Della criminalizzazione di fuori corso e disoccupati ai tempi di Monti

E’ da un po’ di tempo che circolano notizie e pseudostatistiche sul peso economico e sociale di una manica di banditi che lucrano astutamente alle spalle dello Stato, meglio noti come “fuori corso”. Non abbiamo ancora dimenticato la battuta di Michael Martone del team Monti, sui 28enni non ancora laureati definiti in termini sottilmente istituzionali come “sfigati”, che oggi la spending review propone di tassare ulteriormente i fuori corso. Ciò è la riprova che presso il governo si promuove una certa polarizzazione ideologica: parassiti buontemponi pigri sfaticati da un lato, martiri dell’efficienza incompresa dall’altro – dove i secondi tassano i primi, naturalmente, rieducandoli a suon di insulti (“sfigati” docet), perle pseudoneoliberiste di saggezza e tasse.

La logica appare un po’ la stessa della criminalizzazione ideologica del disoccupato: si tende a far passare per parassita quello che, spesso, subisce delle inefficienze e delle miopie istituzionali.

Certo, nessuno può escludere che molti studenti pascolino pigramente nelle università, e questa è per l’appunto la rappresentazione corrente che si fa – e, sembra, conviene fare – dei fuori corso. Al contempo trascurare che una grande percentuale di fuori corso lavora e non può permettersi di non farlo, che magari ha anche figli e al contempo non intende rinunciare a studiare, e in ciò è completamente sola, è un tantino disonesto.

Ce lo dicono, fra l’altro, le statistiche di Eurostudent, secondo cui oltre il 40% degli studenti (dati 2009) lavora: va da sé, precariamente. Quest’ultima precisazione è fondamentale: per fare un esempio, la legge delle 150 ore per il diritto allo studio concesse a chi lavora non vale – come la maternità, la malattia, le ferie e quant’altro – per chi è precario e lavora magari in nero.

Gli studi richiedono dedizione, tempo, energie, risorse economiche tali che lo studente, per rispettare la durata normale dei corsi di studio avrebbe bisogno di essere mantenuto per anni dalla famiglia – unico vero grande welfare italiano -, magari non abbiente, magari precaria anch’essa. Ciò evidentemente non è sempre possibile. Studiare laureandosi in tempo e al contempo dover lavorare per mantenersi, fra l’altro, gli studi, è impresa che neanche i supereroi. Eppure lo Stato oggi chiede ai giovani proprio questo. Come per la ministra Fornero il lavoro non è un diritto, e sono i giovani difettosi di una qualche specie di qualità morale (magari genetica?) di frainteso stacanovismo che li porterebbe naturalmente a lavorare qualora la possedessero; così per gli autori della spending review i fuori corso (per soffermarci solo su quest’aspetto dell’emendamento) sono dei buontemponi che succhiano risorse all’università e allo stato, che per parte loro, vere “vittime”, fanno il possibile.

Ora, una riflessione seria sull’eliminazione degli sprechi e l’acquisizione di risorse richiederebbe che si chiamasse in causa la vera realtà delle università italiane. La fonte dei loro sprechi sono davvero i fuori corso? Se lo sono, in virtù del 40% di studenti lavoratori di cui sopra, ciò è anche per l’incapacità istituzionale di garantire il diritto allo studio, questo concetto astratto che trova assai scarsa realizzazione in Italia. Nel 2009, circa il 65% degli studenti non ha ricevuto alcun aiuto economico, considerando che la ristretta fetta di beneficiari di borse non può contare su più di 1600 euro di sostegno, che in un anno sono veramente pochi e che non permettono a chi non può fare diversamente di non lavorare.

Le istituzioni non fanno nulla per garantire la possibilità di studiare anche a chi non può permettersi di non lavorare. Anzi, a quanto sembra, penalizzano proprio coloro che dovrebbero sostenere. Il risultato è disperatamente classista: solo chi ha a monte una famiglia con un reddito alto può studiare e laurearsi in tempo. E oggi chi è ricco potrà permettersi di pagare più tasse se fuori corso, chi non lo è, no. E’ l’ennesimo incentivo ad abbandonare gli studi, in sostanza.

Qual è la vera fonte di sprechi delle università? Non pretendiamo di esaurire il problema in poche battute, ma ci sembra quanto mai curioso attribuire nel maxiemendamento ai soli fuori corso il carico degli stessi. Le nostre università non brillano notoriamente affatto per trasparenza, meritocrazia, efficienza: il cosiddetto baronato e annesso blocco del turn over delle docenze è solo un esempio di un sistema farraginoso che gli autori della spending review hanno evidentemente dimenticato. Alla luce del suddetto articolo sui 4,4 miliardi che i fuori corso costerebbero allo Stato, verrebbe da suggerire analoga analisi sugli sprechi che queste falle determinano sul sistema università in Italia, con annesso enorme costo per la collettività. Fuori corso compresi.

Inoltre se il 56% dei laureati nel 2010 era fuori corso, fossi il governo qualche domanda me la farei. Davvero oltre la metà degli studenti è, come piace pensare, “bambocciona”? Strano, no? Caspita che popolo di sfaticati gli italiani. Riformiamo gli italiani, allora, se le cose stanno così.

Per l’appunto, il pedagogist… ehm ministro Martone – simbolo della scuola di pensiero dell’attuale governo, imperniata sul concetto di scaricabarile delle responsabilità istituzionali sulla coscienza individuale – dice di voler “spronare i giovani”. Riecco il ritornello già cantato da Fornero, del lavoro che non è un diritto. Cos’hanno in comune le due prospettive? Una contraddizione: da un lato, un pedagogismo dell’ultim’ora, da Stato paternalista che impartisce lezioni morali alla popolazione (“studiate e lavorate insieme e laureatevi anche in tempo”; “rimboccatevi le maniche: se non trovate lavoro è colpa vostra”), la quale evidentemente è difettosa delle virtù richieste dal mercato che per contro funziona nel migliore dei modi; dall’altro, tale pedagogismo sembra funzionale a giustificare mosse istituzionali improntate alla deresponsabilizzazione: il contrario, cioè, del paternalismo. Il concetto è, infatti, sempre lo stesso: “fatti vostri, noi non c’entriamo. Quindi pagate”.

Ecco il diagramma: criminalizza una categoria, attribuendole la colpa – cioè il costo – di sprechi e inefficienze, e secondo la logica del “nemico ideologico” avrai la tua giustificazione all’introduzione di nuove tasse. La gente penserà che è giusto tassare i buontemponi, il governo apparirà buono e giusto, e intanto per gli “sfigati” fuori corso che spesso lavorano e pensa un po’ pretendono anche di studiare, le tasse aumentano. L’ombra del sospetto dello spreco viene distolta dalla sua vera fonte, e gettata sulla cosiddetta povera gente. Come per il lavoro che non è un diritto, valutazione che esclude i privilegi della casta politica e i redditi alti dalla critica, uguale uguale. Tac, perfetto: falso moralismo a scopo di tassa.

Sarebbe dunque giusto supertassare i fuori corso solo se in Italia esistesse davvero il diritto allo studio (permettere di non lavorare a chi non ha risorse allargando il ristrettissimo target e la portata delle borse di studio, per esempio; o ancora ideare un sistema per la conciliazione genitorialità/studio) e se l’università funzionasse in modo trasparente, meritocratico, razionale, “efficiente”. Allora si sgombrerebbe il campo dalle responsabilità istituzionali del “fuori corsismo” e si potrebbe eventualmente addebitare allo studente fuori corso la colpa di esserlo.

Denise Celentano

Filosofi al potere (?)

Siamo sinceri: ci aspettavamo tutti molto di più dal governo Monti. Illusi dagli iniziali proclami all’insegna dell’equità (l’unica “equità” sinora riscontrata è stata quella di Equitalia), oltreché dalle tante e importanti riforme annunciate (liberalizzazioni economiche, lotta alla corruzione, tagli alle caste e ai “rimborsi” dei partiti, riforme del lavoro e della giustizia), abbiamo pensato che si potessero finalmente sradicare le lobby che strozzano l’Italia. Purtroppo Monti ed i suoi ministri non possiedono la forza necessaria per riuscire in quest’impresa, e dei loschi figuri che scalpitano alle loro spalle in attesa delle prossime elezioni è inutile parlare.

A nostra parziale discolpa, bisogna però dire che eravamo delle prede facili dell’eccessiva fiducia, per almeno due motivi. Primo: abbiamo creduto che il peggio, ossia i disastri e le figuracce berlusconiane, fosse passato (cosa parzialmente vera, peccato non basti un po’ di sobrietà per risollevare le sorti del nostro Paese). Secondo: ci siamo sentiti rassicurati in partenza dal fatto che la gestione della cosa pubblica veniva affidata ad esperti, ossia ai tecnici. Ma, guardando a quanto fatto sin qui dal governo Monti, viene da chiedersi: la conoscenza è davvero sinonimo di affidabilità? Il sapere comporta automaticamente il saper fare?

Proviamo ad allargare la nostra prospettiva per cercare una risposta. Per il Platone della Repubblica, forse la massima opera filosofica incentrata sulla gestione del potere politico, la suddetta questione non potrebbe neanche essere posta. Egli infatti definisce i sapienti, ossia i  filosofi, come coloro che, amando <<una scienza in grado di rivelar loro ciò che è eterno e non errante sotto la vicenda del nascere e del perire>> (Repubblica, libro VI), non possono fare a meno di concretizzare i temi delle loro speculazioni, giustizia e verità in primis, pena la caduta in astratti  sofismi. Tuttavia, constatando la derisione che il popolo-volgo è solita riservar loro, Platone così rilevava:

<<A meno che o i filosofi non regnino nelle città, o quelli che oggi han nome di re e di sovrani non prendano a nobilmente e acconciamente filosofare, e non vengano a coincidere la forza politica e la filosofia, e i vari tipi che ora tendono separatamente a un dei due campi non ne siano per forza esclusi; a meno che ciò non succeda non avran tregua alcuna dai mali le città, anzi credo neppure il genere umano […]. Ciò appunto è quanto da un pezzo mi rende dubitoso a parlare, vedendo quanto sia paradossale a dirsi: che è infatti arduo il vedere come nessun’altra città, né in privato né in pubblico, potrà mai esser felice>> (Rep, libro V).

Sembrerebbe dunque delinearsi in Platone la linea del disimpegno: il filosofo potrebbe accontentarsi di <<starsene tranquillo e farsi i fatti suoi, come uno che nella bufera si tragga al riparo sotto un muricciolo da polvere e grandine trasportata dal vento>>, ma in realtà si tratterebbe di una sconfitta, dato che all’interno di <<un reggimento politico adatto, egli stesso avrà maggior incremento, e con i suoi interessi personali salverà anche quelli comuni>> (Rep, VI).

Perciò Platone non rinuncia a proporre il suo ideale di uno Stato affidato ai reggitori-filosofi. Consapevole delle difficoltà a cui andrà incontro, egli stesso definisce la sua proposta un’utopia, nel senso, come scrive Francesco Adorno, di <<qualcosa che non può avere luogo se non come la presenza di una mancanza; essa si pone così come dover essere, come termine di realizzazione all’infinito, come ricerca sempre aperta, che deve ogni volta rinnovarsi nel quotidiano e faticoso coraggio di essere uomini>>. Incalzato dai suoi interlocutori su quale sarebbe la forma di governo adeguata al suo progetto, Platone, per bocca del suo daimon Socrate, risponde che nessuna delle forme di governo vigenti sarebbe all’altezza, specialmente la democrazia. Quest’ultima infatti viene definita dal filosofo come <<la più bella di tutte le costituzioni; come un abito variopinto e svariato d’ogni sorta di fiori, così questa, svariata d’ogni sorta di costumi, apparirebbe bellissima>>. Peccato che essa sia strutturalmente destinata a sfociare nell’<<insolenza e nell’anarchia, nella dissolutezza e nell’impudenza>> poiché <<l’eccesso della libertà in niente altro sembra convertirsi se non nell’eccesso della servitù, per l’individuo e per lo stato>> (Rep, VIII).

Arriviamo così al punto più discusso della concezione platonica dello Stato e della società. Quest’ultima, per essere gestita al meglio dalla sapientocrazia dei reggitori-filosofi, dovrebbe  costituirsi secondo un ordine ed una gerarchia inviolabili, pena l’ingovernabilità e la ricaduta nel caos. Ingovernabilità e caos che legittimavano anche il ricorso alla forza, ossia la tirannide. Certo, quella a cui pensava Platone era una tirannide “illuminata” dalle direttive dei filosofi, ma pur sempre di tirannide si trattava. E, se guardiamo anche alle direttive proto-marxiste proposte da Platone, possiamo capire il motivo di questo ricorso all’autorità.

<<È necessario che nessuno possegga una sostanza propria, salvo assoluta necessità. Poi che nessuno abbia un’abitazione e una dispensa, a cui non possa avere accesso chiunque lo voglia; e il necessario sostentamento, quanto può abbisognare a campioni di guerra temperati e coraggiosi, lo ricevano secondo un accordo dagli altri cittadini, qual mercede della custodia, tale che in un anno né loro sopravanzi né faccia difetto; che vivano in comune, come accampati, frequentando pasti comuni; oro e argento, dir loro che ne hanno sempre nell’anima uno divino, ricevuto dagli dei, e non hanno nessun bisogno di quello umano, e che non è lecito mescolare e contaminare il possesso del primo con quello dell’oro mortale, poiché molte ed empie cose sono accadute per il denaro corrente del volgo, mentre il metallo che è in loro è incorrotto; ma anzi ad essi soli fra quanti sono nella città non è lecito trattare e toccare oro ed argento, né di andare a star con essi sotto lo stesso tetto, né di metterseli addosso, né di bere da recipienti d’argento o d’oro. E così essi saran salvi, e salveranno la città. Ma quando si acquistassero una propria terra in privato possesso, e case e denari, diverranno amministratori e agricoltori anziché guardiani, e odiosi padroni anziché alleati degli altri cittadini, e passeran tutta la vita a odiare ed essere odiati, a insidiare ed essere insidiati, tenendo assai più e maggiormente i nemici di dentro che quelli di fuori, e correndo ormai allora vicinissimi alla rovina, loro e tutto il resto della città. Per tutte queste ragioni, conclusi, diciamo che così bisogna sian fatti i guardiani, circa le abitazioni e il resto, e questo prescriveremo per legge>> (Rep, III).

Certamente, bisogna contestualizzare le rigide direttive platoniche nel periodo storico in cui vennero concepite: un periodo caratterizzato da continue guerre, tensioni interne, carestie ed epidemie e che, dunque, richiedeva un governo saldo ed autoritario. Tuttavia non è forse un caso che l’unica esperienza politica di Platone a fianco dei tiranni siracusani Dioniso I e Dioniso II si rivelò fallimentare, tant’è che il filosofo, sospettato da Dionisio II di complottare contro di lui, fu costretto a fuggire dalla Sicilia nel 361 a.C. Almeno all’epoca non ci si poteva permettere di restare ancorati alla propria “poltrona” politica…

Raul Catalano

Basta polemiche, il governo Monti è legittimo

Da quando è caduto l’ultimo governo Berlusconi e si è insediato l’attuale primo ministro Mario Monti in Italia si discute ampiamente sulla legittimità democratica di quest’ultimo perchè per molti la nomina dell’attuale premier da parte del Presidente della Repubblica è un’azione non democratica. Ma questo non è vero.

Si può discutere sul fatto che il sistema economico e l’impianto politico-istituzionale italiano, democraticamente parlando, non sia il migliore tra quelli possibili (ed immaginabili). E’ ormai sotto gli occhi di tutti che la democrazia delegata sottintende dei principi che tengono alla larga i cittadini (il demos) dai processi decisionali e legislativi dello stato.

Quando si discerne sulla legittimità di un governo, però, occorre fare stretto riferimento all’infrastruttura normativa e costituzionale che ne descrive il funzionamento, nello specifico occorre considerare la Costituzione Italiana (nei titoli che si occupano dell’organizzazione istituzionale della Repubblica) e la legge elettorale.

Nei quindici anni che ci precedono, e in particolare nelle elezioni del 2006 e del 2009, si è creata l’usanza di credere che il nome scritto sul logo del partito o coalizione che raccogliesse il maggior numero di voti fosse il nome del premier eletto dal popolo. Questa eresia porta molti cittadini a credere che la nomina di Silvio Berlusconi sia stata diversa da quella di Mario Monti. Niente di più falso. L’idea che i governi venuti fuori in seguito alle ultime due elezioni fossero stati eletti dal popolo è sbagliata ma ha portato molti (autorevoli e meno autorevoli) a sostenere che “Berlusconi era stato eletto” mentre “il governo Monti è il prodotto di un ‘colpo di stato’ soft, o qualcosa di simile”.

Secondo la nostra Costituzione è il Presidente della Repubblica (e non il popolo) che incarica il Primo Ministro di formare il governo ed esercitare il potere esecutivo. Questa nomina avviene dopo aver sentito tutti i rappresentanti dei partiti eletti nei due rami del Parlamento in seguito alle elezioni e verificata l’esistenza di una maggioranza parlamentare. Se non fosse per la legge elettorale, la matematica non impedirebbe che il premier e il governo siano espressione della volontà dei partiti che hanno la maggioranza in parlamento ma che possono anche non comprendere il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni. E’ davvero molto difficile che questo succeda, ma la nostra architettura istituzionale non lo impedisce.

Come per Prodi nel 2006 e per Berlusconi nel 2009 la procedura è sempre la stessa e d’altronde sono più di 60 anni che funziona così. Finite le elezioni i parititi eletti vanno dal Presidente della Repubblica e indicano il proprio candidato a premier, chi ha la maggioranza in parlamento ottiene il governo, a meno che i partiti non diano indicazioni di esponenti di minoranza (questo avviene ogni tanto in casi in cui c’è forte crisi politica e sociale). Allo stesso modo è stato nominato Mario Monti.

La prassi istituzionale è stata ampiamente rispettata. Nel momento in cui in Parlamento non era più presente una maggioranza in grado di approvare le leggi, i rappresentanti di tutti i partiti eletti si sono presentati al Presidente della Repubblica con la propria proposta. Napolitano ha verificato la disponibilità della maggioranza del parlamento verso il sostegno ad un governo di tecnici guidato dal professore Monti che (e quì è stata l’unica vera “astuzia” istituzionale) è stato nominato senatore a vita dallo stesso Napolitano poco prima di ricevere l’incarico di formare il nuovo governo.

Il Presidente della Repubblica non ha sciolto le Camere, portando il paese a nuove elezioni, perchè ha verificato l’esistenza di una maggioranza parlamentare a supporto del nuovo governo. Dunque tutto regolare, anche se molti storceranno il naso.

Quello che ci rimane è una “porcata” di legge elettorale che in numerosi punti mortifica la volontà popolare (già ai minimi termini in un sistema di democrazia delegata).

I punti più famigerati sono l’impossibilità di scegliere nome e cognome del proprio eletto, lasciando così in mano ai gerarchi di partito la scelta di deputati e senatori (che diventano completamente incontrollabili per il cittadino) con tutto quello che comporta in termini di responsabilità politica, e l’enorme premio di maggioranza che viene garantito alla coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti nelle urne. Con questa norma viene consegnata nelle mani della maggioranza “relativa” la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Deputati (minimo 340 su 617 disponibili). Questo meccanismo impedisce, da un lato, che venga nominato un primo ministro che non sia espressione della maggioranza relativa (ma non assoluta!) dei cittadini e allo stesso tempo consente alla coalizione vincente di avere il controllo della Camera dei Deputati anche grazie a tutti quei nomi poco noti, inseriti a metà delle liste elettorali, che magari nessuno si sarebbe mai sognato di votare ma che ottengono il seggio grazie al premio di maggioranza.

Soprattutto grazie a questo in tutti i partiti è stato possibile imbarcare nullafacenti, voltagabbana e faccendieri di ogni genere e ridurre il Parlamento, che dovrebbe essere il principale organo legislativo e rappresentativo della volontà popolare, ad una cloaca.

Alessio Neri