Reggio Calabria: una città che puzza di fogna e di bruciato non ha futuro

La città di Reggio Calabria non ha speranza e chi fa qualcosa per cercare di migliorarla, purtroppo, lo fa solo per evitare di morire di indifferenza. Tale sentimento  è encomiabile ma dalla scarsa efficacia.

Ieri sera un’ora prima che avesse inizio la finale dei campionati europei le colline sopra i quartieri di Catona e Gallico, a nord della città, hanno iniziato a bruciare. Lingue di fiamme appiccate dalla mano umana – alla casualità è inutile crederci ancora – sapientemente e con una tempistica perfetta. Come un po’ di giorni fa quando a bruciare sono state le colline di Pentimele e di Vito proprio tutto attorno alle facoltà di agraria e ingegneria, mentre contemporaneamente andavano a fuoco terreni nel quartiere di ciccarello, nella parte sud della città.

Ieri si è consumato l’ennesimo scempio di una strategia organizzata che a quanto pare non fa male alle persone. Sui siti internet dei giornali locali neanche una parola a riguardo, i signori dell’informazione locale che fanno man bassa di comunicati stampa ieri guardavano la partita deludente della nazionale italiana. Esattamente come me che con la coda dell’occhio ho seguito da una finestra del “catonese” lo scempio di questa terra senza futuro e il mio cuore si stringeva in una morsa dolorosa.

Reggio è una città dove tutti si riempiono la bocca di quante possibilità possano offrire le sue bellezze paesaggistiche viste come unica risorsa per poter immaginare un futuro un attimo più roseo del presente. La stessa città che non si scompone se il fuoco lambisce l’università o se distrugge ettari ed ettari di quello splendido paesaggio locale che ancora qualcuno usa per sbrodolarsi ipocritamente. Una città e dei cittadini che non si preoccupano, o vivono come folklore, il fatto che parti intere del suo territorio siano messe a ferro e fuoco da criminali con cui condividiamo i tavolini dei bar più in della città non ha futuro e tutte le parole dette a riguado sono buffonate. E’ necessario farsene una ragione.

Ieri in un’ora e mezza ho visto la mia terra andare a fuoco per mano di qualche mio onorevole concittadino. Mi si è chiuso il cuore e, probabilmente, ho capito una volta per tutte perchè in questo posto non ci voglio vivere. Come Faber non voleva condividere la stessa aria con i secondini io non voglio condividere la mia aria con gli ndranghetisti e con chi li appoggia, seppur indirettamente, vivendo come se niente fosse. Brave persone, si intende, ma senza un briciolo di amor proprio, senza una “nticchia” di sensibilità nel pretendere una sollevazione cittadina di fronte ad un’aggressione così plateale e prolungata nei confronti di quella città che a chiacchiere viene amata e nella pratica viene devastata.

Non mi riferisco certo alle scritte che imbrattano i muri del lungomare ma che sembrano preoccupare parecchio gli ipocriti, male minore di questa città e frutto di una cronica mancanza di spazi di espressione pubblica per i giovani, ma della sua terra delle sue piante dei suoi alberi, degli elementi che sono determinanti nel creare nel paesaggio unico dello stretto quella bellezza che tutti andiamo sbandierando sporcando i nostri bavaglini con la nostra stessa bava.

Gli incendi appiccati in orari serali fanno parte di una strategia precisa di intimidazione verso la città perchè i vigili del fuoco non possono farci molto e non solo per gli scarsi mezzi a loro disposizione.

I nostri vigliacchi compari fanno terra bruciata attorno ai cittadini che però non fanno una grinza. Nessuna mobilitazione, nessuna protesta, nessuna indignazione. I giornali che si fanno belli indicendo manifestazioni “civiche e sociali” per farsi pubblicità rimangono in silenzio e fanno bene, perchè a Reggio Calabria nessuno è interessato alla salvaguardia del proprio territorio. Le associazioni ambientaliste storiche e meno storiche sono impegnate su mille fronti, è vero. Ma è anche vero che non ultimo tra questi fronti è quello di farsi troppo spesso i fatti propri.

La bocca, meglio che con le chiacchiere, riempitela di arancini che almeno non si fa brutta figura.

Sia chiaro, fuoco e fiamme devastano mezzo mondo e spesso le cause sono dolose e sono da ricercare negli interessi privati di qualcuno. Altrettanto spesso capita che il fuoco devastante sia scatenato da disattenzioni e noncuranza. Ma qui, a Reggio Calabria, siamo di fronte ad una strategia ragionata e voluta e la popolazione è complice in una maniera disarmante.

Quando abbiamo immaginato questo magazine abbiamo ragionato tanto sul nome da dargli e il fatto che l’abbiamo chiamato “terrearse” e non (per rimanere in tema di botanica) “germoglio”, inconsciamente, ha voluto dire qualcosa. I nostri intenti erano e sono ancora assolutamente positivi e l’ottimismo ci tiene con estrema difficoltà a galla nel mare di merda che inonda e profuma questa città.

La profuma letteralmente, tutto intorno a quella cloaca che è il palazzo del comune o, per esempio, all’ospedale cittadino. Un giorno, quando chi di dovere vorrà si scoprirà perchè tanta puzza di fogna avvolge questa città e non in senso figurativo. E allora saranno risate per alcuni, lacrime per altri e indifferenza per la stragrande maggioranza dei cittadini che amano il cemento e che odiano la propria terra distruggendola quotidianamente in prima persona.

Alessio Neri
foto Claudia Toscano

la foto si riferisce alla devastazione della collina di Pentimele di qualche giorno fa

Gallico invasa, le foto del corteo in solidarietà con il Cartella

foto di Claudia Toscano

24-25 aprile 2012: il Centro Sociale Cartella compie dieci anni

Il 24 e il 25 aprile il Centro Sociale Cartella di Reggio Calabria è stato protagonista di una due giorni di arte, politica, musica e socialità. Un festa di compleanno per i suoi primi dieci anni attraverso la quale si è voluto fare il bilancio di un’esperienza intensa e significativa.

Nato ufficialmente il 25 aprile 2002, il Centro è stato il primo vero esperimento di centro sociale a Reggio Calabria. Per l’inaugurazione fu scelta la più simbolica e significative delle date possibili: la festa di liberazione.

Ed in un certo senso si trattò proprio di “liberazione”, se è vero che quel parco comunale fu liberato dall’abbandono, dal degrado e dall’incuria per essere restituito alla città, al quartiere e ai suoi cittadini.

Il recupero fisico di quella struttura, ad opera di un manipolo di testardi idealisti, fu un’esperienza avvincente ma soprattutto pioneristica, all’interno di una realtà cittadina che si mostrava già in gran ritardo nell’offerta di spazi sociali e culturali alternativi o, più precisamente, antagonisti.

L’inaugurazione fu un evento molto partecipato ed attirò l’attenzione della politica locale, in parte perplessa, in parte simpatizzante, in parte contraria all’esperimento. I primi giorni di attività del Centro riuscirono ad aggregare tutte quelle persone che – se nei mesi precedenti si erano mostrate diffidenti o poco convinte riguardo all’idea – una volta che l’idea si concretizzò non esitarono a sentirsene parte integrante. E risale ad una di quelle prime intense serate la memorabile diretta-intervista con Radio Touring, condotta dallo psichedelico agitatore Ciccio Svelo.

Da allora il Centro Sociale Cartella divenne un importante punto di riferimento per una non trascurabile fetta della popolazione reggina, ponendosi da subito come interlocutore politico locale nell’ambito di tutte le discussioni riguardanti i temi dei diritti, del territorio e dell’ambiente.

Anno dopo anno il centro ottenne attenzioni e consensi, il più importante dei quali è stato senza dubbio quello degli abitanti del quartiere che ne hanno riconosciuto il valore ed il ruolo, che in un certo senso riesce ad andare oltre una semplice identità politica e di pensiero.

Dieci anni dopo, il Centro Sociale Cartella continua la sua attività e segna un punto importante della sua storia (e della storia della città).

In prima linea in tutte le lotte contro la devastazione del territorio, contro lo smantellamento dei diritti e a favore dell’integrazione e della solidarietà, negli anni ha anche promosso musica, teatro e cinema, rivolgendosi a quel sostanzioso target di giovani e meno giovani che non si riconoscono nell’offerta generalista che la città offre. In fondo, forse, la funzione di uno spazio sociale è anche quella di contrastare l’appiattimento ideale, culturale e politico valorizzando le differenze e le diversità che sono, a nostro avviso, unico propulsore di crescita sociale.

Auguri al CSOA Cartella.

Nicola Casile

la foto è tratta dal profilo FB del CSOA