Start up innovative, forse si parte davvero anche in Italia

L’Agenda digitale si appresta a diventare agenda per tutti i cittadini di questo paese. Giocoforza, chi non l’ha ancora fatto dovrà incominciare ad avere “rapporti” più o meno stabili con le tecnologie di rete e i servizi che attraverso questa vengono veicolati.

Il piano del governo racchiuso nel cosiddetto decreto Crescita 2.0 è molto ambizioso anche se abbastanza parziale in alcuni settori. Di certo, comunque, è la prima volta che il potere esecutivo del nostro paese mette in campo una serie vera e concreta di provvedimenti che favoriscono un ecosistema di innovazione generale che possa diminuire gli sprechi, favorire la voglia di fare di molti cittadini, diminuire i disagi e ridurre la macchina burocratica in tutte le sue fasi. Ci vorrà un periodo di assestamento, oltre che quello fisiologico di realizzazione di tutti i regolamente necessari per rendere applicabili le norme previste dal decreto.

Scendendo un po’ più nel dettaglio troviamo anche un buon numero di norme volte a favorire l’imprenditorialità innovativa e creativa del nostro paese. Occorre sempre un capitale iniziale (inutile fare finta che non sia così), ma adesso per molte persone sarà più facile mettere in piedi un’impresa sulla base di un’idea innovativa.

Vengono introdotte nell’ordinamento italiano le Società a responsabilità limitata innovative per i quali sono previsti numerosi “aiuti”. Qualche risparmio in fase di avvio e la possibilità di utilizzare le “equity” (quote dell’impresa) attraverso quote di compartecipazione con dipendenti e collaboratori. Insomma, si condivide il rischio d’impresa oltre che il lavoro. Viene inoltre agevolato l’uso di contratti a termine (fino a 6 mesi) senza l’obbligo previsto dalla recente riforma del lavoro, di assunzione a tempo indeterminato. Viene inoltre garantito uno sgravio dell’1,4% sul costo del lavoro. Possono godere di queste agevolazioni le imprese innovative fino a 4 anni di vita (start up appunto) che non superino i 5 milioni di euro del valore della propria produzione.

Molto spesso però, i giovani aspiranti imprenditori possiedono brillanti idee ma scarsi capitali e difficile accesso al credito. Anche per favorire nuove forme di finanziamento per la prima volta nella storia viene normato il crowdfunding, ovvero la raccolta di donazioni online destinate alla realizzazione di un progetto, anche imprenditoriale. I regolamenti specifici dovranno essere elaborati dalla Consob. Vengono previste, inoltre, agevolazioni per l’accesso al credito del fondo statale per le piccole e medie imprese.

Per quanto riguarda gli investitori privati, sarà possibile dedurre dalla dichiarazione dei redditi parte delle queste utilizzate per entrare nei capitali di rischio delle start up innovative.

Inoltre, questo tipo di società viene inserito tra quelle che possono godere dei servizi messi a disposizione dall’ICE (Istituto per il Commercio Estero) favorendone così l’internazionalizzazione.

Infine, un ruolo concreto viene riconosciuto anche agli incubatori di impresa. Organizzazioni e luoghi in cui vengono fatte crescere le idee di aspiranti imprenditori fino a farle diventare vere e proprie aziende attraverso percorsi di affiancamento con tutor esperti e la condivisione di spazi di lavoro con altri giovani gruppi di startupper. Gli incubatori in Italia si stanno diffondendo soprattutto tra i circuiti universitari favorendo così l’innovazione nel campo della ricerca e il raccordo tra università e mondo dell’impresa. Con il decreto del governo gli incubatori e gli acceleratori d’impresa dovranno essere certificati e quindi rispondere ad una serie di criteri qualitativi. D’altro canto le start up potranno “pagare” i servizi offerti dagli incubatori anche attraverso quote societarie.

Questa legge non fa diventare tutti degli imprenditori innovativi, ma mette ordine e segna la linea di partenza di una concreta innovazione imprenditoriale del nostro paese.

Resta da vedere se tutto questo si tradurrà davvero in una maggiore diffusione di possibilità imprenditoriali o se le nuove norme tenderanno a favorire una piccola cerchia di startupper seriali.

Anche di questi temi si discuterà durante ‘U Web (30 novembre e 1 dicembre), l’evento organizzato da LiberaReggio LAB per promuovere la rete come strumento di cambiamento sociale.

Per tutte le informazion guarda il sito internet di ‘U Web.

Alessio Neri

LiberaReggio LAB presenta il progetto ‘U Web – Internet come strumento di cambiamento sociale

La rete e le tecnologie digitali offrono un ampio spettro di opportunità per sviluppare nuove imprese, per accrescere le attività di soggetti no-profit, sviluppare cultura condivisa, diffondere informazione, limitare gli sprechi e favorire l’efficienza della pubblica amministrazione. La rete può dare una speranza di futuro in più ai giovani con spirito d’iniziativa e buone idee.

Vogliamo mettere insieme giovani startupper, esperti della rete, attivisti del no-profit, lavoratori e aspiranti tali del mondo della scuola e dell’università, giornalisti, blogger, innovatori di ogni genere per generare reti positive di valore per il territorio di Reggio e per i suoi cittadini.

Offrire opportunità di sviluppo alternative attraverso internet e la cultura dell’innovazione è uno degli obiettivi primari di ‘U Web, progetto promosso dall’ass. LiberaReggio LAB di cui terrearse.it sarà mediapartner.

‘U Web è un evento di due giorni in cui si susseguiranno barcamp, conferenze, workshop e momenti di aggregazione e networking per dare spazio a momenti informali di conoscenza che possono consentire lo sviluppo di nuovi contatti, scambi di idee, nascita di collaborazioni tra innovatori.

Per saperne di più visitate il sito Uwebproject.wordpress.com

Reggio Calabria2.0? Come ridurre il “Digital Divide” nella provincia di Reggio Calabria

“Reggiocalabria2.0? come ridurre il “Digital Divide” nella provincia di Reggio Calabria scenario, prospettive e idee” – 29 giugno 2012 ore 18.00, Sala Convegni Confindustria Reggio Calabria

In un momento storico ricco di cambiamenti, esistono diverse opportunità che devono essere colte, una di queste è data da quell’incredibile ecosistema creato dalla “digitalizzazione”.

In Italia, in Calabria e nella provincia di Reggio Calabria, è fondamentale che questo “fattore” venga seriamente preso in considerazione e che si intervenga in maniera

strutturale e programmata. L’infrastrutturazione immateriale ha una valenza pari e in alcuni casi anche superiore a quella data dalle infrastrutture materiali. Gran parte del mondo lo ha capito da tempo e negli ultimi 20 anni intere nazioni hanno migliorato sensibilmente il loro status grazie ad importanti investimenti in questo ambito.

Entrare nell’era digitale non è più una prospettiva, ma è una necessità, ogni ritardo si ripercuote sensibilmente sul PIL ma anche sull’aspetto sociale di una intera nazione.

Consapevole di questo grande gap, anche solo “informativo”, che vi è su questo argomento, il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Reggio Calabria ha deciso di dare vita ad una serie di incontri di sensibilizzazione sul tema del Digital Divide (Divario Digitale) e sulle possibili soluzioni per ridurlo, ma anche su idee e progetti che grazie al digitale nascono e creano occupazione anche in un momento storico come quello che stiamo attraversando.

Nasce così l’idea del barcamp (un non convegno) intitolato ““reggiocalabria2.0?” come ridurre il “Digital Divide” nella provincia di Reggio Calabria scenario, prospettive e idee”, che si terrà presso la sala convegni di Confindustria Reggio Calabria, il prossimo 29 Giugno alle ore 18.00.

Il format è diverso dal tradizionale convegno, infatti ogni relatore porterà il proprio contributo, presentando una esperienza o un progetto in 5 minuti e i presenti in sala potranno interagire con il relatore per altri 2 minuti. Questa prima iniziativa rientra in un progetto di sensibilizzazione che vedrà nei prossimi mesi altre iniziative, tese a stimolare tra i cittadini e gli imprenditori della provincia di Reggio Calabria il dibattito sulle grandi opportunità che sono insite nell’economia digitale.

Intelligenti e smart, come dovrebbero essere le città del futuro

Com’è? Come sarà? Come dovrebbe essere la città del futuro?

Il nostro immaginario è saturo a causa delle visioni cinematografiche e fantascientifiche ma la nostra realtà è ben lontana dal vivere una realtà ascrivibile a quel genere di finzione che negli anni ’70 e ’80 ha avuto il suo boom.

Molte di quelle tecnologie e di quei sistemi fantasiosamente immaginati adesso sono a nostra disposizione sul serio ma il loro utilizzo è decisamente lacunoso.

Non parlo di automobili volanti o di macchine del tempo sportive. Mi riferisco alle Smart cities e alla possibilità di organizzare le città del nostro globo in maniera più “intelligente”. Non solamente di urbanistica, ma di apporto sociale delle tecnologie digitali e di rete all’interno del tessuto urbano delle nostre città.

L’espressione “smart city” indica, ci dice wikipedia, ”in senso lato, un ambiente urbano in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. La città intelligente riesce a conciliare e soddisfare le esigenze dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, grazie anche all’impiego diffuso e innovativo delle TIC, in particolare nei campi della comunicazione, della mobilità e dell’efficienza energetica”.

Non esistono dei criteri univoci per stabile cosa e come deve essere una smart city, sono state però definite delle linee guida per una valutazione il più possibile “oggettiva” di una città intelligente. I settori di interesse sono:

  • smart economy: connessioni internazionali, livello di innovatività delle attività economiche, imprenditorialità, flessibilità del mercato del lavoro, immagine della città e livello di produttività;
  • smart mobility: accessibilità per i disabili, mezzi di trasporto pubblico sicuri e innovativi ed ecologicamente sostenibili, infrastrutture ICT;
  • smart environment: managment sostenibile delle risorse naturali, inquinamento, protezione dell’ambiente, attrative naturalistiche;
  • smart people: livello di scolarizzazione, mentalità aperta, approccio all’apprendimento in tutte le fasi della vita, pluralità etnica e culturale, partecipazione alla vita pubblica, flessibilità, creatività;
  • smart living: salute e benessere, accesso alla cultura, sicurezza individuale e delle abitazioni, educazione, attrattive turistiche, coesione sociale;
  • smart governance: partecipazione della cittadinanza nel processo decisionale, servizi pubblici e sociali, trasparenza.

Secondo l’ente europeo che ha definito questi criteri non sono moltissime le smart city in Europa e solo 4 sono le italiane (Perugia, Trento, Trieste ed Ancona) che rientrano nella classifica stilata.

Il rapporto tra amministrazioni, vita pubblica e cittadini va ripensato mettendo in rete la conoscenza di dati e informazioni di ogni genere che possano rendere la vita dei cittadini meno difficoltosa in quell’ottica di disintermediazione dei rapporti che la rete favorisce all’interno dei suoi nodi. Un buon esempio è sicuramente la città di Trento raccontata sulle pagine de Linkiesta.

I progetti e le proposte comunque fioccano e non solo nell’ottica di quell’Agenda Digitale e del decreto Digitalia che si attende entro il mese di giugno che dovrebbe fornire tutta una serie di strumenti legislativi volti a favorire l’ingresso delle telecomunicazioni e del digitale nel tessuto economico italiano.

Il mensile di innovazione Wired ha proposto di ricostruire la città de l’Aquila, distrutta dal terremoto e dalla presa in giro della ricostruzione, secondo i principi delle più avanzate “città intelligenti” mentre Milano ha già presentato i suoi progetti da realizzare in vista dell’Expo 2015.

E’ possibile visionare, apprendere e contribuire ad ingrossare la mole di idee riguardo le città del futuro grazie alla start up “Urbano creativo” che ha come mission proprio quella di mettere in rete idee fresche e innovative per città più vivibili ed intelligenti.

Alessio Neri

Photoshow 2012: le immagini della fiera per gli appassionati di fotografia digitale

foto di Alessio Neri

Articolo – Le nuove forme di fruizione musicale uccideranno la musica?

Il disco non può morire così. Per disco non intendo il supporto fisico che contiene e riproduce le canzoni, ma l’album, l’opera di un artista, il risultato del suo lavoro.

Al di là delle varie opinioni personali sulle modalità di realizzazione e immissione delle canzoni nel mercato musicale, è fuori discussione la profonda crisi di identità che la musica e la discografia stanno vivendo in questi anni. Gli album veri e propri, per come li conosciamo oggi, si sa sono un’invenzione relativamente recente. Prima si registravano canzoni e si stampavano 45 giri. Dopo, per ragioni promozionali, commerciali ed artistiche, qualcuno comprese che riunire una serie di brani in un solo prodotto aveva un senso, soprattutto se le canzoni in questione venivano ideate e registrate proprio in base a questa loro nuova destinazione, magari seguendo un concept ben preciso. Nacque così l’album, con un suo titolo, un suo formato, un suo suono ed una sua precisa collocazione nell’immaginario degli ascoltatori. Il passaggio da una fruizione di singole canzoni ad una fruizione di interi dischi segnò un confine importante, tanto che i ritmi delle uscite e delle pubblicazioni cominciarono presto ad’attestarsi su scadenze standardizzate, rispetto alle quali raramente ci si poteva permettere grandi libertà. Questa standardizzazione, più marcata nella musica pop, era tuttavia la stessa di ogni altro genere, fosse esso specifico o di nicchia.

Lo schema classico era quello di un album ogni due anni, preceduto da un primo singolo ed accompagnato da una forte promozione. Nome dell’artista, nome del singolo e nome dell’album dovevano essere chiaramente e facilmente identificabili.

Oggi, nel 2012, in linea del tutto teorica il criterio continua ad essere lo stesso. Le grandi major lavorano ancora così, proprio come negli anni sessanta, settanta, ottanta e novanta. La loro proposta musicale è ampiamente popolare, generalista, e dunque riescono a godere ancora di un buon numero di acquirenti del supporto fisico. Ma si tratta di pura sopravvivenza, di un modo di concepire la vendita e la promozione della musica che in realtà non ha più senso.

Internet ha stravolto tutto. Dapprima con i software che permettevano di scaricare musica, a partire dal famigerato Napster passando per Kazaa, Emule e Soulseek. Negli ultimissimi anni con lo streaming, come nel caso di Youtube. Per la stragrande maggioranza dei fruitori di musica in rete, i concetti di album, di tracklist e di cd hanno iniziato a perdere significato. Le esperienze di ascolto si fanno sempre più fugaci mentre le fonti sonore si moltiplicano e la soglia di attenzione precipita vertiginosamente.

Milioni di persone ascoltano canzoni “linkate” delle quali spesso non conoscono la data di registrazione, l’album di appartenenza, a volte addirittura ignorano l’artista ed il titolo. E’ un modo sempre più diffuso di sentire (ascoltare è ben altro!) le canzoni che, inevitabilmente, sta destabilizzando profondamente il mercato della musica.

E’ evidente la necessità di nuove regole, di nuove proposte ma soprattutto di nuove idee capaci di ridare al lavoro degli artisti la dignità che, di questo passo, andrebbero perdendo. Perchè se è vero che le grandi case discografiche continuano a vendere a prezzi ormai ridicoli (rispetto ad una concorrenza del tutto gratuita) i cd delle loro pop star, è anche vero che si tratta di pura sopravvivenza, basata solo sui numeri di un vecchio target in via d’estinzione e di quei pochi che non utilizzano internet o che hanno una sorta di adorazione per il disco fisico.

Le campagne contro la pirateria, nonchè le leggi, le regole e le imposizioni, come tutti sappiamo sono cosa risibile rispetto alla quantità enorme di file musicali che circolano liberamente da computer a computer in qualsiasi istante e per tutto il pianeta. Il punto infatti non è tentare di ostacolare le novità, ma riuscire ad organizzarle e a regolarle. Il mito della rete democratica che a tutto ci fa accedere e che tutto offre, forse è stato un po’ troppo esaltato.

Per quanto si possa essere promotori della musica libera, l’ascolto occasionale e distratto di una canzone su Youtube o su SoundCluod (a cui non segue il reperimento, in qualsiasi formato, del brano ad alta qualità) genera la frustrazione di almeno due soggetti: l’arista, che ha passato ore di lavoro in studio per riuscire ad avere un certo suono; il fonico, che ha passato altrettante ore a mixare un brano che poi, su Youtube, verrà diffuso a meno di metà della sua qualità.

Inoltre, recidendo definitivamente quel filo conduttore che lega un artista alla sua opera, un album alla sua data di pubblicazione e alle altre canzoni in esso contenute, si sta finendo per riportare la musica ad un livello pre-album, con la differenza però che oggi le canzoni non sono in vendita e che la qualità audio è molto peggiore.

Quali dovrebbero o potrebbero essere le regole capaci di arginare questa infausta tendenza? Beh, non sta a noi dirlo. Ma sicuramente era molto meglio quando scaricavamo gli album da Napster e ci assicuravamo che ci fosse anche la copertina in formato jpg. Nella peggiore delle ipotesi, ascoltare in giusta sequenza dodici canzoni in formato mp3 e qualità 192kbps è sempre meglio che premere “play” su un link per poi annoiarsi dopo 20 secondi e passare ad altro.

La musica non sarà la cosa principale della vita, ma sicuramente fa tanto per renderla più piacevole. Non uccidiamola con tale disinvoltura.

Nicola Casile