Eva Mon Amour – lo specchio, l’aspirina e una serata da rifare!

Increscioso episodio accaduto a Reggio nell’ambito della musica live, italiana e rigorosamente d’autore.

Durante la serata inaugurale dell’attuale Sunset Boulevard, per tanti ex discoteca Top Club di Mosorrofa, avevano da poco cominciato a suonare gli Eva Mon Amour, una band composta da tre musicisti dell’entroterra laziale che si sono guadagnati in questi anni una credibilità e una posizione di prestigio a livello nazionale, quando ad un tratto, dopo appena tre canzoni, il chitarrista Corrado Maria De Santis viene avvicinato da uno degli organizzatori della serata che gli comunicava di eseguire l’ultimo brano perchè ormai si era andati troppo oltre l’orario previsto, dato che dopo il concerto era prevista una serata disco. Il cantante, Emanuele Colandrea chiude il concerto sotto gli occhi increduli dei presenti. Disapprovazione, disappunto, rabbia, sbigottimento e stupore, sono solo alcune delle parole che posso utilizzare per dare un’idea dell’atmosfera.

Avvicinati immediatamente gli organizzatori per ottenere delle spiegazioni, mi viene detto che non avrebbero potuto fare altrimenti, dato che i tavoli precedentemente prenotati, e a  quanto pare lautamente pagati per il doposerata cominciavano a riempirsi e gli ospiti incalzavano per la fine del concerto e l’inizio della loro serata a ritmo di tunz tunz.

Un concerto cominciato troppo tardi, vuoi per un service arrivato incompleto e in ritardo, vuoi per la gente che non è mai puntuale, vuoi che si è dovuto anche aspettare che gli apripista del concerto i “The Syndrome” concludessero la loro esibizione, si è cominciato intorno all’una di notte con un ritardo sulla tabella di marcia di circa tre ore. Ma tutto ciò giustifica un simile comportamento? Dato che l’immenso locale dispone anche di un’altra sala, seppur più grande e dispersiva, non sarebbe stato meglio dirottare tutto nell’altra e far si che la serata si concludesse nel migliore dei modi? Con difficoltà sicuramente, ma senza le conseguenze che necessariamente deriveranno da questa infelice decisione presa da un’incerta organizzazione. Le scuse e le promesse di porre rimedio al tutto, non sono certo tardate ad arrivare, sia nei confronti della band che nei confronti di chi ha aspettato quasi un anno ed ha anche pagato un biglietto per poterli ascoltare.

Qualche giorno dopo, il cantante Emanuela Colandrea, ci ha concesso una chiacchierata a proposito non solo dell’accaduto ma soprattutto del nuovo album  Lo specchio e l’aspirina, appena uscito e che già vede i suoi primi risultati. Infatti il video del singolo che apre l’album “Si stava meglio prima” (ft Rodrigo D’Erasmo e con la regia di Jacopo Rondinelli) ha incassato un bel secondo posto alla VI edizione del concorso Nickelclip per i videoclip italiani indipendenti, “per la capacità di rappresentare con toni visionari e grotteschi temi di attualità sociale, in una stagione in cui i valori etici sembrano perdersi all’orizzonte”.

Ma passiamo a noi, Emanuele tornerete a Reggio Calabria?
Per me non ci sono problemi, sono intollerante con le persone, non con i posti. Le scelte di tornare o meno dipenderanno da alcune garanzie che provvederemo a prenderci. Le cose quando succedono, accadono per negligenza di molti. Alla fine la verità sta sempre nel mezzo, anche se sto mezzo non si trova mai;

Come mai la scelta d’intitolare l’album Lo specchio e l’aspirina? Sabato mi hai detto che non c’è una motivazione reale..
Ma no dai ce l’ha, sta scritto dappertutto, su tutti i giornali calabresi;

Ma non voglio scopiazzare le altre interviste, voglio saperlo da te:
Beh..lo specchio simboleggia il fare i conti con se stessi e soprattutto fare i conti con le conseguenze di tutte le scelte che facciamo, e l’aspirina è un po’ il simbolo del mal di testa del giorno dopo. Dev’essere letta come una conseguenza. Lo specchio, il fatto dell’identità, di quello che abbiamo fatto la notte. Dato che sono le conseguenze che conosco di più allora è stato chiamato aspirina;

Quanto ci avete messo per preparare questo disco?
Circa un paio di mesi;

E per quanto riguarda i testi, li scrivi tutti tu da solo o ti avvali della collaborazione  di qualcuno?
No no, li scrivo tutti io;

A proposito di questo, una cosa mi ha sempre incuriosito e affascinato degli artisti, l’ispirazione! Cosa ti spinge a scrivere? Quanto c’è di tuo, quanto di ciò che ti circonda e del vissuto degli altri?
Io penso per esperienza, avendo conosciuto e avendo amici in questo campo vedi che molti lo fanno, e lo facciamo in modo diverso, poi io ho le mie convinzioni, che per certo non puoi comporre in modo distaccato, esprimi un punto di vista sia pure oggettivo. Anche se descrivi una semplice storia l’hai guardata con i tuoi occhi e questo quindi sbilancia da qualche parte il risultato finale;

Anche perché mettendo una parola piuttosto che un’altra, tu poni l’accento su un discorso piuttosto che in un altro
Si, deriva dai tuoi ascolti e dalle tue letture il modo in cui vai ad esprimere determinate cose, già ci sta il tuo background che non è poco, e poi gli devi dare tempo. Certe volte le idee ti vengono in macchina, ma certe altre volte devi prendere lo strumento in braccio. C’è chi come Dylan diceva che le canzoni stavano nell’aria e lui le acchiappava e chi come me pensa che è un po’ di più, ci devi buttare un sacco de ozio, ci devi investire tempo, alle volte ti metti là e non ti viene un cazzo, altre volte invece ti vengono tante cose, ma poi non lo so da che dipende..se lo si sapesse uno si metterebbe li e creerebbe un modus operandi che funzioni sempre;

Si ma molto se non tutto è talento
A parte quello, ma poi c’è chi prende la chitarra e scrive con una corda sola, ci sono ragazzi che non la sanno suonare e si aiutano solo con le toniche. Per me già se cambi chitarra ti cambia lo scenario, se la chitarra è buona hai un certo suono e altre atmosfere che ti arrivano sullo stomaco, perché ti vibra in un maniera differente lo strumento in braccio. Se suoni con o senza chitarra, con o senza batteria, amplificato o meno, è tutto abbastanza consequenziale, e in realtà penso anche causale, poi più tempo ci spendi e più idee possono venire, sempre se hai una base di talento dietro;

Da quanto tempo fai il musicista?
Io più che altro scrivo canzoni, e suono un sacco di strumenti senza averli mai studiati, più che li uso mi fanno comodo per usare la voce, per usare le parole ed è per questo motivo che non ho mai suonato in una cover band, non son così capace. Non puoi fare robe tue, alcune scelte potrebbero risultare artistiche e se suoni in una tribute band questa cosa non la puoi fare, devi sapere quello che fai, devi riprodurre. Ho cominciato quasi da subito a scrivere cose terribili che poi suonavano malissimo, poi c’è anche della maestria in quello, impari, ti specializzi nello scrivere. Vanno bene le idee, il flusso di parole ma ci vuole un sacco di lavoro, anzi un sacco di gusto più che di talento e d’ispirazione;

..e anche esperienza
è tutto insieme, è l’alchimia di tutto;

a quanti anni hai scritto la prima canzone?
Ero grandicello 22/23 anni;

Hai sempre saputo che questa sarebbe stata la tua strada?
come si dice dalle parti mie..volevo giocare a pallone!

Ah volevi fare il calciatore?
Si ho sempre giocato a calcio e da bambino era quello che volevo fare, la chitarra ho cominciato a suonarla abbastanza tardi, ascoltavo molta musica ma non suonavo strumenti, in realtà erano i miei fratelli che studiavano musica, adesso loro fanno tutt’altro e io faccio il musicista. Ma è più capitato. Mi sono messo a scrivere canzoni, qualcuno mi ha dato retta, hanno cominciato a dire “lo sai fare” e sono arrivati subiti i primi risultati a livello locale, le prime pacche sulle spalle e da lì poi uno continua per molti motivi, come quando scegli la scuola perché c’è andato tuo fratello o per la ragazzetta/o che ti piace, e io ho cominciato a suonare perché mi piacevano le persone che avevo attorno nell’ambiente musicale e poi sono andato avanti. La passione è venuta durante.

Ma ti chiedi ancora cosa farai da grande?
No, ho deciso che grande non ci divento più!

Ah si? Estirpiamo il problema dalla radice. Ma con gli altri della band, Fabrizio e Corrado, vi conoscevate già, eravate amici,oppure vi siete trovati dopo?
No, li ho conosciuti suonando, non siamo dello stesso posto, anche se vicini. Io suonavo in un gruppo con alcuni ragazzi delle mie parti, e in serate miste dove suonano i gruppi locali, quelle in cui non te pagano, perché giustamente le pretese cominciano a venire molto dopo, ci siamo conosciuti, e ti conosci personalmente, qualche gusto musicale in comune, e decidi di… ed è stato così che ho cominciato, con Corrado soprattutto all’inizio. Poi altri molti altri.

Ma Fabrizio c’era nel vostro precedente gruppo Cappello a cilindro?
Si, si è perso solo i primi demo, ma non i dischi e i live.

Come mai si sono sciolti i Cappello a cilindro?
Beh cosi come ci si lascia, ci si scioglie, come uno cambia strada o città;

Amori che finiscono amori che ricominciano
Ma si..era cosa del tutto naturale, dolorosa e naturale. A livello di band quando suoni tanto è comunque dura, perché dormi più con loro che con chiunque altro, vivi dei momenti fantastici insieme che poi risultano pesantissimi quando la convivenza diventa forzata ed è inevitabile che finisca a schifio;

Collaborazioni importanti: Jacopo Rondinelli, come siete arrivati a lui?
eh l’abbiamo chiamato! Come abbiamo fatto con chi l’ha preceduto, l’abbiamo contattato e proposto il pezzo e poi ci si mette d’accordo, non è sicuramente un nostro amico, non l’ho mai visto di persona;

Questi tre dischi se li volessi accostare ad un colore o ad un’immagine?
Escludiamo il primo intanto per il discorso che ti ho fatto prima, è un disco che non mi piace quasi per niente, non mi ci riconosco tanto preferisco sempre parlarne poco, a livello musicale. Gli altri a che colore?….Bianchi, perché sono istintivi, e l’istinto mi dice bianchi, è il colore più neutro, e non è mai il colore preferito di nessuno, c’è chi spara rosso o amaranto, il bianco è più naturale ed è quello che alla fine li racchiude tutti;

Progetti futuri, i più imminenti, ci puoi dare qualche anticipazione?
Tornare a Reggio Calabria, e poi vedere come va il giro che stiamo facendo e faremo;

Come sta andando il nuovo disco?
In realtà era la seconda o terza data quella calabrese, l’abbiamo presentato appena sabato scorso a Roma, quindi siamo partiti adesso, per quello che ho visto, se uno deve andare nella serata di sabato a cercare qualcosa di positivo, ho visto persone che sono venute lì in quel posto sperduto, hanno pagato il biglietto ed erano molte di più dell’altra volta, e su facebook di pacche sulle spalle, dopo tutto quello che è successo, ce ne sono state parecchie e pure messaggi di conforto, inoltre nella data cosentina, per quello che ci hanno detto è uno dei posti abbastanza ostici dove andare ad organizzare degli eventi, infatti forse non ci siamo capitati spesso proprio perché non se ne fanno tanti, quindi pure il pubblico non è formato o abituato, e mi sembra che sono andati e se i numeri aumenteranno ancora di più vuol dire che sta succedendo qualcosa di buono. Si vedono i risultati rispetto a quello che è stato in precedenza e a mi sembra che stia andando bene.

Siamo comunque all’inizio e poi il mondo dei live è sempre un po’ particolare, un po’ difficile, e non sempre va per la maggiore
Io facevo i confronti soprattutto con i live nostri passati in terre calabre, queste due tappe avevano un clima da concerto, nel senso che hai quella sensazione che qualsiasi cosa tu faccia sul palco la gente ti viene dietro, e quelle sono belle sensazioni, ti danno la misura di quello che ti succede senza considerare i numeri. Il silenzio diventa molto partecipativo quando tutti stanno zitti nel momento giusto, e quel tipo di partecipazione è venuta fuori.

La canzone alla quale sei più legato? di questo disco e degli altri
Ma ci sono più canzoni alle quale non sono legato. Sono legato a quasi tutte, alcune mi piacciono meno, ma tipo “Si stava meglio prima” mi ha divertito proprio scriverla.

Cosa prometti a te stesso per il futuro?
D’informarmi meglio prima di andare a suonare,

E qualcosa di un po’ più romantico?
Cosa prometto? i fiori me li sono regalati.. beh che se mi cambiassi la panda non me la rifarei, non mi piace la nuova;

Una domanda che non ti hanno mai fatto e che vorresti ti facessero, anche una curiosità che magari hai dentro e non ti hanno mai dato l’opportunità di esprimere. Questa ammetto che la rubo sempre alla mia collega Letizia
Si curiosità sui testi soprattutto, ti capita sempre che sui testi ti fanno le domande sbagliate,nel senso, io reputo migliori testi su cui nessuno quasi mai mi viene a chiedere niente, ma questo è il mio punto di vista e quindi viziato dal conoscere troppo del pezzo e diciamoci la verità, molto probabilmente è pure un punto di vista sbagliato.

Ma perché Eva Mon Amour?
Beh perchè si..in realtà quando l’abbiamo scelto, che era subito dopo i Cappello a Cilindro, volevamo mettere un nome abbastanza neutrale, l’idea che avevamo era di scegliere qualcosa che non fosse legato nè storicamente nè a livello d’immaginario a qualcosa come lo era Cappello a Cilindro, che è già un nome molto evocativo e selettivo. Ti faceva pensare a determinati tipi di mondi, ma con gli Eva pensavamo di scrivere canzoni non tanto diverse, ma che ti lasciasse a livello creativo la possibilità di andare in più posti rispetto al precedente progetto, e di seguire di più l’istinto disco per disco;

Cosa ascolti di solito?
Mah sono molto legato al folk degli anni ‘70 e poi sono un dylaniano convinto, se esiste il dylanismo, quel flusso creativo, e molta musica italiana, come De Gregori.

A proposito ne approfitto per farti un’ultima domanda, l’altra volta parlavamo di altri personaggi che fanno cantautorato, come Giuradei o Lo Stato Sociale, come lo vedi il panorama musicale di adesso, dei live o di tutto quello che si discosta. Sei per i reality o per la gavetta sul campo?
Sono per la gavetta per quello che voglio fare io, non esiste una verità nemmeno in questo, reputo che ci siano persone e artisti molto portati per i reality e facciano bene ad andarci. C’è molta proposta e la cosa è positiva però c’è il rovescio della medaglia della troppa proposta, che comunque appiattisce un po’ l’ascoltatore.

Bene grazie, grazie mille e speriamo di rivederci molto presto, Reggio vi aspetta!!

articolo e foto Claudia Toscano

Un’estate a tutto live! – VillaZuk -

L’ennesima estate è passata, anche se non sembra dato il clima estivo che continua imperterrito sui 30°, ma a riportarci con i piedi per terra ci pensano bene studio, lavoro e chi più ne ha più ne metta, facendoci dire addio a notti brave e birre in spiaggia.

Ogni anno città e dintorni si risvegliano dopo mesi di freddo e letargo per far rivivere, anche e soprattutto, posti lontani dal nostro quotidiano e li colorano d’iniziative, persone e perché no, anche di panini e salsicce, accompagnati da dell’ottimo vinello nostrano, che si sa fa sempre buon sangue.

Parliamo, non solo d’iniziative storiche e importanti come il Paleariza e il Deafest, che richiamano “fedeli” e turisti da ogni parte della Calabria e non solo, ma anche di piccoli concerti live che riescono a proporre musica  alternativa, lontano dagli abituali schemi delle cover band e dei più che ribolliti lidi in via marina, che inculcano sempre la solita disco, con dj più o meno professionisti e con servizi bar alle volte, ..il più delle volte, veramente imbarazzanti per qualità  e lentezza.

In questa retrospettiva musicale che andremo a proporvi, affronteremo in più puntate degli artisti che percorrono km e km anche solo per un’ora di palcoscenico, di quelli che della vera gavetta potrebbero scrivere interi trattati, che il più delle volte sono mal pagati, e la maggior parte di esse non sono neanche quello.

Ma bando alle ciance, comincerei questa rassegna parlando di un gruppo che ha colpito particolarmente il mio interesse, i VillaZuk.

Una band del sud composta da 5 amici che propone svariati brani e alcuni di essi, molti di essi, con testi che stranamente hanno anche qualcosa di sensato da dire.

Brindano alla vita leggera, cantano l’amore e il momento in cui s’impara a volare baciando una donna o lasciandosi andare, lo fanno non dimenticandosi dell’orrore delle guerre e della madre di tutte le madri, La Natura. Immaginano un mondo dove gli alberi verranno proiettati sui muri nei parchi di cemento. Cantano di gabbiani e di leggende, del “Visconte Dimezzato”, celebre opera di Italo Calvino, dove Medardo di Terralba colpito in petto da un cannone, sopravvive, ma si ritrova appunto dimezzato. L’ Yin e lo Yang, il bianco e il nero, il buono e il cattivo che sopravvivono e si equilibrano in ognuno di noi. Inoltre riprendono anche in chiave moderna la tetralogia dell’Oro del Reno, dove un nano brutto e malefico, sbeffeggiato dal mondo intero s’innamora delle ninfe che proteggono il tesoro, l’oro del Reno appunto, e chi da esso forgerà un anello diventerà il padrone del mondo, ma in cambio dovrà rinunciare per sempre all’amore che sperava. Un testo assolutamente moderno, se pensiamo che fu scritto nel 1853.

A tempo di reggae nel brano “Disumanità” cantano che noi a  guerra nun la vulimu e in “Fiorecrì”, canzone che apre l’album “…a colorare Libertà” , riassume il senso di molte buone azioni fatte solo per fama e non per sentimento, e di una signora granduchessa che confessa di aver provato a fare anche lei una buona azione, ma il balordo ha radunato i poveracci, tutti sporchi le porgevano la mano, ma senza foto o giornalisti non si sarebbe mai abbassata a tali gesti.

Non dimentichiamoci di “Fama Nera” dove il razzismo, anche se non rappresentato da forconi, croci bruciate e teste incappucciate trova comunque il suo sfogo nell’ancora atavica, antiquata e veramente demodè paura del diverso.

Indubbiamente testi che vanno ascoltati, e non solo “sentiti” anche se il sound che li accompagna rende il tutto molto piacevole, scorrevole e per alcuni di essi anche molto festaioli, se mi passate il termine molto poco da critica musicale. Ma d’altronde non è critica quella che vogliamo fare, ma mettere l’accento su realtà alternative che esistono e meritano di essere seguite.

Alla prossima puntata.. to be continued..

NB *alcune foto sono prese dal Myspace dei VillaZuk, le altre sono di Lucas Gomez Toscano in occasione del concerto di Reggio Calabria.

Claudia Toscano

Intervista – Teresa Mascianà: don’t love me, 2012

Teresa Mascianà è un personaggio conosciuto a Reggio Calabria. Chi ha a che fare con musica, teatro, spettacolo, necessariamente deve averla conosciuta in qualche occasione, se non altro come fonico, titolare di una rinomata sala prove, titolare di uno studio di registrazione e tecnico del suono di vari gruppi italiani. Ma Teresa è anche una musicista che, dopo anni di esperienza come bassista in vari gruppi, oggi approda alla sua prima proposta discografica organica, dove compone, canta e suona. “Don’t love me”, questo il titolo del disco, è un progetto su cui punta davvero, che le ha impegnato più un anno di gestazione ed è stato anticipato da un’ep che ha avuto un riscontro particolarmente positivo.

Hanno contribuito alla realizzazione di questo cd vari musicisti calabresi che da tempo alimentano il fermento musicale locale, ed il risultato è davvero gradevole, dal sapore in bilico tra pop e rock, con episodi dallo spiccato appeal radiofonico.

Quando e come è nata l’idea di un tuo disco?
Avevo diverse canzoni composte solo per chitarra e voce, le strimpellavo tutto il giorno per casa e  sentivo che avevano più o meno tutte un forte gancio melodico di quelli che  “restano in testa”. Allora mi sono chiesta se la registrazione di qualcuna di esse avrebbe dato agli altri la sensazione che dava a me. Così è nato, un anno fa, il primo ep di quattro brani intitolato “Teresa Mascianà” che da subito ha avuto un incredibile riscontro sul mercato del web entrando in diverse classifiche di radio sia in Europa che in America. Diverse riviste di settore, nazionali ed internazionali, hanno recensito sia l’ep che il videoclip di “Don’t love me” con ottimi giudizi  incoraggiandomi a produrre il disco.

Come definiresti la tua musica?
In fondo è cantautorato,  il mio modo per raccontarmi e riflettere a voce alta sulla vita. Talmente intimo ed introspettivo che si è andato a servire di una base musicale di forte influenza rock americana degli anni 90 che in realtà è la musica che ho sempre prediletto; è proprio da lì che parte tutta la mia storia musicale.

Il tuo disco suona appunto pop-rock con influenze inglesi e americane. Ma molti ti conoscono come musicista di gruppi più vicini al folk e al reggae. Eclettismo spontaneo o cambio di rotta programmato?
La musica Reggae e quella popolare in genere è quella che ho praticato di più negli ultimi dieci anni, sia come sound designer e dub engineer, sia al basso specialmente in progetti “Roots” .

Il disco è cantato interamente in inglese, ma non è difficile notare riferimenti sparsi alla tua città, ispiratrice di rabbia e rancore ma anche di creatività.
Ho ritenuto che la forza e la semplicità delle mie canzoni potesse valere per ogni tipo di popolazione, per questo la scelta della lingua inglese. Reggio Calabria è sempre stata una città trasversale che contrappone a pessime realtà paralizzate nel tempo una cittadinanza colta, creativa, imprenditoriale (nel mondo). Ma quello che stimo di più è il grande cuore del reggino testone ma onesto….di parola.
Non è stato per me difficile contestualizzarla in un linguaggio universale perché, girando mezzo mondo, l’ho sempre raccontata e descritta parlando in inglese con grande amore ed entusiasmo. E chi da forestiero è venuto a trovarmi se ne è innamorato. Con questo ovviamente non voglio dire che non conosco o non riconosco i suoi limiti e problemi.

Fare musica a Reggio Calabria: impresa possibile?
A Reggio Calabria si può suonare esattamente come si suona nel resto del mondo e dove prima vi era un limite geografico, con l’utilizzo di internet si è abbattuto. 

Durante il tuo percorso professionale ti sei occupata di musica sia come tecnico del suono, sia come musicista. Esiste un punto di incontro tra queste due dimensioni?
Si, la musica. Quando ricopri un ruolo creativo e interagisci musicalmente parlando, non importa se stai suonando, cantando o creando la parte sonora.

E quale credi sia la tua dimensione ideale, quella in cui ti senti più a tuo agio?
Se mi piace il progetto musicale sono a mio agio sia come bassista che come fonico, invece non essendo una cantante-interprete ma una cantautrice credo di poter cantare solo le mie canzoni.

Ispirazioni, riferimenti o semplicemente ascolti: tre nomi italiani e tre internazionali.
Non si trovano dischi italiani a casa mia se non qualcosa del vecchio cantautorato o dei CCCP. Di stranieri Motorpsycho, God Machine, Sonic Youth, e tantissimi altri.

Cosa ti aspetti da questo disco e quali sono i tuoi progetti futuri?
Esattamente quello che sta accadendo, arrivare con forza al cuore della gente, suonare live il più possibile e gettare le basi per poter continuare a produrre le nuove canzoni che sono già in cantiere.

Nicola Casile

Gino Paoli, Vecchioni e Battiato in un video contro la pirateria

Da qualche giorno è on-line una sorta di spot-progresso che, utilizzando come testimonial alcune facce note della musica e della cultura italiana, tenta di fare il punto su quelli che sarebbero i danni provocati al mercato culturale globale dalla pirateria.

Tralasciando una valutazione prettamente stilistica su ambientazione e struttura che conferiscono al video dei toni melodrammatici forse un po’ troppo esagerati, dovremmo concentrarci invece sui contenuti.

Il video, intitolato “I grandi autori: fermiamo la pirateria digitale, difendiamo la libertà di fare cultura”, attraverso vaghe e più o meno note considerazioni sul free-download e sulla fruizione di contenuti in rete,

avrebbe come obiettivo primo quello di dissuadere il popolo del web da quelle pratiche che ledono profondamente il mercato culturale generando crisi, disoccupazione e svalutazione dei beni che esso produce. Uno scenario abbastanza inquietante per porre rimedio al quale alcune facce note si giocano una carta importante: quella del web. Come a voler dimostrare ancora una volta la teoria della doppia faccia di questo diabolico strumento che, se da una parte uccide l’arte con la pirateria, dall’altra consente alla parte lesa di denunciare il fenomeno su Youtube.

Franco Battiato, Enrico Ruggeri, Roberto Vecchioni, Gino Paoli, Caterina Caselli, Ron, Ludovico Einaudi, Mario Lavezzi, Mauro Pagani. Cosa hanno in comune questi personaggi oltre al loro innegabile contributo al panorama culturale italiano? Beh, li accomuna un’età che in ogni caso è superiore ai cinquant’anni.

Dettaglio assolutamente non trascurabile se consideriamo che la rivoluzione della rete è avvenuta nell’ultimo decennio e che i principali fruitori dei “software pirata” e dei contenuti on-line sono i giovani.

I protagonisti di questo video sembrano essere gli ultimi sopravvissuti di un sistema obsoleto e moribondo che tentano, disperatamente, di difendere ancora un vecchio modo di generare profitti da parte delle major e del mercato culturale in genere.

Un mondo quasi definitivamente sorpassato, fatto di dischi su supporto fisico, di singoli che anticipano album che poi verranno promossi in tv e che poi verranno acquistati a prezzi che vanno dai diciotto ai venticinque euro. Per loro, probabilmente, ancora una consistente fonte di guadagni. Ma per tantissimi altri, ormai, vera e propria preistoria.

Limitandoci a proporvi il video senza approfondire ulteriormente quelle che sono le nostre personali opinioni in merito, aggiungiamo due ultime puntualizzazioni riguardo ai suoi contenuti: la prima è che non tutti i siti o software che consentono di scaricare musica contengono la pubblicità; la seconda è che la frase “chiediamo che il web sia gestito da persone oneste” potrebbe risultare pressoché priva di significato.

Nicola Casile

Articolo – Le nuove forme di fruizione musicale uccideranno la musica?

Il disco non può morire così. Per disco non intendo il supporto fisico che contiene e riproduce le canzoni, ma l’album, l’opera di un artista, il risultato del suo lavoro.

Al di là delle varie opinioni personali sulle modalità di realizzazione e immissione delle canzoni nel mercato musicale, è fuori discussione la profonda crisi di identità che la musica e la discografia stanno vivendo in questi anni. Gli album veri e propri, per come li conosciamo oggi, si sa sono un’invenzione relativamente recente. Prima si registravano canzoni e si stampavano 45 giri. Dopo, per ragioni promozionali, commerciali ed artistiche, qualcuno comprese che riunire una serie di brani in un solo prodotto aveva un senso, soprattutto se le canzoni in questione venivano ideate e registrate proprio in base a questa loro nuova destinazione, magari seguendo un concept ben preciso. Nacque così l’album, con un suo titolo, un suo formato, un suo suono ed una sua precisa collocazione nell’immaginario degli ascoltatori. Il passaggio da una fruizione di singole canzoni ad una fruizione di interi dischi segnò un confine importante, tanto che i ritmi delle uscite e delle pubblicazioni cominciarono presto ad’attestarsi su scadenze standardizzate, rispetto alle quali raramente ci si poteva permettere grandi libertà. Questa standardizzazione, più marcata nella musica pop, era tuttavia la stessa di ogni altro genere, fosse esso specifico o di nicchia.

Lo schema classico era quello di un album ogni due anni, preceduto da un primo singolo ed accompagnato da una forte promozione. Nome dell’artista, nome del singolo e nome dell’album dovevano essere chiaramente e facilmente identificabili.

Oggi, nel 2012, in linea del tutto teorica il criterio continua ad essere lo stesso. Le grandi major lavorano ancora così, proprio come negli anni sessanta, settanta, ottanta e novanta. La loro proposta musicale è ampiamente popolare, generalista, e dunque riescono a godere ancora di un buon numero di acquirenti del supporto fisico. Ma si tratta di pura sopravvivenza, di un modo di concepire la vendita e la promozione della musica che in realtà non ha più senso.

Internet ha stravolto tutto. Dapprima con i software che permettevano di scaricare musica, a partire dal famigerato Napster passando per Kazaa, Emule e Soulseek. Negli ultimissimi anni con lo streaming, come nel caso di Youtube. Per la stragrande maggioranza dei fruitori di musica in rete, i concetti di album, di tracklist e di cd hanno iniziato a perdere significato. Le esperienze di ascolto si fanno sempre più fugaci mentre le fonti sonore si moltiplicano e la soglia di attenzione precipita vertiginosamente.

Milioni di persone ascoltano canzoni “linkate” delle quali spesso non conoscono la data di registrazione, l’album di appartenenza, a volte addirittura ignorano l’artista ed il titolo. E’ un modo sempre più diffuso di sentire (ascoltare è ben altro!) le canzoni che, inevitabilmente, sta destabilizzando profondamente il mercato della musica.

E’ evidente la necessità di nuove regole, di nuove proposte ma soprattutto di nuove idee capaci di ridare al lavoro degli artisti la dignità che, di questo passo, andrebbero perdendo. Perchè se è vero che le grandi case discografiche continuano a vendere a prezzi ormai ridicoli (rispetto ad una concorrenza del tutto gratuita) i cd delle loro pop star, è anche vero che si tratta di pura sopravvivenza, basata solo sui numeri di un vecchio target in via d’estinzione e di quei pochi che non utilizzano internet o che hanno una sorta di adorazione per il disco fisico.

Le campagne contro la pirateria, nonchè le leggi, le regole e le imposizioni, come tutti sappiamo sono cosa risibile rispetto alla quantità enorme di file musicali che circolano liberamente da computer a computer in qualsiasi istante e per tutto il pianeta. Il punto infatti non è tentare di ostacolare le novità, ma riuscire ad organizzarle e a regolarle. Il mito della rete democratica che a tutto ci fa accedere e che tutto offre, forse è stato un po’ troppo esaltato.

Per quanto si possa essere promotori della musica libera, l’ascolto occasionale e distratto di una canzone su Youtube o su SoundCluod (a cui non segue il reperimento, in qualsiasi formato, del brano ad alta qualità) genera la frustrazione di almeno due soggetti: l’arista, che ha passato ore di lavoro in studio per riuscire ad avere un certo suono; il fonico, che ha passato altrettante ore a mixare un brano che poi, su Youtube, verrà diffuso a meno di metà della sua qualità.

Inoltre, recidendo definitivamente quel filo conduttore che lega un artista alla sua opera, un album alla sua data di pubblicazione e alle altre canzoni in esso contenute, si sta finendo per riportare la musica ad un livello pre-album, con la differenza però che oggi le canzoni non sono in vendita e che la qualità audio è molto peggiore.

Quali dovrebbero o potrebbero essere le regole capaci di arginare questa infausta tendenza? Beh, non sta a noi dirlo. Ma sicuramente era molto meglio quando scaricavamo gli album da Napster e ci assicuravamo che ci fosse anche la copertina in formato jpg. Nella peggiore delle ipotesi, ascoltare in giusta sequenza dodici canzoni in formato mp3 e qualità 192kbps è sempre meglio che premere “play” su un link per poi annoiarsi dopo 20 secondi e passare ad altro.

La musica non sarà la cosa principale della vita, ma sicuramente fa tanto per renderla più piacevole. Non uccidiamola con tale disinvoltura.

Nicola Casile