Cervelli emigrati e cervelli rimasti, adesso un social network li riunisce

E’ nato Innovaitalia.net, il social network dei cervelli italiani.

Il progetto messo in piedi dal Ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca e il Ministero per gli affari esteri ha l’obiettivo di far nascere una rete “social” e analogica tra ricercatori italiani emigrati in tutto il mondo e ricercatori rimasti in Italia.

La fuga dei cervelli è uno dei temi più socialmente tristi, economicamente e culturalmente rilevanti che riguardano la storia e l’attualità del nostro paese. E’ a conoscenza di tutti il fatto che molte delle menti più preparate del nostro paese riescono ad essere riconosciute e supportate nei loro progetti di ricerca presso istituzioni e università di primo livello in tutto il mondo. I settori in cui l’Italia esprime eccellenze sono praticamente tutti ma è incredibile che molte di queste persone siano costrette ad approdare a lidi lontani per essere messe a frutto e riconosciute come tali.

Il governo con Innovaitalia prova a mettere in piedi un percorso virtuoso di rete che consenta, grazie al web, di collegare le competenze emigrate con quelle rimaste. Le opportunità offerte dal nuovo portale vanno ben oltre i singoli forum tematici ma offrono strumenti per mettere in rete ricerche comuni e condivise così come proposte e progetti di ricerca innovativa per creare reali collaborazioni tra le istituzioni di ricerca dove lavorano italiani e i centri di ricerca nostrani.

Il web consente di abbattere facilmente frontiere geografiche nello scambio di conoscenza e idee. Innovaitalia punta su questo per dare un nuovo respiro alle propensioni creative e innovative del mondo della ricerca italiana e degli italiani.

Alessio Neri

Filosofi al potere (?)

Siamo sinceri: ci aspettavamo tutti molto di più dal governo Monti. Illusi dagli iniziali proclami all’insegna dell’equità (l’unica “equità” sinora riscontrata è stata quella di Equitalia), oltreché dalle tante e importanti riforme annunciate (liberalizzazioni economiche, lotta alla corruzione, tagli alle caste e ai “rimborsi” dei partiti, riforme del lavoro e della giustizia), abbiamo pensato che si potessero finalmente sradicare le lobby che strozzano l’Italia. Purtroppo Monti ed i suoi ministri non possiedono la forza necessaria per riuscire in quest’impresa, e dei loschi figuri che scalpitano alle loro spalle in attesa delle prossime elezioni è inutile parlare.

A nostra parziale discolpa, bisogna però dire che eravamo delle prede facili dell’eccessiva fiducia, per almeno due motivi. Primo: abbiamo creduto che il peggio, ossia i disastri e le figuracce berlusconiane, fosse passato (cosa parzialmente vera, peccato non basti un po’ di sobrietà per risollevare le sorti del nostro Paese). Secondo: ci siamo sentiti rassicurati in partenza dal fatto che la gestione della cosa pubblica veniva affidata ad esperti, ossia ai tecnici. Ma, guardando a quanto fatto sin qui dal governo Monti, viene da chiedersi: la conoscenza è davvero sinonimo di affidabilità? Il sapere comporta automaticamente il saper fare?

Proviamo ad allargare la nostra prospettiva per cercare una risposta. Per il Platone della Repubblica, forse la massima opera filosofica incentrata sulla gestione del potere politico, la suddetta questione non potrebbe neanche essere posta. Egli infatti definisce i sapienti, ossia i  filosofi, come coloro che, amando <<una scienza in grado di rivelar loro ciò che è eterno e non errante sotto la vicenda del nascere e del perire>> (Repubblica, libro VI), non possono fare a meno di concretizzare i temi delle loro speculazioni, giustizia e verità in primis, pena la caduta in astratti  sofismi. Tuttavia, constatando la derisione che il popolo-volgo è solita riservar loro, Platone così rilevava:

<<A meno che o i filosofi non regnino nelle città, o quelli che oggi han nome di re e di sovrani non prendano a nobilmente e acconciamente filosofare, e non vengano a coincidere la forza politica e la filosofia, e i vari tipi che ora tendono separatamente a un dei due campi non ne siano per forza esclusi; a meno che ciò non succeda non avran tregua alcuna dai mali le città, anzi credo neppure il genere umano […]. Ciò appunto è quanto da un pezzo mi rende dubitoso a parlare, vedendo quanto sia paradossale a dirsi: che è infatti arduo il vedere come nessun’altra città, né in privato né in pubblico, potrà mai esser felice>> (Rep, libro V).

Sembrerebbe dunque delinearsi in Platone la linea del disimpegno: il filosofo potrebbe accontentarsi di <<starsene tranquillo e farsi i fatti suoi, come uno che nella bufera si tragga al riparo sotto un muricciolo da polvere e grandine trasportata dal vento>>, ma in realtà si tratterebbe di una sconfitta, dato che all’interno di <<un reggimento politico adatto, egli stesso avrà maggior incremento, e con i suoi interessi personali salverà anche quelli comuni>> (Rep, VI).

Perciò Platone non rinuncia a proporre il suo ideale di uno Stato affidato ai reggitori-filosofi. Consapevole delle difficoltà a cui andrà incontro, egli stesso definisce la sua proposta un’utopia, nel senso, come scrive Francesco Adorno, di <<qualcosa che non può avere luogo se non come la presenza di una mancanza; essa si pone così come dover essere, come termine di realizzazione all’infinito, come ricerca sempre aperta, che deve ogni volta rinnovarsi nel quotidiano e faticoso coraggio di essere uomini>>. Incalzato dai suoi interlocutori su quale sarebbe la forma di governo adeguata al suo progetto, Platone, per bocca del suo daimon Socrate, risponde che nessuna delle forme di governo vigenti sarebbe all’altezza, specialmente la democrazia. Quest’ultima infatti viene definita dal filosofo come <<la più bella di tutte le costituzioni; come un abito variopinto e svariato d’ogni sorta di fiori, così questa, svariata d’ogni sorta di costumi, apparirebbe bellissima>>. Peccato che essa sia strutturalmente destinata a sfociare nell’<<insolenza e nell’anarchia, nella dissolutezza e nell’impudenza>> poiché <<l’eccesso della libertà in niente altro sembra convertirsi se non nell’eccesso della servitù, per l’individuo e per lo stato>> (Rep, VIII).

Arriviamo così al punto più discusso della concezione platonica dello Stato e della società. Quest’ultima, per essere gestita al meglio dalla sapientocrazia dei reggitori-filosofi, dovrebbe  costituirsi secondo un ordine ed una gerarchia inviolabili, pena l’ingovernabilità e la ricaduta nel caos. Ingovernabilità e caos che legittimavano anche il ricorso alla forza, ossia la tirannide. Certo, quella a cui pensava Platone era una tirannide “illuminata” dalle direttive dei filosofi, ma pur sempre di tirannide si trattava. E, se guardiamo anche alle direttive proto-marxiste proposte da Platone, possiamo capire il motivo di questo ricorso all’autorità.

<<È necessario che nessuno possegga una sostanza propria, salvo assoluta necessità. Poi che nessuno abbia un’abitazione e una dispensa, a cui non possa avere accesso chiunque lo voglia; e il necessario sostentamento, quanto può abbisognare a campioni di guerra temperati e coraggiosi, lo ricevano secondo un accordo dagli altri cittadini, qual mercede della custodia, tale che in un anno né loro sopravanzi né faccia difetto; che vivano in comune, come accampati, frequentando pasti comuni; oro e argento, dir loro che ne hanno sempre nell’anima uno divino, ricevuto dagli dei, e non hanno nessun bisogno di quello umano, e che non è lecito mescolare e contaminare il possesso del primo con quello dell’oro mortale, poiché molte ed empie cose sono accadute per il denaro corrente del volgo, mentre il metallo che è in loro è incorrotto; ma anzi ad essi soli fra quanti sono nella città non è lecito trattare e toccare oro ed argento, né di andare a star con essi sotto lo stesso tetto, né di metterseli addosso, né di bere da recipienti d’argento o d’oro. E così essi saran salvi, e salveranno la città. Ma quando si acquistassero una propria terra in privato possesso, e case e denari, diverranno amministratori e agricoltori anziché guardiani, e odiosi padroni anziché alleati degli altri cittadini, e passeran tutta la vita a odiare ed essere odiati, a insidiare ed essere insidiati, tenendo assai più e maggiormente i nemici di dentro che quelli di fuori, e correndo ormai allora vicinissimi alla rovina, loro e tutto il resto della città. Per tutte queste ragioni, conclusi, diciamo che così bisogna sian fatti i guardiani, circa le abitazioni e il resto, e questo prescriveremo per legge>> (Rep, III).

Certamente, bisogna contestualizzare le rigide direttive platoniche nel periodo storico in cui vennero concepite: un periodo caratterizzato da continue guerre, tensioni interne, carestie ed epidemie e che, dunque, richiedeva un governo saldo ed autoritario. Tuttavia non è forse un caso che l’unica esperienza politica di Platone a fianco dei tiranni siracusani Dioniso I e Dioniso II si rivelò fallimentare, tant’è che il filosofo, sospettato da Dionisio II di complottare contro di lui, fu costretto a fuggire dalla Sicilia nel 361 a.C. Almeno all’epoca non ci si poteva permettere di restare ancorati alla propria “poltrona” politica…

Raul Catalano

Il pantano dello stato blocca il futuro delle giovani generazioni

Il governo ha fatto un investimento a fondo perduto” sui giovani. Questo è quanto si legge nell’introduzione al primo “Dossier Giovani” redatto dalla Presidenza del Consiglio nel febbraio di quest’anno. Parliamo del governo Monti, è chiaro; il precedente governo non aveva alcun interesse nei confronti delle giovani generazioni. Peccato, però, che questi “investimenti” normativi ed economici più che a fondo perduto, ad oggi, sono perduti e basta.

Ormai è chiaro a tutti che chi ha meno di 35 anni in questo paese sta pagando cara l’irresponsabilità di generazioni precedenti che hanno speso ben oltre le loro possibilità (coadiuvate da partiti e sindacati complici e compiacenti). Oggi, in tempi in cui la finanza comanda la politica, tutti quei debiti contratti nei decenni scorsi li stanno “pagando” a caro prezzo i giovani. Il prezzo da pagare è talmente alto che – a parte qualche comunista dagli occhi bendati e/o seguace acritico di politicanti di sinistra che hanno ben pochi argomenti a riguardo – i giovani non si preoccupano più della pensione e non solidarizzano con coloro i quali devono lavorare qualche anno in più prima di raggiungere il fatidico momento per “sfondare il divano” (citazione fantozziana). Tutto sommato si tratta di qualche anno in più di stipendio al massimo della retribuzione con tredicesima e quattordicesima, ferie e malattie pagate, ore di permesso cui nessuno si può opporre ecc. Discorso a parte sarebbe da fare per i lavori fisicamente “corrosivi” ma sono state chiuse talmente tante fabbriche e talmente tanti cantieri che i discorsi che riguardano questi comparti entrano nel novero della legislazione per disoccupati più che per lavori usuranti.

L’attuale governo ha puntato molto sul miglioramento della condizione giovanile e nel febbraio scorso ha pubblicato anche un dossier che elenca e spiega tutti i provvedimenti presi in favore dei “giovani” senza tenere conto, ad esempio, della riforma sul lavoro che è arrivata successivamente e che, non me ne vogliano i comunisti, ha un occhio decisamente di riguardo nei confronti delle condizioni più critiche vissute dai giovani lavoratori e aspiranti tali di questo paese.

Il governo, bisogna dirlo, con qualche carta ci ha provato a migliorare la situazione. Il vero problema è che quando i provvedimenti escono dal Consiglio dei Ministri devono affrontare due scogli/barriere che non riservano alcun interesse nei confronti del bene comune e delle conseguenze dei provvedimenti da adottare. Sto Parlando del Parlamento italiano e della burocrazia (c’è chi la fa bella chiamandola Pubblica Amministrazione). Il primo è una cloaca frutto di una legge elettorale terribile e di un gruppo dirigente politico nazionale e regionale che dovrebbe essere spazzato via senza mezzi termini; il secondo è ancora patria di chi timbra il cartellino ad inizio e fine giornata ma, come descrive magistralmente Rocco Barbaro nei suoi spettacoli comici, tra un timbro e l’altro “non sa cosa deve fare…”.

Un esempio altamente simbolico? L’imprenditoria giovanile.

Sintetizzando la questione, il governo con i suoi provvedimenti sta provando a creare una sorta di “sistema” integrato di politiche che possano favorire lo spirito d’iniziativa giovanile dato che ad oggi solo il 5% delle imprese del nostro paese è guidato da persone con meno di 35 anni e perchè, soprattutto nei settori innovativi e di ricerca, abbiamo come sistema paese una quantità esagerata di competenze, menti e risorse sprecate, emigrate o pronte a farlo.

Dunque, il governo si è inventato le società a responsabilità limitata semplificate per i minori di 35 anni. Il governo ha previsto una quantità considerevole di sgravi fiscali per i giovani imprenditori all’inizio della loro attività. Il governo ha previsto un buon numero di agevolazioni per l’assunzione di giovani sotto i 35 anni nelle imprese (rivolte soprattutto all’assunzione di giovani qualificati). Il governo ha previsto un percorso più “corretto” per i giovani che vogliano intraprendere percorsi professionali come quello dell’avvocato o dell’architetto. La struttura normativa sembra abbastanza buona, a maggior ragione se integrata con una riforma del lavoro che prevede numerose agevolazioni per l’assunzione a tempo indeterminato a seguito di un processo/contratto di apprendistato e incentivi per le assunzioni al sud che sono, come sempre nella storia, ben più alti (il 50% circa) di quelli previsti per il resto del paese.

Eppure il baratro è sempre più vicino e non si allontana per niente. L’emigrazione verso l’estero non accenna a diminuire. Perchè se il governo ha fatto tutte queste cose per creare le condizioni le cose non cambiano? I fattori da considerare, per lo meno i principali, fanno parte di quel portfolio di strutture (o storture) di cui l’Italia può fieramente vergognarsi di fronte al mondo intero.

Primo, esistono dei poteri talmente forti che sono in grado di impedire la volontà del governo. Confindustria che minaccia di non assumere più dato che adesso gli viene imposto per legge che i contratti a progetto si devono pagare in maniera dignitosa e che gli stagisti non possono lavorare gratis al di fuori del periodo universitario (cosa che avviene in tutti i paesi “civili” non solo anglosassoni) o che i lavoratori con contratto di apprendistato hanno il diritto di essere formati con un investimento a carico dell’azienda. Da aggiungere c’è anche l’ostilità nei confronti dell’abolizione del famigerato “Collegato lavoro” di berlusconiana memoria che impedisce al lavoratore che vede violato il suo contratto di fare ricorso contro il datore di lavoro oltre i 60 giorni dalla fine naturale del contratto stesso.

Possiamo parlare anche del mondo delle professioni in cui i professionisti affermati ostacolano in tutti i modi il fatto che i tirocinanti debbano essere retribuiti o che il periodo di tirocinio deve avere inizio (per almeno 6 mesi!) mentre ancora l’aspirante professionista non è laureato. E cosa dire del fatto che le partite IVA se hanno un solo committente (che copre almeno il 75% degli introiti del professionista) devono essere assunte come dipendenti e finalmente fermare questa farsa della libera professione che fa tanto bene al capo e tanto male al “dipendente”?

Tutti questi interessi coercitivamente conservatori, volti al mantenimento dello status quo che ha portato noi under35 ad essere una delle generazioni più sfigate dell’Italia repubblicana, vanno a premere in Parlamento e nelle maglie degli apparati burocratici che bloccano, allentano, stravolgono i provvedimenti del governo che non sarà il più solidale ed equo della storia senza dubbio, ma che qualche idea positiva per i giovani l’ha tirata fuori.

Dunque, ci troviamo in una situazione per cui lo stato viola le sue stesse leggi che gli impongono di rilasciare lo statuto standard per le Società Semplificate a Responsabilità Limitata e di cui ancora non si ha traccia ben oltre il limite previsto dalla legge che le istituisce. La stessa situazione urta “la sensibilità” del ministro per lo sviluppo economico che dichiara di non poter mettere in pratica il suo decreto sulla crescita, rivolto soprattutto alla facilitazione dell’imprenditoria giovanile e all’assunzione di giovani qualificati (con un dottorato per gli under35 e con la laurea magistrale per gli under30) perchè non ci sono coperture economiche sufficienti.

La sostanza? Tutto è bloccato. Per i giovani, per le famiglie di questi giovani e per il paese tutto.

O il sistema paese si dà una mossa, o l’Italia diventerà l’ospizio d’Europa dove chi è stato fortunato (ma anche meritevole, sia chiaro) si gode la pensione (non quelle minime che continueranno a vivere nel disagio fino alla fine dei loro giorni), la sua tredicesima e la sua quattordicesima. Tutti gli altri se ne andranno.

Alessio Neri

Basta polemiche, il governo Monti è legittimo

Da quando è caduto l’ultimo governo Berlusconi e si è insediato l’attuale primo ministro Mario Monti in Italia si discute ampiamente sulla legittimità democratica di quest’ultimo perchè per molti la nomina dell’attuale premier da parte del Presidente della Repubblica è un’azione non democratica. Ma questo non è vero.

Si può discutere sul fatto che il sistema economico e l’impianto politico-istituzionale italiano, democraticamente parlando, non sia il migliore tra quelli possibili (ed immaginabili). E’ ormai sotto gli occhi di tutti che la democrazia delegata sottintende dei principi che tengono alla larga i cittadini (il demos) dai processi decisionali e legislativi dello stato.

Quando si discerne sulla legittimità di un governo, però, occorre fare stretto riferimento all’infrastruttura normativa e costituzionale che ne descrive il funzionamento, nello specifico occorre considerare la Costituzione Italiana (nei titoli che si occupano dell’organizzazione istituzionale della Repubblica) e la legge elettorale.

Nei quindici anni che ci precedono, e in particolare nelle elezioni del 2006 e del 2009, si è creata l’usanza di credere che il nome scritto sul logo del partito o coalizione che raccogliesse il maggior numero di voti fosse il nome del premier eletto dal popolo. Questa eresia porta molti cittadini a credere che la nomina di Silvio Berlusconi sia stata diversa da quella di Mario Monti. Niente di più falso. L’idea che i governi venuti fuori in seguito alle ultime due elezioni fossero stati eletti dal popolo è sbagliata ma ha portato molti (autorevoli e meno autorevoli) a sostenere che “Berlusconi era stato eletto” mentre “il governo Monti è il prodotto di un ‘colpo di stato’ soft, o qualcosa di simile”.

Secondo la nostra Costituzione è il Presidente della Repubblica (e non il popolo) che incarica il Primo Ministro di formare il governo ed esercitare il potere esecutivo. Questa nomina avviene dopo aver sentito tutti i rappresentanti dei partiti eletti nei due rami del Parlamento in seguito alle elezioni e verificata l’esistenza di una maggioranza parlamentare. Se non fosse per la legge elettorale, la matematica non impedirebbe che il premier e il governo siano espressione della volontà dei partiti che hanno la maggioranza in parlamento ma che possono anche non comprendere il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni. E’ davvero molto difficile che questo succeda, ma la nostra architettura istituzionale non lo impedisce.

Come per Prodi nel 2006 e per Berlusconi nel 2009 la procedura è sempre la stessa e d’altronde sono più di 60 anni che funziona così. Finite le elezioni i parititi eletti vanno dal Presidente della Repubblica e indicano il proprio candidato a premier, chi ha la maggioranza in parlamento ottiene il governo, a meno che i partiti non diano indicazioni di esponenti di minoranza (questo avviene ogni tanto in casi in cui c’è forte crisi politica e sociale). Allo stesso modo è stato nominato Mario Monti.

La prassi istituzionale è stata ampiamente rispettata. Nel momento in cui in Parlamento non era più presente una maggioranza in grado di approvare le leggi, i rappresentanti di tutti i partiti eletti si sono presentati al Presidente della Repubblica con la propria proposta. Napolitano ha verificato la disponibilità della maggioranza del parlamento verso il sostegno ad un governo di tecnici guidato dal professore Monti che (e quì è stata l’unica vera “astuzia” istituzionale) è stato nominato senatore a vita dallo stesso Napolitano poco prima di ricevere l’incarico di formare il nuovo governo.

Il Presidente della Repubblica non ha sciolto le Camere, portando il paese a nuove elezioni, perchè ha verificato l’esistenza di una maggioranza parlamentare a supporto del nuovo governo. Dunque tutto regolare, anche se molti storceranno il naso.

Quello che ci rimane è una “porcata” di legge elettorale che in numerosi punti mortifica la volontà popolare (già ai minimi termini in un sistema di democrazia delegata).

I punti più famigerati sono l’impossibilità di scegliere nome e cognome del proprio eletto, lasciando così in mano ai gerarchi di partito la scelta di deputati e senatori (che diventano completamente incontrollabili per il cittadino) con tutto quello che comporta in termini di responsabilità politica, e l’enorme premio di maggioranza che viene garantito alla coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti nelle urne. Con questa norma viene consegnata nelle mani della maggioranza “relativa” la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati (minimo 340 su 617 disponibili). Questo meccanismo impedisce, da un lato, che venga nominato un primo ministro che non sia espressione della maggioranza relativa (ma non assoluta!) dei cittadini e allo stesso tempo consente alla coalizione vincente di avere il controllo della Camera dei Deputati anche grazie a tutti quei nomi poco noti, inseriti a metà delle liste elettorali, che magari nessuno si sarebbe mai sognato di votare ma che ottengono il seggio grazie al premio di maggioranza.

Soprattutto grazie a questo in tutti i partiti è stato possibile imbarcare nullafacenti, voltagabbana e faccendieri di ogni genere e ridurre il Parlamento, che dovrebbe essere il principale organo legislativo e rappresentativo della volontà popolare, ad una cloaca.

Alessio Neri