’ufficio che per complessi d’inferiorità denigra e vessa la nuova arrivata che ha fatto carriera grazie ad anni di sacrifici e non perché ha ceduto alle avance di un uomo infido come lui.

Violenza è quell’amore malato che crede di poter soddisfare le proprie voglie e desideri senza tener conto dell’altro, che lacera il corpo per annientare l’anima. È la morbosità di un innamorato respinto che crede di potersi impossessare della nostra vita seguendoci, spiandoci, scandendo le ore della nostra giornata con la paura.

Violenza sono le bugie che diciamo: sono caduta dalle scale, non so come mi sia potuta far male, no, non mi ha picchiato, lui mi ama…, ha sfogato la sua rabbia su di me ma non lo farà mai sui nostri figli.

Bugie sono le giustificazioni che ci diamo: è successo solo una volta, non lo farà più; ho sbagliato io, l’ho provocato e lui ha solo reagito. Lui mi ama.

No, signore mie, lui non ama noi, ama il potere che può esercitare sul nostro corpo e la nostra mente, ama monopolizzare i nostri pensieri con la paura. Un uomo violento non cambierà mai, non illudiamoci: solo il buon vino migliora con gli anni: un compagno che abusa di noi potrà solo alzare il tiro delle sue vessazioni, è un uomo insicuro che ha bisogno di sfide sempre più grandi da superare e la sua sfida è la nostra sopportazione del dolore, la nostra vita da svuotare, ridurre a nulla per sentire la sua sempre più piena e completa.

Ma c’è la vergogna, la vergogna di dover ammettere di aver dato fiducia e amore a un orco, la vergogna di aver permesso a qualcuno di deturparci l’anima e il corpo e di averlo fatto, spesso, davanti ai nostri figli. C’è il senso di fallimento per non esserci protette abbastanza da quella voglia di essere amate che ci porta ad accontentarci di un uomo di cui non siamo follemente innamorate ma che ci illude di poter avere una vita tranquilla, di “sistemarci”, passatemi il termine.

Non è mai troppo tardi per riprendere in mano le nostre vite, ricucirle, rattopparle. Denudarci da tutta quella vergogna di cui abbiamo detto e vestirci con nuovi abiti, magari troppo stretti, magari troppo larghi ma in cui ci sentiremo di nuovo a nostro agio.

Denunciate, non aspettate di non avere più la voce o la forza per farlo. Fatelo per voi stesse e per chi VOI amate davvero.

Quando vi chiederanno un’ultima possibilità, un ultimo appuntamento ricordate che spesso lo è davvero e che non farete ritorno a casa. O almeno non lo farete sulle vostre gambe.

Ricordate anche che il colore dell’amore è rosso passione e non viola tumefatto.

Ricordate che gli unici uomini che possono metterci le mani al collo o tirarci i capelli sono il gioielliere e il parrucchiere.

Ricordate che nessuno e sottolineo nessuno ha il diritto di rubarci l’anima, il corpo, la dignità, la vita.

 Letizia Cuzzola

Scilla in passerella: un evento per andare “oltre” non perdendo di vista lo scoglio


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Scilla in un caldo pomeriggio d’inizio agosto può riservare sorprese che non ci si aspetta. Tutti i reggini, del centro e non, sono abituati a vivere la bella cittadina della Costa Viola unicamente per tre dei suoi aspetti più importanti: la spiaggia, il pesce spada e la festa di San Rocco. Ma andando un po’ più in profondità si scoprono eventi culturali come Scilla in Passerella, una novità per il calendario estivo scillese, nata dalla voglia di fare cultura e parlare di arte e attualità di una serie di soggetti, pubblici e privati, impegnati sul territorio.

Ma perché Scilla “in passerella”? Forse non tutti ricordano che la passerella è la barca ancora usata per la caccia al pesce spada nello Stretto di Messina. L’intento è quello di usare un simbolo tipicamente scillese per rappresentare la voglia di cercare e “catturare” la nostra cultura, la nostra identità, andando oltre temi di attualità e aspetti del nostro territorio e delle nostre tradizioni. Non a caso è stata scelta la metafora della caccia al pesce spada: un tipo di pesca ormai in disuso, perché faticosa, ma che ha ancora il sapore genuino del passato quando l’uomo si misurava ad armi pari con la natura. Come una barca non rimane ferma nello stesso luogo così la passerella tocca “poste” fisiche, sempre per usare la terminologia della pesca al pesce spada, piazze, lidi, locali e luoghi pubblici; e virtuali rappresentate dagli argomenti di discussione diversi per ogni serata. La passerella diventa quindi il “mezzo” per ricercare noi stessi, rimanendo “in bilico tra lo scoglio e l’antenna”, per citare le parole dei membri dell’equipaggio, ancora una volta simboli del passato e del futuro. Ma la passerella ha avuto, durante la serata d’apertura del 5 agosto, anche un altro significato, ovvero quello di presentazione al pubblico e alla stampa, alla presenza delle autorità, dell’evento nel suo insieme. Il simbolismo di cui l’organizzazione, o meglio l’equipaggio come amano definirsi, ha voluto impregnare la kermesse si è perfettamente palesato durante la serata. Prima di tutto il luogo, ovvero la “pedana sul mare” del ristorante “Bleu de toi” di Chianalea, tradizionale borgo di pescatori, in cui il mare è un po’ come il cortile di casa. Il secondo elemento simbolico era costituito dalla presenza della soprano Eleonora Pisano, che con i suoi interventi canori ha voluto reinterpretare il canto delle sirene. La leggenda vuole che queste creature popolassero il Mediterraneo e avessero ammaliato Ulisse, secondo quanto racconta Omero, durante il suo viaggio che toccò anche il tanto temuto Stretto di Messina. Alla presenza delle autorità, e di personaggi che saranno ospiti dei salotti all’aperto, l’equipaggio ha presentato i temi che hanno come costante l’hashtag, preso in prestito dai social network, #Calabriaoltre, che diventa il filo rosso che lega tutte le tematiche, nello specifico oltre alla passerella, esse saranno: i tribunali, il pregiudizio, l’Aspromonte, gl’inchini, il declino della politica, la narrazione e i commissariamenti.

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Oltre le apparenze. L’intento è quello di andare, appunto, al di là delle discussioni superficiali e dei recenti fatti di cronaca, per trovare o ritrovare l’essenza, il vero significato che questi temi hanno per noi reggini. Il concetto di “Calabria oltre”, comprende anche l’intento di vivacizzare il panorama culturale locale, e ravvivare un periodo di relax, qual è il mese di agosto, con temi anche scottanti, che ci facciano riflettere proprio quando tutta la nostra routine è un po’ più rallentata. Noi calabresi e reggini soprattutto, ma solo per esperienza diretta, tendiamo troppo spesso a dimenticare tutto ciò che è realmente importante per il cosiddetto concetto del “quieto vivere”. Dovremmo invece far nostra la proposta di “andare oltre”, superando certe vecchie mentalità ma soprattutto andando oltre le parole, invito che peraltro è stato fatto durante la serata inaugurale dell’evento. Il modo migliore è partecipare dal 5 al 14 agosto, non solo come passivi spettatori ma esprimendo le nostre idee sul web, diventando parte “interattiva” di questa caccia simbolica.

Santina Errigo

Nasce la Rete MagmaCalabria

Si è svolto i primi tre giorni di Agosto il primo meeting delle associazioni meridionali attive, organizzato dalle associazioni Famaropa e TerreArse Lab con il patrocinio del comune di Polia (VV), che ha visto la partecipazione di svariate associazioni provenienti da tutta la Calabria. Dopo le bizze metereologiche del primo giorno, già dalla sera sono iniziati i lavori di presentazione del progetto e del programma della tre giorni.

L’accogliente area campeggio in località Gigliara di Polia, all’interno del Parco Naturale delle Serre, ha fatto da splendida cornice all’evento, insieme ad una bellissima escursione alla felce preistorica nel torrente Milo.

Le associazioni hanno sposato fin da subito l’obiettivo del M.a.g.m.a. – Meeting Associazioni Giovanili Meridionali Attive e, senza perdersi in inutili convenevoli, luoghi comuni e inconcludenti disquisizioni sulle ataviche problematiche che colpiscono la nostra martoriata regione, si è passati alla propositività, all’azione, alla voglia reale e concreta di cooperazione per migliorare la nostra terra.

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Ph. Luigi Smiraglio

“La condivisione dei saperi causa cambiamento sociale”: questo è stato il motto che è venuto fuori: evitare l’individualismo e l’egocentrismo per creare e far nascere una massa critica di persone ed associazioni informate che operino sul territorio.

Hanno partecipato associazioni eterogenee tra loro, come La Piazza di Cleto (CS), gli HackLab di Cosenza e Catanzaro, l’associazione Roots Calabria Foundation (VV), i ragazzi di Praticamente di Cittanova e tante altre associazioni. Molti gli spunti e le idee venuti fuori e raccolti alla conclusione dei lavori in un manifesto, che sarà pubblicato tra qualche settimana su un’apposita piattaforma creata ad hoc per questa nuova rete. Una carta dei valori, ricca di ideali e progetti per il futuro, che serviranno per ampliare sempre più questa rete e per continuare, uno step alla volta, a migliorarsi e creare maggiori opportunità e battersi affinché le associazioni siano di maggior supporto e compartecipi alle politiche socio-culturali della nostra Calabria.

Per far parte di questa rete e o richiedere informazioni si può inviare una e-mail all’indirizzo magma.calabria@gmail.com

 

Pallanuoto a Reggio Calabria: quale futuro?

Giorno primo Aprile si è svolta l’amichevole tra Waterpolo Nettuno Palmi e la Waterpolo Reggio Calabria composta da tutti i giocatori che negli ultimi 15 anni hanno rappresentato la pallanuoto reggina. È stato anche un momento di ritrovo tra amici e compagni con l’intento di ricostruire quanto si è perso in questi anni.

1_nLa situazione attuale. Non tutti forse sanno che, a Reggio Calabria, sin dagli anni 60/70 si è praticato uno degli sport più agonistici che ci sia e a cui non si è mai dato spazio adeguato, forse perché sottovalutato, forse perché non abbastanza sponsorizzato in una città che di fatto si presterebbe moltissimo. A Reggio Calabria ci sono al momento degli impianti come il Parco Caserta, la piscina Comunale e l’Apan, che potrebbero consentire la pratica di questo sport secondo le norme previste dalla federazione che fanno riferimento alla grandezza del campo di gioco. Al momento sia il Parco Caserta che la piscina Comunale sono chiuse. Senza entrare nel merito delle motivazioni, ci chiediamo il perché in questa città, ad esser penalizzati debbano essere sempre i cittadini, nel caso specifico noi pallanuotisti reggini, i corsisti che amano nuotare, i ragazzi disabili o l’adolescente che ha intenzione di intraprendere uno sport diverso dal solito, quindi la pallanuoto od il nuoto.

Non avendo più una “dimora fissa”, siamo in continua emigrazione, costretti a “mendicare” uno spazio acqua nel quale poter riprendere ad allenarci coltivando la nostra passione e divertendoci giocando. Da parte della politica ci siamo sentiti e ci sentiamo abbandonati, tutto tace in un silenzio che per noi rappresenta un chiasso enorme ed allo stesso tempo una sconfitta.

2Non ci arrendiamo. Nonostante tutto, Waterpolo Nettuno Palmi e la Waterpolo Reggio Calabria hanno deciso di partecipare al primo torneo ASI di pallanuoto, organizzato da Cristiana Costa e che a breve avrà inizio. La nostra intenzione è quella di riportare questo sport nella nostra città ripartendo proprio da questo torneo.

Pertanto, non avendo uno spazio acqua dove poterci allenare, ci rivolgiamo al Presidente Regionale CONI Mimmo Pratticò, ai commissari ed a tutta la classe politica affinché si prendano provvedimenti riguardo la riapertura delle due strutture chiuse ed all’assegnazione di uno spazio acqua presso una delle strutture attive che possa consentirci in maniera dignitosa di allenarci durante la settimana e disputare degli incontri. Sicuri di poter confidare in una vostra risposta ai nostri disagi ed alle nostre esigenze, attendiamo riscontri.

 Gli atleti della Waterpolo Reggio Calabria

Raccontaci l’emigrazione giovanile dal Sud: partecipa all’iniziativa “Emigrare è…” del progetto Sud Altrove

Poiché l’aspetto partecipativo e narrativo-testimoniale caratterizza il progetto Sud Altrove (vedi pagina fb) in modo fondamentale, LiberaReggioLAB intende, nell’ambito dello stesso progetto, coinvolgere in senso creativo i giovani nella narrazione dell’esperienza dell’emigrazione (vissuta o pensata) in tutti i suoi possibili e anche imprevedibili aspetti.

Nel corso di questi mesi abbiamo constatato che sono moltissimi/e i/le giovani che vivono la realtà emigratoria con una forte tensione emotiva, talora positiva, talora negativa, spesso come un conflitto tra il senso di colpa e la voglia di farcela, ma anche come liberazione e voglia di lasciarsi la propria dannata terra alle spalle, talvolta ancora con lacerante nostalgia e desiderio di tornare; una tensione che in ogni caso non trova spazio nei numeri e nelle percentuali nei quali – pur fondamentali – sembra oggi esclusivamente ridotto il discorso sull’emigrazione.

Offrire uno spaccato di quel che i giovani protagonisti diretti o indiretti dell’esperienza provano e pensano, senza che a parlare per loro sia, come al solito, qualcun altro, è l’obiettivo dell’iniziativa “Emigrare è…”, oltre che – fra l’altro – del progetto Sud Altrove nel suo complesso.

Come preannunciato, tra pochi mesi pubblicheremo un libro che darà voce all’emigrazione giovanile conosciuta nel percorso di Sud Altrove, che ci piacerebbe arricchire di uno spazio in cui, creativamente, i/le giovani possano esprimere l’esperienza dell’emigrazione, da qualsiasi punto di vista, in piena libertà. Non è necessario essere effettivamente emigrati/e per partecipare: anche chi da casa sua non si è mai mosso/a può avere da dire qualcosa di interessante, poiché siamo convinti/e che l’emigrazione sia un fenomeno che riguarda tutti, anche chi resta.

A partire da oggi fino al 20 ottobre 2012 sarà possibile inviare all’indirizzo email red.terrearse@gmail.com contributi personali liberi e inediti di vario tipo, nell’ambito di tre sezioni:

-      Sezione 1: completare liberamente la frase “Emigrare è…” (massimo 170 caratteri in tutto, spazi inclusi)

-      Sezione 2: fotografie, vignette, disegni

-      Sezione 3: brevi poesie inedite (massimo 30 versi), anche dialettali; oppure racconti, saggi, e altri contributi testuali (massimo una cartella, interlinea 1,5, carattere Arial 12,5).

L’associazione LiberaReggioLAB pubblicherà i contributi più significativi sul libro; i relativi autori e autrici prescelti/e saranno avvisati/e tramite mail. Una singola persona potrà partecipare a una, due o tutte le tre sezioni, tuttavia per ciascuna di esse non potrà inviare più di un contributo, indicando in calce alla mail le proprie generalità (nome e cognome, data e luogo di nascita, eventuale città in cui si è attualmente emigrati/e).

Sarà inoltre necessario allegare la seguente dicitura ai contributi, il cui utilizzo sarà destinato esclusivamente alla pubblicazione sul libro: “Autorizzo il trattamento dei dati personali ai sensi del D. lgs. 196/03 e la pubblicazione dei miei contributi con citazione dell’autore”.

La selezione avverrà a insindacabile giudizio dell’associazione.

Denise Celentano

 

Questa iniziativa fa parte del progetto “Sud Altrove” realizzato dall’associazione LiberaReggio Lab e cofinanziato dall’Unione Europea tramite l’Agenzia Nazionale per i Giovani all’interno del programma Youth in Action. La responsabilità esclusiva dei contenuti è in capo all’associazione LiberaReggio Lab. La ANG non è responsabile dell’uso che ne verrà fatta e delle informazioni contenute.

Lavoro nero e disoccupazione, analisi della situazione calabrese

Irregolarità è una della parole chiave per comprendere il sistema economico e sociale della Calabria. Certo, non è tutto uguale ma non dobbiamo nasconderci dietro l’amore per la nostra terra quando ne valutiamo i mali, qualunque sia il fine ultimo di questa valutazione.

Irregolarità dunque come pilastro cardine di un’economia strutturalmente in dissesto, in cui gli investimenti da fuori regione sono pochissimi e in cui è davvero un’impresa trovare un lavoro onesto e regolare, appunto.

Il 10,8% dell’economia calabrese è coperto dal settore agricolo mentre solo il 17,8% dal settore industriale. Il resto è formato da edilizia, disoccupazione, emigrazione, pochissimi servizi e ancora meno cultura. Facile comprendere che l’irregolarità nel mondo del lavoro in un sistema del genere sia uno dei meccanismi economici principali e in cui, d’altronde è sotto gli occhi di tutti, potenti organizzazioni criminali come la ndrangheta ci sguazzano.

E’ ancora nei ricordi di tutti i calabresi e non l’incendio sociale della rivolta degli africani di Rosarno, le cui condizioni sono cambiate ben poco l’anno successivo come certificato da diverse inchieste giornalistiche di media nazionali e dall’incessante attività di gruppi e associazioni territoriali solidali. Ma senza spingerci verso casi così estremi di irregolarità, le cose non differiscono molto se parliamo con dei nostri amici che lavorano o hanno lavoricchiato in calabria. Il nero non è solo il colore sbiadito di sfondo dell’attuale giunta regionale ma il leit motiv dell’occupazione giovanile calabrese. Per fortuna eccezioni ce ne sono eccome, ma sono talmente poche e concentrate in così poche aree che si fa fatica a considerarle. E’ assolutamente necessario per evitare lo spopolamento della Regione e il proseguire di questa situazione decisamente incresciosa per giovani under35, donne di ogni età e uomini over50, le categorie che subiscono di più la mancanza di lavoro e la conseguente occupazione sommersa.

La commissione regionale – Il 28 dicembre 2000 è stata istituita la Commissione regionale della Calabria per l’emersione del lavoro non regolare che opera “per favorire l’emersione del lavoro non regolare attuando tutte le iniziative utili ai fine di una progressiva regolarizzazione e trasparenza dei rapporti di lavoro e nelle imprese”. Alla commissione, il cui attuale presidente è l’ex segretario regionale della UIL Benedetto Di Iacovo (seguitelo su twitter!) , partecipano: parti sociali, enti previdenziali e di vigilanza, l’Unione delle Camere di Commercio, l’Agenzia regionale delle entrate, la Direzione regionale del lavoro e altri soggetti. I compiti della commissione sono molteplici:
- determinare e proporre politiche regionali di regolarità nel lavoro;
- campagne di sensibilizzazione e realizzazione di progetti mirati;
- analisi e monitoraggio del fenomeno;
- pubblicazione del Rapporto annuale sul sommerso e sull’economia non regolare in Calabria (l’ultimo, l’VII è consultabile online).

I dati statistici – Secondo i dati dell’Istat elaborati dalla Commissione regionale per l’emersione in nostro possesso nel secondo e nel terzo trimestre 2011 (ultimi dati disponibili) la disoccupazione in Calabria avrebbe registrato un forte decremento passando dal 13,8% al 10,7% in soli 6 mesi! Un 3,1% in meno di disoccupati che in valore assoluto, secondo le cifre forniteci direttamente dal Presidente Di Iacovo, vorrebbe dire 17.000 persone in meno senza lavoro. Si parla anche di un aumento totale degli occupati nel periodo in questione di 44.000 unità. Dunque, la Calabria sarebbe in netta controtendenza rispetto alle medie nazionali che vedono aumentare trimestralmente il tasso di disoccupazione; una sorta di “traino” contro la crisi! Le cause che hanno portato a questi risultati sono fondamentalmente due: la lotta al sommerso e il ritorno nel mercato del lavoro di moltissimi disoccupati “scoraggiati” che avevano abbandonato la ricerca del posto.

I dubbi su questi dati sono davvero tanti. Per prima cosa è oggettivamente impossibile stimare il numero di lavoratori irregolari, proprio per la loro stessa natura. Nei documenti si parla infatti di “stime” e queste si sa, sono facilmente modificabili sulla base dei criteri di ricerca scelti, sulle variabili valutate, ecc. Secondo, questi dati non tengono in considerazione il popolo dei Neet (chi non cerca nè lavoro nè formazione) e neanche il dato, forse più significativo, ovvero quello dell’emigrazione, soprattutto giovanile. L’ultimo rapporto Svimez sull’economia del mezzogiorno parla di oltre 14.000 emigrati calabresi nel 2010 (si intendono persone che hanno spostato la loro residenza in altre regioni, dunque non di tutti quelli, che sono la maggior parte, che non cambiano la residenza ma vivono, studiano e lavorano altrove) ai quali si aggiungono nello stesso anno 11.000 pendolari di lungo raggio. E’ impossibile non tenere conto dei dati sull’emigrazione quando si analizzano i dati dell’occupazione calabrese. Ogni valutazione che li esclude rischia di essere incompleta e, dunque, fuorviante.

Emergere conviene – “Per ogni 1000 euro investiti nella lotta al sommerso l’erario ne ricava 2.800″, di questi il 20% rimane nella regione. Ogni lavoratore in nero che diventa regolare porta con se un aumento stimato del reddito reale del 25% con conseguente versamento delle tasse previste dalla legislazione nazionale e delle addizionali IRPEF o IRAP in favore della regione, senza contare la compartecipazione dell’ente locale agli introiti derivanti dall’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA). Dai dati in possesso della Commissione per l’emersione si calcola che dalle 7000 unità di lavoratori diventati “regolari” nel 2009 lo stato abbia aumentato i suoi introiti di circa 80.000.000 di euro l’anno con un income per la Regione Calabria di circa 15.000.000. Si stima, inoltre, che il totale delle risorse recuperabili con l’emersione in Calabria si aggiri intorno ai 2,1 miliardi di euro, 20% dei quali potrebbero rimanere direttamente sul territorio (420.000.000).

Se non bastasse il valore legalitario e civile del lavoro come diritto umano e necessario alla realizzazione individuale e sociale di ognuno, l’abbandono di forme di sfruttamento (a volte anche schiavismo) nascoste è anche una valida voce di entrate nel bilancio dell’ente regionale e, dunque, di tutti i cittadini.

Progetti già in campo – Non sembra che fino ad oggi si sia fatto molto in regione per debellare il male del lavoro nero. La Commissione per l’emersione oltre all’ecomiabile lavoro di ricerca annuale porta avanti alcuni progetti di sensibilizzazione, ultimo dei quali “La legalità cresce sui banchi di scuola” oppure un progetto più operativo come “Lavori Regolari” che mira a costruire una rete di 200 Agenti per l’emersione. E’ abbastanza recente la presentazione del bando per l’apertura delle 200 posizioni formative dedicate ad altrettanti cittadini residenti in Calabria disoccupati da almeno tre anni. Formano i ragazzi per un anno con 15.400 euro lordi annui pro capite per i 12 mesi di formazione e poi vengono agevolate fortemente le aziende che introducano questi giovani nel loro organico e anche i giovani stessi che volessero mettersi in proprio potrebbero godere di un finanziamento (sotto forma di microcredito). I soldi provengono direttamente dall’UE. Gli scopi dell’iniziativa sono sicuramente condivisibili e auspicabili ma le modalità con cui sembra prendere forma destano qualche dubbio. Saranno i prossimi anni a dirci se azioni di questo genere possano essere davvero efficaci e se si, quanto.

Una legge che piace a molti – La Giunta regionale, su proposta della Commissione regionale per l’emersione, ha approvato nel febbraio 2011 una proposta di legge regionale innovativa sul tema. La norma sembra accogliere il placet di buona parte degli attori politici e sociali interessati all’argomento, oltre alla maggioranza politica regionale: la CGIL, il PD che addirittura ad ottobre ha inserito i ritardi nell’approvazione in Consiglio Regionale della legge tra le “10 domande/critiche” poste al presidente della Giunta regionale Scopelliti e dall’IDV attraverso le parole del consigliere regionale Giuseppe Giordano.

Le norme – In estrema sintesi la norma prevede tra le altre cose:
- C.A.E.: la Centrale di Allarme Emersione, tiene traccia di tutte le violazioni in tema di impiego e di sicurezza sul lavoro e impedisce alle aziende recidive di accedere ai bandi regionali e di tutte le istituzioni collegate;
- Misure per la sicurezza sui luoghi di lavoro;
- Maggiore coordinamento nelle politiche ispettive tra Regione e Comuni;
- Controlli più sistematici sulle aziende partecipanti agli appalti;
- Premi a chi prevede nel proprio cantiere programmi di gestione delle problematiche legate alla salute e alla sicurezza nell’esecuzione dei lavori;
- L’istituzione di un Fondo Emersione Calabria per finanziare attività di accompagnamento all’uscita delle imprese dalle condizioni di irregolarità;
- Per il funzionamento ordinario della Commissione sono previsti 300.000 euro annui più non meno di 450.000 per progetti di “CONTRASTO ALL’EMERSIONE” (art. 12, sec. comma). Avete letto bene, progetti di contrasto all’emersione, poi continua l’articolo “finalizzati all’emersione delle imprese e dell’economia sommersa e irregolare”. Credo che dopo la parola contrasto debbano essere scritte le parole “all’economia irregolare”. Un cavillo del genere si presta ad essere usato come salvagente proprio da chi pratica irregolarità.

Il pantano del Consiglio Regionale – A 12 mesi dall’inizio dell’iter consiliare una norma così importante e che potrebbe avere benefici effetti sociali, economici e legalitari ristagna in attesa di essere discussa in aula, come si legge sul sito internet del Consiglio Regionale della Calabria “Da discutere in aula”.

Combattere l’economia sommersa, il lavoro nero, migliorare la sicurezza sul lavoro, generare introiti per lo stato sono azioni di cui abbiamo bisogno come il pane in questa Calabria. La lentezza dei meccanismi di questa politica non risponde come dovrebbe ai bisogni dei suoi concittadini.

Alessio Neri

Donne di mafia

« Mi dissero: “Mamma questa è vita secondo te?” E allora gli ho detto: “Cosa volete da me? Cosa volete che io faccia?” Ero disperata, non riuscivo più nemmeno a controllare le mie figlie. E loro mi hanno detto: “Perché non dici la verità? Collabora!”»…

…« Mi manca la mia terra, il mare, il sole, ma mi piace questa nuova Carmela: mi sento pulita, libera, sono una persona normale come tutti, non sono più impigliata in quella ragnatela che è la mafia, che ti stringe fino a non farti più respirare. La mafia non finirà mai, fino a quando la gente, i commercianti, gli imprenditori e i politici continuano ad abbassare la testa e ad aver paura di dire no e di denunciare…allora sì che la mafia non finirà mai».

La testimonianza di Carmela Iaculano, sposa di un mafioso e successivamente divenuta collaboratrice di giustizia, è solo una delle tante storie di donne, mogli, sorelle e figlie  nate e cresciute all’interno di famiglie mafiose, tra i cosiddetti “uomini d’onore”.

Il ruolo della donna all’interno delle organizzazioni criminali ha sempre avuto importanza rilevante.

Le mogli dei mafiosi  dovevano e devono mostrare al mondo la rispettabilità della famiglia di appartenenza con orgoglio e fierezza. Sono state sempre nell’ombra e all’ombra dei mariti. Madri e allevatrici di futuri mafiosi, è sempre spettato loro il compito di conservare e trasmettere quei “valori mafiosi”, quali l’onore, l’omertà, la vendetta che hanno da sempre contraddistinto il mondo dell’anti-Stato . Le “donne d’onore” non “fanno parte” ma “appartengono” all’organizzazione mafiosa nel senso più letterale del termine:  ne “sono proprietà”, solo perché sono nate da padre mafioso o sposate ad uomini affiliati.

 Ma recenti indagini hanno portato a galla una realtà fatta di donne non più (o almeno non solo) sottomesse alla volontà di padri e mariti padroni, ma a delle vere e proprie macchine da guerra che, in assenza dei mariti,  assumono il pieno controllo dell’organizzazione. Quello che ne è emerso, è  uno spaccato inedito, che coinvolge a pieno titolo l’universo femminile, il volto più nascosto della criminalità, di cui si parla meno, ma non per questo di minore importanza.

Come ha affermato lo stesso Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, le donne di mafia rappresentano un punto di forza all’interno delle cosche, sono una sorta di valore aggiunto. Oltre a comunicare al mondo esterno la potenza del sistema mafioso, esse hanno assunto ruoli di preminenza all’interno delle famiglie.  Sono loro che assistono e aiutano i mariti nella loro latitanza, loro controllano le attività criminose, dal traffico di armi e stupefacenti al riciclaggio di denaro sporco. Vigilano sull’andamento delle estorsioni, riscuotono le tangenti e sono intestatarie di beni appartenenti al sodalizio tra le famiglie. Sono le mogli a curare i rapporti con l’esterno, prodigandosi di far arrivare a destinazione notizie e istruzioni provenienti dalle carceri o dai luoghi di latitanza. Sono sempre loro,  macchiate dal sangue delle faide, delle vendette e degli omicidi , che inveiscono contro le forze di polizia e vanno a messa tutte le domeniche.

A quanto pare, quel sistema descritto troppo spesso e per molto tempo con coppole e lupare in un contesto di ignoranza e arretratezza, si è dimostrato abile ad adattarsi e mimetizzarsi nella società, rivalutando completamente il ruolo delle donne. Chissà, magari sono stati influenzati o sensibilizzati dalle  lotte femministe, o magari hanno semplicemente dedotto, che le consorti sarebbero state delle buone coperture per i loro traffici, essendo da sempre e solo considerate ( anche dalle istituzioni) “l’angelo del focolaio”.

Nell’ agosto 2007, nei giorni che succedettero la strage di Duisburg, la madre del minorenne ucciso, Teresa Giorgi si presentò al funerale vestita di bianco come segno di perdono verso gli assassini.  «Noi abbiamo perdonato –disse- ed ora chiediamo che in questo Paese i cuori si aprano alla pace e alla serenità.» Fu un gesto che colpì gran parte dell’opinione pubblica, attirando plausi e consensi.  Ma ai più attenti non sfuggì quella piccola linea di demarcazione che fece e fà la differenza! Auspicare la pace nel Paese, tra le famiglie, dire “No alle faide ”, non equivale ad un “No alla ‘ndrangheta”. Fu un messaggio che evidenziò a pieno la realtà mafiosa! Già perchè molto spesso si tende a collocare il tutto tra il bianco e il nero, dimenticando le sfumature, le zone grigie, quelle costituite da chi sa ma non parla, da chi convive e condivide quotidianamente la propria vita con tali parassiti! Vicini, concittadini, amici che con la loro omertà fanno più male del male stesso! L’importante è che non ci siano morti ammazzati! Che importa se le nostre terre vengono avvelenate, se i nostri figli sono costretti ad allontanarsi dalla propria terra per trovare un lavoro, che importa se un cittadino onesto per curarsi deve trasferirsi al nord, a causa di un sistema sanitario sull’orlo del baratro, quasi totalmente dissestato da infiltrazioni mafiose e una gestione politica inetta e a volte accondiscendente con ambienti poco raccomandabili?! L’importante è non far parlare di sè, non far clamore sui giornali e sui tg nazionali!

Ma accanto a questi tristi episodi, vi sono anche e per fortuna storie  di donne dell’antimafia. Donne, che pur cresciute in quel contesto, non accettano di stare accanto a criminali, non condividono nulla di quel mondo e tanto meno vogliono farne parte. Preferiscono un futuro incerto all’omertà e al sangue dei morti ammazzati.

Eroine, che hanno dato la loro vita pur di far crescere i propri figli lontano da quel mondo criminale.

Ed è dall’esempio di queste donne, tra le quali  Lea Garofalo che  è stata punita con la morte e sciolta nell’acido per aver raccontato ai magistrati gli affari della cosca gestita dal marito,  che dovrebbe partire una vera e propria rivoluzione civile che includa cittadini e istituzioni. Come non citare Angela Montagna, la “mamma coraggio” d’Italia. Scomparsa recentemente, dopo una grave malattia, fu protagonista di una storia che la Nazione non ha mai dimenticato. Essa fu per tutti esempio di madre e cittadina forte e coraggiosa, combattendo per due anni, per far ritornare il figlio a casa, rapito dalla ‘ndrangheta.

Nel rispetto di queste donne, perché il loro sacrificio non venga reso vano, perché queste morti non rappresentino una sconfitta totale dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, servirebbe una sorta di “primavera italiana”, scaturita da principi e valori che si discostano nettamente dalla mentalità mafiosa, contornata invece da un forte senso di responsabilità civica, espletata in qualsiasi gesto quotidiano.

Per quanto riguarda il ruolo delle donna, la giurisdizione dovrebbe iniziare ad allontanarsi dall’aprioristica presunzione d’innocenza di quest’ultime. Pur riconoscendo il fatto che alcune, forse molte di loro, vivano in una condizione di paura per se stesse e per i loro figli, vi sono situazioni in cui l’universalità della legge, il senso civico e la responsabilità dovrebbero prevalere anche sui legami familiari.

L’art. 384 del codice penale che prevede in alcuni casi l’impunità per i familiari, non dovrebbe essere usato come un privilegio per le donne di mafia. Concorso, favoreggiamento,  partecipazione all’associazione mafiosa ,frode processuale, complicità e “copertura delle latitanze”, soprattutto per quanto riguarda i  processi di mafia, dovrebbero essere perseguiti in qualsiasi caso non solo moralmente, ma anche giuridicamente.

La battaglia contro gli atteggiamenti omertosi è innanzitutto una battaglia culturale, civile e politica, che deve partire prima di tutto da chi sta in prima linea. “Subire”, “acconsentire” ,  “ sottostare”  sono termini che non possono più essere accettati. Il muro della criminalità può essere abbattuto solamente attraverso il coraggio e la determinazione di chi dice no ai compromessi! Scalfire, giorno dopo giorno, quel muro che preclude futuro e libertà, rappresenta il vero investimento sociale, economico e politico a cui tutti dovremmo ambire.

«Certo dovremmo ancora per molto tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo, non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».

Da Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, 1991.

Crimine, la ‘ndrangheta è una e una sola

Verso la sentenza dello storico processo alla cupola delle cosche.

Scusate il ritardo, verrebbe da dire se la cosa non fosse oltremodo seria. In pochissimo tempo, dopo anni di oblio, s’alza finalmente il velo sulla realtà ‘ndrangheta. Per scoprire quello che, in fondo, tutti sapevano, quello che pervicacemente è stato negato per lungo tempo. Con l’operazione Crimine la Dda di Reggio Calabria nell’era Pignatone dimostra definitivamente, e al di là del dato giudiziario, che la ‘ndrangheta ha una struttura di comando, la Provincia, che tutto orienta e a cui tutti fanno capo, dal Canada all’Australia passando per l’Europa e il Nord Italia. Il fatto che l’inchiesta Crimine abbia urlato quello che fino a ieri si diceva tutti a bassa voce non ne sminuisce l’importanza storica. Anzi.

Come è ovvio, la testa del serpente sta in provincia di Reggio Calabria, tra il capoluogo, la Piana di Rosarno e la Locride di Polsi, San Luca, Siderno e  Africo. E come è ovvio c’è un capo dei capi. È rimasto deluso solo chi si aspettava un padrino alla Marlon Brando. Il capocrimine Mico Oppedisano girava invece in motoape e non passava le sue giornate in una villa alla Scarface, ma nel suo agrumeto. Modernità liquida. Perché come nelle grandi società le cosche azioniste eleggono ogni anno le cariche del loro cda, in base ai rapporti di forza delle varie cordate che, come in tutte le organizzazioni, lottano tra di loro per il potere ma che sanno trovare una sintesi nel nome della prosperità collettiva. Ecco perché don Mico, uomo di pace fissato con le regole e le prescrizioni, memoria storica dell’onorata società, è più adatto a governare il buon andamento dell’impero criminale. È questa la forza della ‘ndrangheta: al contrario della politica e dell’associazionismo riesce a trovare l’unità, a tutelare la propria identità pur facendo i conti con i mutamenti sociali, a rinnovarsi nella tradizione. Uno smacco per tutti noi.

Non è la prima volta che si parla di Provincia, di Crimine, di mandamenti, cariche, gradi superiori, summit e quant’altro. A ben vedere è tutto scritto nelle carte del processo alla ‘ndrangheta di Montalto, che data 1970. Anche dal processone De Stefano+59 emerge l’esistenza di un qualcosa che governasse le cosche. Tanto che da quel procedimento, decisamente fallito, il legislatore ha saputo finalmente trarre una lezione importante: nasce così il 416 bis, il reato di associazione mafiosa. Che cosa fosse diventata la ‘ndrangheta ha provato a spiegarlo sin dal 1983 il superpentito rosarnese Pino Scriva. Il “re delle evasioni” ha parlato della Santa, dei vertici, dei mandamenti. Ai magistrati che ne hanno raccolto le dichiarazioni, il primo collaboratore calabrese ha consegnato una metafora perfetta: la ‘ndrangheta è come i carabinieri, ci sono le stazioni, le compagnie, i comandi, ma la famiglia è sempre la stessa. Il “tragediatore”, come lo chiamavano i nemici ‘ndranghetisti, il “Canta Calabria”, come lo descrivevano i loro avvocati, non ha avuto la stessa fortuna del coevo Tommaso Buscetta e la prima stagione del pentitismo calabrese è naufragata, pur portando a casa decine di ergastoli in processi epocali come quello alla “Mafia delle tre province”.

Anche la seconda stagione, quella del maxiprocesso Olimpia, s’è impantanata nelle aule di giustizia: le condanne sono arrivate, ma non il pronunciamento finale sull’esistenza della cupola. Eppure pentiti del calibro di Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca hanno descritto le origini della Santa, l’accostamento delle cosche alla massoneria, la suddivisione in società maggiore e minore, l’esistenza dei mandamenti. Hanno anche parlato di un organismo di vertice, una Cosa nuova nata dopo la grande guerra degli anni ’80. È quel qualcosa che emerge anche nella sentenza del procedimento Armonia, pur non sufficientemente provato secondo i giudici dell’epoca.

E così la ‘ndrangheta, che già dai primi anni ’90 viene definita dagli esperti come la più aggressiva e pericolosa delle mafie, entra nel nuovo millennio mantenendo un’aura di invincibilità. Diventa la più forte essendo la meno conosciuta. Per un decennio, va detto, ci si accontenta della versione minimalista: nessuna indagine punta a svelare i meccanismi di quel qualcosa che pur nei decenni è rimasto costante e che, addirittura, gli scrittori del Dopoguerra descrivono sin nei minimi dettagli. La verità è che il Crimine c’è sempre stato. Tocca a tutti noi, adesso, fare in modo che questa verità resti tale.

Alessio Magro