Stanno Sciogliendo il Sud

Il Sud si sta sciogliendo. Non come può sembrare, dal punto di vista ambientale o idrogeologico. Ma per Mafia.

Sono 217 i comuni sciolti in Italia, per infiltrazioni di tipo mafioso dal 1991 ad oggi. Tutto nasce per la prima volta col Decreto Legge 31 Maggio 1991 n° 164, (dopo la cruenta faida di Taurianova) che inserisce l’art 15-Bis alla legge 55/1990, poi convertito in legge e con le successive modifiche, fino al “pacchetto sicurezza” del 2009. “D. legge sulle “Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, conseguenti a fenomeni  di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso”. 

Inutile nascondere, che di questi enti locali, gli unici 3 al nord sono Bordighera, Ventimiglia e Leini (i precedenti Bardonecchia e Nettuno). Tutti i restanti sono al Sud Italia, con in testa la Campania, ed a seguire si contendono la medaglia d’argento Calabria e Sicilia.

L’iter è paradossalmente semplice per questi comuni (stesso iter per Asl commissariate): il Ministero dell’Interno spedisce una commissione d’accesso di tre membri, che per 3 mesi valuta tutti gli atti e i documenti del comune e i soggetti in questione. I 3 mesi possono essere eventualmente prorogabili per ulteriori 3. Successivamente, se si accerta l’infiltrazione, il Presidente della Repubblica dispone lo scioglimento e consegna il comune in mano al prefetto che nomina una Commissione “straordinaria” (con uguali poteri amministrativi di una giunta comunale)  fino a successiva elezione e comunque per un massimo di 24 mesi.

Gli ultimi in ordine temporale sono i territori di Gomorra: Castelvolturno, Casapenna e Casal di Principe, ma anche Mileto e Bagaladi in Calabria. Ma l’elenco è interminabile, da Salemi e Racalmuto a Bova Marina e Platì, arrivando a Pagani e Gragnano. Sicuramente adesso il caso più eclatante è Reggio Calabria, dove la commissione d’accesso sta verificando eventuali condizionamenti, dopo l’affaire Fallara, i condizionamenti nella società mista Multiservizi e l’arresto del consigliere comunale Plutino, nel periodo in cui ad essere stato sindaco è l’attuale governatore della Regione, Scopelliti.

La situazione per alcuni comuni è davvero drammatica. Solo per dare un dato statistico, il comune di Casal di Principe è stato sciolto per tre volte e ben 36 comuni sono stati sciolti due volte. E’ duro e complicato in molte realtà eliminare il malaffare dal settore pubblico, che senza dubbio, soprattutto al Sud e in particolare in alcune paesi, rappresenta l’unico reddito per molti abitanti. Disarmanti e arrendevoli anche le dichiarazioni di Piero Grasso che ha dichiarato “che ci sono zone del paese dov’è lo Stato che deve infiltrarsi e fatica a farlo”.  Anche questa legge, come molte altre, oltre ad essere fatta in preda al raptus del sensazionalismo che si attraversava negli anni ’90, presenta diverse criticità.

Nel caso venga dimostrato che il comportamento di un amministrazione è stato sviato dalle proprie finalità, interviene appunto la legge, con finalità però preventive e non punitive. Mi spiego meglio. Si dimostra che l’amministrazione era composta da personaggi collusi o condizionabili che non perseguono l’interesse comune, si azzerano gli organi politici, ma senza nessuna repressione di carattere punitivo verso gli amministratori.

Considerato ciò, la maggiore responsabilità è del cittadino che ha espresso quel personaggio politico con il suo voto e, per quanto deleghi alle forze dell’ordine e allo magistratura la tutela della propria comunità, è lui stesso che dentro la cabina elettorale deve fare la scelta giusta.

Gimes

Donne di mafia

« Mi dissero: “Mamma questa è vita secondo te?” E allora gli ho detto: “Cosa volete da me? Cosa volete che io faccia?” Ero disperata, non riuscivo più nemmeno a controllare le mie figlie. E loro mi hanno detto: “Perché non dici la verità? Collabora!”»…

…« Mi manca la mia terra, il mare, il sole, ma mi piace questa nuova Carmela: mi sento pulita, libera, sono una persona normale come tutti, non sono più impigliata in quella ragnatela che è la mafia, che ti stringe fino a non farti più respirare. La mafia non finirà mai, fino a quando la gente, i commercianti, gli imprenditori e i politici continuano ad abbassare la testa e ad aver paura di dire no e di denunciare…allora sì che la mafia non finirà mai».

La testimonianza di Carmela Iaculano, sposa di un mafioso e successivamente divenuta collaboratrice di giustizia, è solo una delle tante storie di donne, mogli, sorelle e figlie  nate e cresciute all’interno di famiglie mafiose, tra i cosiddetti “uomini d’onore”.

Il ruolo della donna all’interno delle organizzazioni criminali ha sempre avuto importanza rilevante.

Le mogli dei mafiosi  dovevano e devono mostrare al mondo la rispettabilità della famiglia di appartenenza con orgoglio e fierezza. Sono state sempre nell’ombra e all’ombra dei mariti. Madri e allevatrici di futuri mafiosi, è sempre spettato loro il compito di conservare e trasmettere quei “valori mafiosi”, quali l’onore, l’omertà, la vendetta che hanno da sempre contraddistinto il mondo dell’anti-Stato . Le “donne d’onore” non “fanno parte” ma “appartengono” all’organizzazione mafiosa nel senso più letterale del termine:  ne “sono proprietà”, solo perché sono nate da padre mafioso o sposate ad uomini affiliati.

 Ma recenti indagini hanno portato a galla una realtà fatta di donne non più (o almeno non solo) sottomesse alla volontà di padri e mariti padroni, ma a delle vere e proprie macchine da guerra che, in assenza dei mariti,  assumono il pieno controllo dell’organizzazione. Quello che ne è emerso, è  uno spaccato inedito, che coinvolge a pieno titolo l’universo femminile, il volto più nascosto della criminalità, di cui si parla meno, ma non per questo di minore importanza.

Come ha affermato lo stesso Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, le donne di mafia rappresentano un punto di forza all’interno delle cosche, sono una sorta di valore aggiunto. Oltre a comunicare al mondo esterno la potenza del sistema mafioso, esse hanno assunto ruoli di preminenza all’interno delle famiglie.  Sono loro che assistono e aiutano i mariti nella loro latitanza, loro controllano le attività criminose, dal traffico di armi e stupefacenti al riciclaggio di denaro sporco. Vigilano sull’andamento delle estorsioni, riscuotono le tangenti e sono intestatarie di beni appartenenti al sodalizio tra le famiglie. Sono le mogli a curare i rapporti con l’esterno, prodigandosi di far arrivare a destinazione notizie e istruzioni provenienti dalle carceri o dai luoghi di latitanza. Sono sempre loro,  macchiate dal sangue delle faide, delle vendette e degli omicidi , che inveiscono contro le forze di polizia e vanno a messa tutte le domeniche.

A quanto pare, quel sistema descritto troppo spesso e per molto tempo con coppole e lupare in un contesto di ignoranza e arretratezza, si è dimostrato abile ad adattarsi e mimetizzarsi nella società, rivalutando completamente il ruolo delle donne. Chissà, magari sono stati influenzati o sensibilizzati dalle  lotte femministe, o magari hanno semplicemente dedotto, che le consorti sarebbero state delle buone coperture per i loro traffici, essendo da sempre e solo considerate ( anche dalle istituzioni) “l’angelo del focolaio”.

Nell’ agosto 2007, nei giorni che succedettero la strage di Duisburg, la madre del minorenne ucciso, Teresa Giorgi si presentò al funerale vestita di bianco come segno di perdono verso gli assassini.  «Noi abbiamo perdonato –disse- ed ora chiediamo che in questo Paese i cuori si aprano alla pace e alla serenità.» Fu un gesto che colpì gran parte dell’opinione pubblica, attirando plausi e consensi.  Ma ai più attenti non sfuggì quella piccola linea di demarcazione che fece e fà la differenza! Auspicare la pace nel Paese, tra le famiglie, dire “No alle faide ”, non equivale ad un “No alla ‘ndrangheta”. Fu un messaggio che evidenziò a pieno la realtà mafiosa! Già perchè molto spesso si tende a collocare il tutto tra il bianco e il nero, dimenticando le sfumature, le zone grigie, quelle costituite da chi sa ma non parla, da chi convive e condivide quotidianamente la propria vita con tali parassiti! Vicini, concittadini, amici che con la loro omertà fanno più male del male stesso! L’importante è che non ci siano morti ammazzati! Che importa se le nostre terre vengono avvelenate, se i nostri figli sono costretti ad allontanarsi dalla propria terra per trovare un lavoro, che importa se un cittadino onesto per curarsi deve trasferirsi al nord, a causa di un sistema sanitario sull’orlo del baratro, quasi totalmente dissestato da infiltrazioni mafiose e una gestione politica inetta e a volte accondiscendente con ambienti poco raccomandabili?! L’importante è non far parlare di sè, non far clamore sui giornali e sui tg nazionali!

Ma accanto a questi tristi episodi, vi sono anche e per fortuna storie  di donne dell’antimafia. Donne, che pur cresciute in quel contesto, non accettano di stare accanto a criminali, non condividono nulla di quel mondo e tanto meno vogliono farne parte. Preferiscono un futuro incerto all’omertà e al sangue dei morti ammazzati.

Eroine, che hanno dato la loro vita pur di far crescere i propri figli lontano da quel mondo criminale.

Ed è dall’esempio di queste donne, tra le quali  Lea Garofalo che  è stata punita con la morte e sciolta nell’acido per aver raccontato ai magistrati gli affari della cosca gestita dal marito,  che dovrebbe partire una vera e propria rivoluzione civile che includa cittadini e istituzioni. Come non citare Angela Montagna, la “mamma coraggio” d’Italia. Scomparsa recentemente, dopo una grave malattia, fu protagonista di una storia che la Nazione non ha mai dimenticato. Essa fu per tutti esempio di madre e cittadina forte e coraggiosa, combattendo per due anni, per far ritornare il figlio a casa, rapito dalla ‘ndrangheta.

Nel rispetto di queste donne, perché il loro sacrificio non venga reso vano, perché queste morti non rappresentino una sconfitta totale dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, servirebbe una sorta di “primavera italiana”, scaturita da principi e valori che si discostano nettamente dalla mentalità mafiosa, contornata invece da un forte senso di responsabilità civica, espletata in qualsiasi gesto quotidiano.

Per quanto riguarda il ruolo delle donna, la giurisdizione dovrebbe iniziare ad allontanarsi dall’aprioristica presunzione d’innocenza di quest’ultime. Pur riconoscendo il fatto che alcune, forse molte di loro, vivano in una condizione di paura per se stesse e per i loro figli, vi sono situazioni in cui l’universalità della legge, il senso civico e la responsabilità dovrebbero prevalere anche sui legami familiari.

L’art. 384 del codice penale che prevede in alcuni casi l’impunità per i familiari, non dovrebbe essere usato come un privilegio per le donne di mafia. Concorso, favoreggiamento,  partecipazione all’associazione mafiosa ,frode processuale, complicità e “copertura delle latitanze”, soprattutto per quanto riguarda i  processi di mafia, dovrebbero essere perseguiti in qualsiasi caso non solo moralmente, ma anche giuridicamente.

La battaglia contro gli atteggiamenti omertosi è innanzitutto una battaglia culturale, civile e politica, che deve partire prima di tutto da chi sta in prima linea. “Subire”, “acconsentire” ,  “ sottostare”  sono termini che non possono più essere accettati. Il muro della criminalità può essere abbattuto solamente attraverso il coraggio e la determinazione di chi dice no ai compromessi! Scalfire, giorno dopo giorno, quel muro che preclude futuro e libertà, rappresenta il vero investimento sociale, economico e politico a cui tutti dovremmo ambire.

«Certo dovremmo ancora per molto tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo, non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».

Da Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, 1991.