I social network favoriscono l’autodistruzione del giornalismo o dei giornalisti?

Che nel nostro paese il mondo dell’informazione non sia molto sano nessuno lo può negare. Non mi riferisco solo all’atavico problema della mancanza di editori puri anche se sul web ne sono nati parecchi, alcuni dei quali si sono sviluppati con successo.

Il legame tra giornalismo e politica fa parte del nostro modello informativo cosiddetto polarizzato che è stato teorizzato e confermato da fior fior di studiosi. Dunque il fatto che ogni giornale, ogni testata, abbia un riferimento di tipo politico fa parte del nostro sistema generale di organizzazione pubblica, soprattutto dal momento che i giornali grazie a quei riferimenti politici ricevono un mucchio di soldi.

E’ anche per questo che nell’ultima classifica sulla libertà di stampa redatta da Reporter Senza Frontiere l’Italia risulta 61esima ma più in alto in classifica ci sono molte posizioni condivise a parimerito tra diversi paesi, per cui il nostro è, sostanzialmente, ben al di sotto della 61esima posizione. Di più, nell’ultimo anno (2011) la libertà di stampa è diminuita tanto da far registrare un peggioramento di più di 10 posizioni di questa classifica rispetto all’anno precedente.

Pur essendo critica la situazione non si può non essere contenti per l’uscita in edicola di un nuovo quotidiano: Pubblico, diretto da Luca Telese. In un contesto  giornalistico così “sottosviluppato” c’è vita facile per chi se ne esce con giornali che si propongono come “liberi”. In ogni caso la pluralità delle voci è sempre un plus da non sottovalutare specialmente quando, se dovesse essere confermato negli anni a venire, questa libertà non peserà sulle spalle dei contribuenti sotto forma di finanziamenti pubblici.

A mio parere, però, la vera crisi che sta attraversando il giornalismo italiano, insieme alle mille altre, è una crisi di contenuti e di serietà del mestiere.

Da anni esperti discernono sulla potenza travolgente dei social network e più in generale dei media sociali (sappiatelo, sono due cose diverse) all’interno del panorama informativo mondiale. Vuoi per uno stravolgimento organizzativo, vuoi per il “tempo reale” portato alle estreme conseguenze, vuoi perchè i professionisti di un settore “industriale” si sono dovuti re-inventare adattandosi alle trasformazioni tecnologiche delle proprie relazioni e redazioni.

Il dramma è proprio qui. Nel momento in cui le tecnologie di comunicazione spingono verso una inevitabile maggior responsabilità non solo del lettore, che deve valutare la serietà e la validità dell’informazione che riceve, ma soprattutto del giornalista l’asino casca. O meglio, conquista copertine, paginoni e titoloni nei TG.

La pigrizia del giornalista italiano (ma non solo) esplode prepotentemente nel momento in cui basta un tweet di un politico o uno status di facebook scritto da un personaggio pubblico per riempire una pagina o 2 minuti di servizio TV.

Verificare affermazioni e notizie? I social network con la scusa di dire che “lui ha scritto questo” hanno favorito l’abbandono totale di questa pratica giornalistica necessaria. Verificare, verificare, verificare (non è un caso se l’ho scritto tre volte).

I giornalisti mediocri, che sembrano essere la maggioranza dei giornalisti italiani e che riempiono le testate con le loro informazioni spazzatura, sono caduti totalmente nella trappola del facebook o del twitter di turno. Arrivati in estremo ritardo e solo al seguito dei personaggi pubblici che usano questi mezzi per rilasciare dichiarazioni senza alcuna domanda, ai pennivendoli nostrani non pare vero di poter alimentare la bagarre politica o su alcune importanti questioni pubbliche lavorando direttamente su una frase da 140 caratteri che dice tutto e sostanzialmente non dice niente, gonfiandola fino a 3000 battute.

La tristezza vien twittando, eppure ci sono esperienze giornalistiche nei nostri vicini europei che dovrebbero fare da esempio su quanto possano essere utili sistemi di comunicazione così immediata. Ci sono testate giornalistiche che insegnano ai propri reporter ad usare twitter e strumenti simili per raccontare dal vivo fatti ed eventi. Perchè quando “sei sul pezzo” anche se “per caso” tu giornalista puoi dare la possibilità ai lettori, veri editori di ogni giornalista che si rispetti, di essere informati.

Riempirsi di follower e spiare i profili facebook di personaggio più o meno conosciuti per tutta la giornata è quanto di più triste e ridicolo si possa immaginare da un professionista che fa un lavoro così bello come quello del giornalista.

In momenti così, quelli come me che credono che i social media possano favorire la partecipazione dei cittadini alla formazione di una conoscenza e informazione condivisa e partecipata sono in difficoltà. O meglio. Sono surclassati dalla pochezza di un mondo che piuttosto che innovarsi si chiude in se stesso, poltrendo e risparmiando.

Una generazione di giornalisti che cresce con questi modelli di riferimento insulsi  rischia di portare tutta la baracca al macero. Per fortuna che molti giovani reporter e aspiranti tali sono padroni dei nuovi mezzi e si confrontano da sempre in ambienti realmente multimediali. Sono loro il futuro. La mia speranza è che non ambiscano, stipendio a parte si intende, a diventare dipendenti di una di quelle testate tradizionali che sullo scadimento di qualità sta facendo la sua fortuna.

E’ proprio il caso di dire: la tristezza vien twittando…

Alessio Neri

Sciacallaggio Mediatico o Diritto di Cronaca?

In questi convulsi giorni la tv, i media, i giornali e il web ci stanno bombardando di “informazioni” o presunte tali, su vari fatti di cronaca, in primis il gravissimo terremoto in Emilia, ma anche l’attentato a Brindisi e altro ancora. Collegamenti estemporanei da trasmissioni di gossip al luogo del disastro, interviste a presunti esperti di sismologia e  geologia che prevedono nuovi terremoti catastrofici. Addirittura il noto blog del neo politico Grillo si è messo a vendere libri sul tema e  intervista sul suo blog  il geologo prevediterremoti Giuliani, con le sue ricerche sui gas radon, mai accreditate dalla comunità scientifica.  Nessun pudore nel’intervistare – con domande al limite del grottesco – gente in lacrime, dopo aver perso non solo beni materiali, ma i propri cari e i propri amici.

Qual’è il sottile limite da non oltrepassare,  per non far passare il sacrosanto diritto di cronaca per un atto di sciacallaggio puro?

Il diritto di cronaca (e d’informazione e di critica) deve essere innanzitutto ancorato a notizie vere e rientra nel più grande diritto dei cittadini all’informazione. Consiste nel diritto a pubblicare tutto ciò attinente a fatti e avvenimenti pubblici, che non spetta solo al giornalista, ma a chiunque, anche ai non iscritti all’albo dei giornalisti. E’ inoltre tutelato dall’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 e dall’art. 21 della nostra Costituzione, ma anche dall’Art. 11 della Carta di Nizza sulla libertà d’espressione e d’informazione e da molte sentenza della Cassazione. Per carità, ci sono anche degli obblighi e delle garanzie da taluni eccessi, come il trattamento dei dati personali e della privacy, carte deontologiche dei giornalisti e autorizzazioni del garante riguardo pubblicazione di dati sensibili.

Con tutto ciò non voglio assolutamente dubitare di questo fondamentale diritto, ma l’abuso e la spettacolarizzazione del dolore fatta iniziamente nei vari talk show, con ospiti e miscugli di discussioni tra l’imbarazzante e il raccapricciante; ed ultimamente anche dai quotidiani e da giornalisti sempre più scadenti e senza alcuna remora, non solo etica, ma soprattutto umana.

Abbiamo esempi che purtroppo si sono ripetuti negli anni, seguiti da sparute contestazione e niente più.

Gimes

Scopriamo “Il Dispaccio” di Claudio Cordova e Alessia Candito

Da pochissimi giorni è online una nuova testata giornalistica, coetanea della nostra terrearse.it, realizzata da due giovanissimi e bravi cronisti reggini, il suo nome è Il Dispaccio e i suoi fondatori si chiamano Claudio Cordova e Alessia Candito. Entrambi nomi noti a chi segue l’informazione locale e non solo.

Nell’ultimo anno il panorama dell’informazione made in Reggio Calabria si è ampiamente allargato, soprattutto per il fatto che registrare una testata giornalistica ha dei costi più che abbordabili (meno di 200 euro) e la realizzazione di un sito web fatto bene tutto sommato costa molto meno che organizzare e distribuire un giornale cartaceo.

Sono così sorti numerosi siti di informazione locale, molti dei quali concentrati sulla cronaca territoriale o che, comunque, hanno un forte radicamento con il territorio dello Stretto.

Molto più difficile è fare buona informazione. Da questo punto di vista è molto interessante l’esperienza di Claudio e Alessia (ricordiamo anche la collaborazione di Paolo Ficara per quanto riguarda la redazione sportiva) perchè senza dubbio si pongono nel panorama dell’informazione locale come dei punti di riferimento. All’interno di un ambiente di dubbia qualità come dimostra, per esempio, uno dei più seguiti siti web di informazione reggina che riempie la sua homepage di articoli non firmati che sono comunicati stampa copia-incollati (nel momento in cui sto scrivendo su 30 articoli in homepage solo 9 sono firmati), la bravura e il coraggio di due giovanissimi ma già esperti reporter che si mettono in proprio e diventano davvero indipendenti fa ben sperare.

L’informazione è un bene comune che ha una funzione pubblica necessaria in una società libera. Sappiamo bene che la società reggina è parzialmente libera ed è per questo che abbiamo voluto saperne di più, direttamente dalla penna di Claudio Cordova, su questa nuova avventura giornalistica, fatta da giovani e che ha ancora tutto il futuro davanti a se.

Cosa mancava all’informazione calabrese e reggina prima della nascita de Il Dispaccio? Qual è il ruolo che intendete svolgere all’interno di un panorama dell’informazione online locale che ultimamente si è arricchito molto?
All’informazione, in Calabria, manca sempre qualcosa. O, meglio, di informazione, in Calabria, non ce n’è mai troppa. Con Il Dispaccio, noi cercheremo di coniugare la velocità dell’aggiornamento in tempo reale (fondamentale per un giornale online nel 2012), con gli approfondimenti, le inchieste, le riflessioni. Alla gente serve conoscere subito ciò che accade, ma alla gente bisogna anche dare notizie il più possibile accurate, fornire chiavi di lettura diverse da quelle “ufficiali”. Noi abbiamo già iniziato a portare avanti quest’idea di giornalismo.

Anche voi, come la redazione di terrearse.it, siete circa trentenni. A Reggio tantissimi gruppi di giovani hanno deciso di usare il web come strumento per emanciparsi (ed emancipare) da una realtà davvero difficile, molti lo hanno fatto creando informazione in maniera autonoma o cercando di lavorare nel settore. Secondo voi l’informazione può essere vista davvero dai giovani come un’arma di riscatto contro l’indifferenza che ha devastato il nostro territorio?
La professione del giornalista può essere svolta solo se si sente dentro un moto perenne, continuo, una voglia incessante di lavorare. A spingere i giovani e i meno giovani ad avvicinarsi a questo mestiere spero sia stata proprio la passione. Sicuramente è un buon segnale, soprattutto se ogni nuova realtà intenderà il mestiere di giornalista come un elemento in grado di rappresentare un punto di rottura rispetto all’appiattimento della realtà e della società in cui viviamo.

Insieme a Il Dispaccio avete messo in piedi anche un’associazione. Oltre alla buona informazione quali saranno gli altri vostri ambiti di azione?
La nostra associazione culturale, “Quadrante Sud”, ha tra le linee guida inserite nello statuto, quelle dello sviluppo di un’idea forte, radicata, di legalità e di cultura. Ci impegneremo e lotteremo sempre per mantenere questi due concetti come elemento caratterizzante del nostro operato. Un operato che, comunque, nei nostri intenti non si limiterà alla cura del Dispaccio (che sarà sempre e comunque fondamentale), ma che includerà anche eventi e iniziative, soprattutto con i giovani, per fare, oltre che informazione, anche formazione.

Come mai avete deciso di realizzare un progetto locale piuttosto che offrire le vostre qualità e competenze su un ambito/mercato nazionale? Sappiamo bene che avete le carte in regola… Cosa vi spinge a realizzare il vostro progetto editoriale proprio a Reggio?
Reggio Calabria è la nostra città. Io sono sempre rimasto qui, la mia collega Alessia Candito, che con me ha dato l’anima per Il Dispaccio, vi è invece tornata dopo anni in giro per l’Italia e per il mondo. La nascita del Dispaccio, secondo me, può anche essere intesa come un atto d’amore verso questa città e questa regione più in generale. E’ un tentativo di fare qualcosa per i luoghi in cui siamo nati e cresciuti ed è anche un tentativo, rivolto ai nostri coetanei, affinché questa terra non venga spopolata delle personalità migliori.

Una domanda un po’ piccante devo farvela (e in realtà è anche un po’ una critica dal mio punto di vista di semplice lettore), so che mi capirete. Ad una prima occhiata, la strutturazione dei contenuti e il layout della homepage hanno molte similitudini con altri due noti siti di informazione reggini (www.strill.it e www.newz.it). Per esempio, non è possibile commentare gli articoli. Come mai questa scelta? Non credete sia controproducente?
Abbiamo cercato di dare al giornale un’impronta professionale e, passatemi il termine, “vintage”. Per questo abbiamo scelto (ma quasi nessuna scelta è irrevocabile) di partire così, pur specificando, sin dall’editoriale di presentazione, che saremo sempre dalla parte della gente e che con la gente, attraverso il confronto e le lettere che arriveranno in redazione, vogliamo essere sempre in stretto contatto. Anzi, se posso ribaltare la domanda: staccando i contributi, i consigli e, perché no, le critiche, dagli articoli e pubblicandoli in maniera autonoma, cercheremo di dare ancor più risalto alla voce dei lettori.

Dal punto di vista economico come vi sostenete? Abbiamo visto che avete degli sponsor che hanno creduto in voi sin da subito, ma non credo basti affinchè sia un progetto sia economicamente sostenibile. Che obiettivi avete da questo punto di vista?
Come dicevo siamo un’Associazione Culturale che, per raggiungere i propri fini previsti dallo Statuto, metterà a disposizione degli spazi sul proprio sito alle aziende che vorranno fornirci un contributo volontario. Noi in questo progetto crediamo fermamente, non l’avremmo avviato se fosse stato diversamente…

Grazie mille e in bocca al lupo!!!
Grazie a voi e crepi il lupo!

articolo e foto di Alessio Neri