“Munnizza” mostra dedicata a Peppino Impastato

Ieri, 20 settembre, al Museo della ‘Ndrangheta di Reggio Calabria è avvenuta l’inaugurazione di una mostra e di un cortometraggio dedicati a Peppino e a Felicia Impastato, intitolata Munnizza e realizzato con la preziosa collaborazione della “Casa Memoria” di Cinisi che porta il loro nome.

Tavole raffiguranti alcune immagini del corto, la vita, la lotta di Peppino e della madre che con coraggio si è ribellata al fetido mondo mafioso, e distinguendosi dalle solite donne di mafia non volendo vendette, schierandosi dalla parte della legge e di suo figlio, trovando inaccettabile che Peppino passasse da terrorista e aspettando ben 25 anni prima di riavere giustizia e verità.

Ora Giovanni impastato, fratello dell’attivista, continua quelle lotte con eguale ardore e coraggio.

Presenti all’evento anche Michele Prestipino (Procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria), Guido Longo (il nuovo Questore di Reggio Calabria), uno dei volti noti del Museo, Claudio La Camera (coordinatore del Museo della ‘Ndrangheta) e Licio Esposito (regista del cortometraggio). Doveva esser presente anche Giovanni Impastato, ma purtroppo colto da malore improvviso ha dovuto rinunciare. Noi tutti facciamo gli auguri di una prontissima guarigione, sperando esca presto dall’ospedale nel quale è ricoverato.

Il “Museo della ‘Ndrangheta” è un immobile sequestrato che trova degna riappropriazione in mani pulite e sempre all’opera. Infatti questa è solo una delle ultime iniziative svolte dal museo.

Non solo foto ma anche, come dicevamo, un cortometraggio, ispirato all’omonimo racconto poetico di Andrea Satta, ambientato a Cinisi nel 2008, nel 30° anniversario della morte di Peppino, che racconta le emozioni vissute dagli autori del video in quei giorni e soprattutto ripercorre alcuni momenti della vita dell’attivista e di sua madre Felicia.

foto e articolo di Claudia Toscano

Con la ’ndrangheta nella valigia. Quattro storie di emigrazione criminale

Quando l’alluvione si portò via mezzo paese, e le tombe, con tutti i morti dentro, del cimitero, a Platì toccò cercare un posto dove seppellire le 19 vittime, e un altro dove immaginarsi un futuro. Era l’ottobre del 1951 e, solleticati dai racconti dei primi pionieri, i Sergi, i Papalia, i Trimboli, con un biglietto di classe turistica in tasca, abbandonarono le baracche degli sfollati mettendosi in viaggio verso gli ampi spazi dell’Australia. Li maledissero mille volte, però, prima dell’arrivo. L’afa sul mar Rosso e i monsoni dell’Oceano Indiano rendevano un inferno la traversata di un mese nelle grandi camerate ricavate a poppa dei piroscafi. Le stesse che, nel viaggio in direzione opposta, sarebbero ritornate stive per la merci imballate. Unica consolazione, le mangiate di soppressata e capicollo che toccava tirare fuori dalle valigie e smaltire prima dello sbarco: in Australia, i calabresi lo scoprivano solo sulla nave, non potevano essere introdotti salumi. Concentrati sugli insaccati, i doganieri australiani in quegli anni fecero passare, però, prodotti altrettanto tipici e ben più insidiosi. Con contadini, barbieri, calzolai e operai, lasciarono Platì, infatti, anche molti affiliati delle ’ndrine, portandosi nel cuore Osso, Mastrosso e Carcagnosso e nella mente un know how capace di adattarsi a luoghi e situazioni. In Australia, però, non c’era bisogno di fare troppi sforzi. Il paese dei canguri offre migliaia di ettari di terra da coltivare e, per la loro estensione, impossibili da controllare. Meglio che in Aspromonte. Presto arrivano anche i soldi da investire. A partire dagli anni Settanta e Ottanta li spediscono o li portano direttamente i parenti (e affiliati) dalla Calabria dove i sequestri di persona hanno fatto sgorgare dalle prigioni dell’Aspromonte un’impressionante liquidità che ora tocca impegnare in affari sicuri. In calce agli atti con cui i calabresi diventano in quegli anni padroni di sterminati terreni incolti, ci sono gli stessi cognomi delle guide telefoniche di Platì, Locri e Siderno, tutti interessati ad impiantare la monocoltura più redditizia: la cannabis. Il primo ad accorgersi del legame tra i nuovi fiumi di mariujana che innaffiavano le strade di Griffith, nel nuovo Galles del Sud,  e certi calabresi dalla cattiva fama che ne occupavano le case fu il deputato liberale Donald Bruce Mackay. I soli a non accorgersene erano i poliziotti della città, evidentemente persuasi a scambiare per lattuga gigante le vistose piantagioni allestite nelle campagne circostanti (nel 1989 verrano “scoperte” 188 coltivazioni). Per farsi ascoltare Mackay arrivò quindi fino a Sidney e davanti alla polizia federale fece, con qualche difficoltà di pronuncia, i nomi di Roberto Trimboli, Antonio Sergi e Giuseppe Scarfò, tutti originari di Platì, tutti dal ragguardevole pedigree criminale. Il pomeriggio del 15 luglio 1977 di lui non rimase che qualche chiazza di sangue vicino alla macchina abbandonata nel parcheggio del Griffith hotel. Il corpo di Donald Bruce Mackay, 44 anni, non fu mai ritrovato e l’Australia scoprì la “N’dranghita” (sic).

Tra quelli che preparavano le valigie, negli anni Cinquanta a Rosarno, c’era pure qualche reduce delle battaglie per la terra. Di quelli che nel 1945 si erano presentati in contrada Bosco, ad occupare i terreni incolti e a sperare che di arance e olive si potesse finalmente campare e lasciare qualcosa in eredità ai figli. Ora, però, tra le fabbriche che chiamavano al Nord, in pieno boom economico, e il sudore da buttare su zolle ostili, in tanti avevano lasciato la zappa e preso un posto sul treno degli emigranti. Nel 1954, con la moglie Annunziata e il figlio Antonio di pochi mesi, lascia la sua casa di San Ferdinando e si stringe in uno scompartimento anche Giacomo Zagari che a fare il contadino, però, non c’ha mai pensato. Ha 25 anni e in Lombardia sa di poter esprimere al meglio i suoi “talenti”. Con moglie, pargolo e bagagli, si stanzia a Gallarate, nel Varesotto, e dal Varesotto non si allontanerà più, trasferendosi prima a Buguggiate e poi in una cascina ristrutturata a Malnate. Il confine con la Svizzera è a due passi e tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo attraversa un fiume carsico di sigarette e armi. Giacomo Zagari lavora di giorno nei cantieri e di notte, molto più proficuamente, sul confine. Mantiene la famiglia – i figli sono diventati sei – con rapine e contrabbando, ed è diventato la testa di ponte degli “amici” calabresi che vogliono mettere piede, e affari, in Lombardia, o che in Lombardia a partire dal 1965 sono stati spediti con l’obbligo di soggiorno. Vent’anni dopo il suo arrivo alla stazione di Milano, tra i bagagli affastellati e gli sguardi sperduti dei conterranei in cerca di che vivere onestamente, a Buguggiate viene sequestrato un diciassettenne: si chiama Emanuele Riboli, è il compagno di scuola di uno dei figli di Zagari e se lo portano via la sera del 14 ottobre 1974, mentre torna a casa in bicicletta. Nel sequestro Riboli va tutto storto, a cominciare dalle indagini impacciate delle forze dell’ordine (anni dopo i magistrati chiederanno perdono alla famiglia). E quando i sequestratori sfuggono per un soffio ad una trappola dei carabinieri, Giacomo Zagari decide cosa fare. “Ora il ragazzo lo avveleniamo, così lui ha finito di soffrire e suo padre impara a fregarci”. Emanuele era impazzito dopo le prime due settimane trascorse chiuso in un bagagliaio. Forse non capì neppure che stavano per ucciderlo. Il suo corpo non fu più ritrovato. Anni dopo, diventato un collaboratore di giustizia, Antonio Zagari raccontò che di tutte le “lezioni” ricevute dal padre fu proprio quella a piantargli un puntello nella coscienza, fino alla decisione, nel 1993, di collaborare con i magistrati.

Il Pier21 oggi ospita il museo canadese dell’immigrazione. Lo chiusero nel 1971, quando in Canada con il transatlantico ormai non ci arrivava più nessuno, e sul molo degli emigranti, nel porto di Halifax, in Nuova Scozia, c’erano rimasti solo i gabbiani. Niente a che vedere con i piroscafi che fino agli anni Sessanta, da tutta Europa, consegnavano quotidianamente al freddo canadese, e ai questionari dei doganieri, migliaia di storie e destini. Il panettiere Michele Racco era sbarcato con un buon mestiere nelle mani e la benedizione di “amici” che contano. Prima di partire da Siderno, nei primi anni Cinquanta, il boss ’Ntoni Macrì gli aveva augurato ogni bene, affidandogli il compito di piantare a Toronto la prima bandierina della “famiglia” di Siderno. E lui, con i piedi finalmente sulla terra ferma dopo tanto mare, si era affrettato ad imparare in inglese solo due parole: il suo nuovo nome, Mike Racco, e il termine bakery (panificio), che gli serviva per l’insegna del negozio che aveva in testa e che aprirà a Toronto, in Ontario, all’angolo tra Nairn Avenue e St.Clair Avenue, proprio nel cuore del quartiere italiano. Per il resto, con i “compari” calabresi con cui, dietro la copertura di pagnotte e gelati, formò il nucleo storico del “Siderno group” bastavano poche parole, ed in dialetto. E poi sulla gestione di contrabbando, gioco d’azzardo ed estorsioni al massimo, in quegli anni, avevi da confrontarti con i siciliani. Quindi di imparare l’inglese non c’era tutta questa fretta. Morì di cancro nel 1980, lasciandosi alle spalle l’aura di ultimo padrino vecchio stampo e una rete internazionale di traffici, già saldamente in mano alle nuove generazioni, che arrivava fino in Australia. I suoi funerali, in una fredda giornata di gennaio, misero in fila per oltre tre chilometri automobili scure arrivate da ogni parte del Canada e degli Stati Uniti.  Roba che si era vista solo nella natia Siderno, cinque anni prima, per accompagnare all’altro mondo ’Ntoni Macrì. Oggi in Canada le ’ndrine reciclano denaro sporco, trafficano eroina, cocaina ed armi e sono presenti, oltre che a Toronto, nelle zone di Montreal, Vancouver, Vaughan, Hamilton, British Columbia e Québec.

I borsoni nel 1979 glieli riempirono le madri, piangendo e sospirando, sospirando e piangendo. Poi di notte li spinsero veloci dall’uscio di casa, perennemente chiuso, allo sportello aperto dell’auto dei carabinieri, nascondendoli sotto le coperte. Da Cittanova emigravano ancora bambini, i figli dei Facchineri. Emigravano per non morire come Domenico e Michele, ammazzati a colpi di lupara il 13 aprile 1975 mentre in ginocchio, con le mani giunte, pregavano che i nemici di faida non gli sparassero. Avevano undici e otto anni. Il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria e la diocesi di Reggio si erano messi all’opera organizzando il “salvataggio” di fratelli e cugini, affidati ad una rete di famiglie disponibili ad accoglierli, a farli crescere lontani dalla barbarie. A Città di Castello, in Umbria, arrivarono in auto, un po’ stanchi, un po’ sperduti, ma nelle nuove case c’impiegarono poco a riprendersi dagli incubi, a smettere di tremare. A dimenticare, quello no. Lo impedivano le visite mensili delle mamme calabresi, con tutto il lugubre armamentario di pedagogia ’ndranghetista. Qualche anno dopo arrivò la prova che le “lezioni” materne, a colpi di richiami alla vendetta e all’“onore” dei Facchineri, erano state più efficaci dell’aria nuova e pulita dell’Umbria: alle 21 del 13 maggio 1983 viene sequestrato a Trestina di Città di Castello l’industriale Vittorio Garinei che riuscirà, dopo qualche giorno, a liberarsi da solo. E’ il primo “colpo” della ’ndrangheta in Umbria. Tra i sequestratori ricercati, arrestati e condannati c’è pure Rocco Facchineri che a Città di Castello c’era arrivato a 15 anni, tra gli altri bambini in fuga. Lo catturano nel 2005 in Calabria, dopo 16 anni di latitanza, e gli trovano in mano un bastone di legno: sopra c’è inciso un falco. “Voi siete Facchineri e come falchi neri dovete volare sulla preda”, ripetevano come una cantilena le mamme di Cittanova nelle case umbre.

Francesca Chirico

Vi proponiamo queste quattro storie di “emigrazione ndranghetista” grazie all’archivio multimediale stopndrangheta.it.

Ci sono libri… – Il caso Fallara

Il caso Fallara è uno di quei libri da non perdere per chi vuole conoscere Reggio Calabria a fondo e per chi volesse cercare di capirne l’assurda situazione attuale in cui le istituzioni cittadine si stanno lentamente sgretolando tra arresti, accuse, commissioni ministeriali e accessi antimafia.

Per capire la Reggio di oggi da un punto di vista non antropologico ma storico-politico-giudiziario il libro di Giuseppe Baldessarro e Gianluca Ursini, edito dai bravi editori della “Città del sole edizioni“, è una pietra miliare soprattutto per quelli come molti dei nostri lettori che hanno vissuto in pieno l’epoca Scopelliti e del famigerato “Modello Reggio” senza avere molte altre esperienze di amministrazione-politica alle spalle da giudicare. Questo libro, per tutti i ragazzi e per tutte le ragazze che non avevamo mai visto piazza Italia aperta al pubblico prima di adesso è uno strumento fondamentale da fare proprio e leggere con attenzione prima della prossima tornata elettorale locale, poco importa se cittadina, provinciale o regionale.

La storia scrupolosa del “Modello Reggio” raccontata attraverso atti e ricostruzioni giornalistiche di fatti ed eventi deve servire a responsabilizzare i cittadini che da ora e per chissà quanto tempo dovranno pagare le conseguenze della politica dell’immagine e dell’effimero portata avanti per dieci anni dalle scorse amministrazioni con soldi pubblici che non esistevano.

Le voci di spesa dei passati dieci anni di “amministrazioone giovane” non si contano perchè oltre ad essere una gran quantità alcune sono state occultate. Processi sono in corso e i rinvii a giudizio fioccano come se piovesse sui responsabili di questi anni di bagordi ingiustificati.

Non voglio svelare niente scendendo nello specifico dei contenuti del libro ma vi assicuro che ogni dubbio, ogni sospetto di mala amministrazione sono accuratamente documentati attraverso una scrupolosa ricerca di atti ufficiali e cronache giornalistiche.

Non me ne vorranno gli autori se dico che il merito del successo di questo libro, però, non è solo loro. La pubblicazione di stralci di verbali delle interrogazioni dei Pubblici Ministeri nei confronti, in primis, di Scopelliti ma anche di Paolo Martino, per esempio – accusato di essere il cassiere della cosca De Stefano a Milano nonchè colui che ha portato Lele Mora e i suoi vip da strapazzo a Reggio mettendoli in contatto con l’ex sindaco – valgono di per se il prezzo del libro. Leggere con i propri occhi il basso livello di competenza e consapevolezza (o il supposto tale) di chi ha amministrato la città negli ultimi dieci anni dà la misura della situazione attuale. Basterebbero quelle poche pagine di verbali per capire appieno il perchè la città ha di fronte anni di storia buia da affrontare.

E’ una storia fatta di tritolo in comune, atti pubblici omessi, consulenze e consulenti, soldi (tanti soldi) pubblici e una città totalmente anestetizzata che adesso pagherà il conto salato. La storia nel libro si conclude con il triste suicidio dell’ex dirigente del comune di Reggio Orsola Fallara, mano esecutiva di molte di quelle azioni economiche che hanno portato i conti del comune al collasso.

Ma la storia non è finita e nelle aule dei tribunali lavoreranno sodo per scroprirne tutti i dettagli e per scrivere il finale.

Alessio Neri

Dopo l’attentato incendiario il Centro Sociale Cartella non abbassa la testa

Grande partecipazione all’incontro svoltosi al Centro Sociale Cartella di Reggio Calabria a poche ore dall’attentato incendiario che lo ha colpito nella notte del 15 maggio. Attentato di cui si è occupata anche la stampa nazionale.

Rappresentanti di partiti politici, associazioni e movimenti ma anche artisti, musicisti e persone comuni sono accorse per portare immediata solidarietà e per dare un segnale forte e chiaro: il Cartella non abbassa la testa.

Al microfono di un impianto audio rimediato all’ultimo minuto (tutte le attrezzature sono state perse nel rogo) si sono succedute numerose voci che, ognuna a proprio modo, hanno confermato la loro vicinanza e la loro disponibilità per una rapida ricostruzione.

“Ora e sempre resistenza! Daremo una grande festa quando il Cartella riemergerà dalle sue ceneri come la Fenice”. È questo l’accorato auspicio di Pino Siclari del Pcl. “Questa è un’area che può sollevare interessi economici di vario tipo”, ha ricordato Siclari, invitando ad una riflessione su altri episodi analoghi che si sono verificati negli ultimi giorni in Italia, l’ultimo dei quali a Milano.

 “Ciò che è necessario è dare la giusta risonanza e la giusta visibilità a questo episodio, per mettere in chiaro il fatto che il Cartella e tutta la gente che ne ha condiviso negli anni l’attività non hanno intenzione di assoggettarsi alle regole di prepotenza e di indifferenza che imperano in città” ha detto Nando Primerano, attivista del Cartella, ricordando anche che “negli ultimi periodi alcune sigle neofasciste hanno fatto riunioni e incontri per mettersi in luce ed ottenere nuovi consensi e visibilità portando avanti rivendicazioni riguardanti gli spazi sociali”.

Ed è sul tema degli spazi sociali che ha insistito anche Elisa Gambello, esponente della Cigl: “non possono essere concessi spazi sociali a gruppi che si ispirano al fascismo. Occorre fare chiarezza poiché i “si” e i “no” riguardo alle varie questioni sociali e territoriali non sono tutti uguali, e ci sono spazi sociali inclusivi ed altri che si basano sulla discriminazione e sull’intolleranza”.

È stata condivisa da tutti l’idea di un presidio attivo e costante capace di rendere il Centro Cartella uno spazio vissuto e sempre in attività, ed è proprio a tal proposito che alcune associazioni, tra cui l’Arcigay, hanno deciso di svolgere proprio al Cartella alcune iniziative già in programma.

Tra i vari interventi anche quello di Francesco Talia dell’Associazione banda Falò, anch’essa vittima di vari attentati incendiari nel corso degli ultimi anni: “Ci accomunano tristi episodi di cui siamo stati vittima proprio per ciò che rappresentiamo, ossia una visione alternativa, una proposta nuova di socialità e di partecipazione”.

Ma al di là delle apparenze e delle svastiche disegnate sulle pareti, è stato Pasquale Speranza, da anni attivo all’interno del Cartella, a proporre una riflessione attenta su quello che potrebbe essere il ruolo della ‘ndrangheta nella vicenda: “Non possiamo pensare che un attentato di tali dimensioni non abbia una parte di regia della ‘ndrangheta data la gestione quasi integrale che essa ha di questo territorio. Non si può fare una cosa simile senza che la ‘ndrangheta lo voglia o lo permetta”.

Durante l’incontro si è convenuto sulla necessità di una sottoscrizione capace di far fronte alle spese immediate che saranno necessarie per un rapido ripristino delle attività. Ed è proprio l’attività sociale e politica la migliore risposta da dare agli autori dell’attentato ed ai loro mandanti, proprio per ribadire forte e chiaro che “il Cartella non abbassa la testa!”.

Nicola Casile
foto di Claudia Toscano 

Solidarietà al CSOA Cartella colpito dalle fiamme e dall’ignoranza

Neanche un mese fa il Centro Sociale Occupato Autogestito Angelina Cartella di Reggio Calabria ha festeggiato i suoi 10 anni di vita e di attivismo. Pochi giorni dopo, il 1 maggio, al Cartella è stato il momento di stringersi attorno al mondo del lavoro distrutto e devastato (più di quanto non lo fosse mai stato prima!) dal 20ennio di politica televisivo-mafiosa. Il 9 maggio nello stesso luogo si ricordava Peppino Impastato, comunista di Cinisi (PA) fatto saltare in aria da mafiosi. Persone con la stessa mentalità di coloro che stanotte hanno dato fuoco al Centro Sociale Cartella. Uno dei pochi e autentici presidi culturali e sociali della città di Reggio Calabria, se non di tutta la provincia!

Non è la prima volta che succedono atti intimidatori di questo genere. Il CSOA non è protetto da muraglioni, reti, filo spinato e neanche da un fitto sistema di telecamere a circuito chiuso come alcune occupazioni “non conformi” in Italia. Il “Cartella” è aperto e amico della cittadinanza. Il CSOA non prende i milioni dalle amministrazioni comunali, non ospita sottosegretari che inneggiano ad un latitante miliardario, impedisce lo spaccio di droga nei suoi spazi ma in compenso è da anni attenzionato da criminali e fascitelli che lo imbrattano con simboli ridicoli e lo danneggiano con la forza bruta tipica di chi non ha un briciolo di cervello per capire che quella benzina è meglio che se la beva. Eppure erano decine di migliaia i manifestanti portati dal CSOA in riva allo stretto per manifestare contro il Ponte, come centinaia di persone seguono e partecipano alle iniziative politiche, sociali e culturali che il collettivo (aperto alla partecipazione dei cittadini) che autogestisce il centro organizza da anni in tutta la città.

Un luogo e uno strumento di aggregazione dove si parla, si canta, si apprende, si scopre, si impara, ci si rilassa, si sta in buona compagnia, si scoprono prodotti tipici biologici locali e cantanti con un futuro artistico incerto ma con testi degni delle migliori emozioni, cittadini non italiani che si ribellano nelle campagne e che frequentano il centro per imparare l’italiano, web radio che diffondono cultura musicale fuori dagli schemi mainstream. Insomma, il CSOA Cartella è un punto fondamentale per tutti coloro che in città e in provincia credono in un’idea solidale di città e di rapporti sociali.

Uno spazio abbandonato dagli amministratori di questa città condannata all’ignoranza dai suoi stessi cittadini che è stato riscoperto e fatto rinascere da un collettivo di cittadini impegnati e da una quantità inquantificabile di cittadini simpatizzanti che credono assolutamente necessaria la presenza di un punto di solidarietà sociale e di diffusione e di difesa di cultura e attivismo che funziona (e bene anche!) al di fuori dagli schemi classici del “favore”, degli “amici degli amici, dell’amico assessore (che speriamo vengano spazzati via dai commissari del ministero dell’interno) e del sostenitore sottosegretario o deputato. Fuori dagli schemi del boss del quartiere e del boss del bar più figo della città.

Le facce di quelli che hanno messo fuoco al centro sociale Cartella non le conosciamo ma sappiamo che assomigliano a quelle che distruggono la vita di tanti cittadini onesti che provano a campare del proprio lavoro in città; assomigliano agli stessi che distruggono il territorio con sversamento di scarichi abusivi e incendi dolosi sulle montagne; sono le stesse facce che sfruttano i giovani reggini con la logica dell’amico e del lavoro come “favore”; le stesse facce di quelli che costringono i giovani reggini ad emigrare a causa del loro clientelismo criminale; le stesse facce di coloro che rubano i fondi che dovrebbero essere destinati al recupero del territorio, alla solidarietà sociale e allo sviluppo della cultura.

Gente che mette a ferro e fuoco la terra che altri amano. Sarebbe ora di spazzarli via con un lanciafiamme, di annientarli con una bomba sotto il culo! Ma, come diceva Faber in una sua famosa canzone, di “respirare la stessa aria di un secondino non mi va” e quindi “il potere” non lo scagliamo dalle mani come i vili che agiscono di notte, lo organizziamo secondo logiche paritarie, orizzontali e di autogestione partecipativa. Le nostre facce le conoscete tutti, anche se fate finta di no. Sono quelle di chi ama veramente questa dannata città e non ha intenzione di farsi intimidire. Se ci cercate ci troverete, sorridenti, per strada alla luce del sole. Non abbiamo bisogno di nasconderci, noi!

L’associazione LiberaReggio LAB esprime tutta la sua solidarietà al CSOA Cartella, a chi sogna un futuro migliore e a chi lo vuole costruire con la pratica dell’autogestione!

- la notizia e le foto di Stefano Perri su Strill.it
- la notizia e le foto su Il Dispaccio 

Alessio Neri

Scopriamo “Il Dispaccio” di Claudio Cordova e Alessia Candito

Da pochissimi giorni è online una nuova testata giornalistica, coetanea della nostra terrearse.it, realizzata da due giovanissimi e bravi cronisti reggini, il suo nome è Il Dispaccio e i suoi fondatori si chiamano Claudio Cordova e Alessia Candito. Entrambi nomi noti a chi segue l’informazione locale e non solo.

Nell’ultimo anno il panorama dell’informazione made in Reggio Calabria si è ampiamente allargato, soprattutto per il fatto che registrare una testata giornalistica ha dei costi più che abbordabili (meno di 200 euro) e la realizzazione di un sito web fatto bene tutto sommato costa molto meno che organizzare e distribuire un giornale cartaceo.

Sono così sorti numerosi siti di informazione locale, molti dei quali concentrati sulla cronaca territoriale o che, comunque, hanno un forte radicamento con il territorio dello Stretto.

Molto più difficile è fare buona informazione. Da questo punto di vista è molto interessante l’esperienza di Claudio e Alessia (ricordiamo anche la collaborazione di Paolo Ficara per quanto riguarda la redazione sportiva) perchè senza dubbio si pongono nel panorama dell’informazione locale come dei punti di riferimento. All’interno di un ambiente di dubbia qualità come dimostra, per esempio, uno dei più seguiti siti web di informazione reggina che riempie la sua homepage di articoli non firmati che sono comunicati stampa copia-incollati (nel momento in cui sto scrivendo su 30 articoli in homepage solo 9 sono firmati), la bravura e il coraggio di due giovanissimi ma già esperti reporter che si mettono in proprio e diventano davvero indipendenti fa ben sperare.

L’informazione è un bene comune che ha una funzione pubblica necessaria in una società libera. Sappiamo bene che la società reggina è parzialmente libera ed è per questo che abbiamo voluto saperne di più, direttamente dalla penna di Claudio Cordova, su questa nuova avventura giornalistica, fatta da giovani e che ha ancora tutto il futuro davanti a se.

Cosa mancava all’informazione calabrese e reggina prima della nascita de Il Dispaccio? Qual è il ruolo che intendete svolgere all’interno di un panorama dell’informazione online locale che ultimamente si è arricchito molto?
All’informazione, in Calabria, manca sempre qualcosa. O, meglio, di informazione, in Calabria, non ce n’è mai troppa. Con Il Dispaccio, noi cercheremo di coniugare la velocità dell’aggiornamento in tempo reale (fondamentale per un giornale online nel 2012), con gli approfondimenti, le inchieste, le riflessioni. Alla gente serve conoscere subito ciò che accade, ma alla gente bisogna anche dare notizie il più possibile accurate, fornire chiavi di lettura diverse da quelle “ufficiali”. Noi abbiamo già iniziato a portare avanti quest’idea di giornalismo.

Anche voi, come la redazione di terrearse.it, siete circa trentenni. A Reggio tantissimi gruppi di giovani hanno deciso di usare il web come strumento per emanciparsi (ed emancipare) da una realtà davvero difficile, molti lo hanno fatto creando informazione in maniera autonoma o cercando di lavorare nel settore. Secondo voi l’informazione può essere vista davvero dai giovani come un’arma di riscatto contro l’indifferenza che ha devastato il nostro territorio?
La professione del giornalista può essere svolta solo se si sente dentro un moto perenne, continuo, una voglia incessante di lavorare. A spingere i giovani e i meno giovani ad avvicinarsi a questo mestiere spero sia stata proprio la passione. Sicuramente è un buon segnale, soprattutto se ogni nuova realtà intenderà il mestiere di giornalista come un elemento in grado di rappresentare un punto di rottura rispetto all’appiattimento della realtà e della società in cui viviamo.

Insieme a Il Dispaccio avete messo in piedi anche un’associazione. Oltre alla buona informazione quali saranno gli altri vostri ambiti di azione?
La nostra associazione culturale, “Quadrante Sud”, ha tra le linee guida inserite nello statuto, quelle dello sviluppo di un’idea forte, radicata, di legalità e di cultura. Ci impegneremo e lotteremo sempre per mantenere questi due concetti come elemento caratterizzante del nostro operato. Un operato che, comunque, nei nostri intenti non si limiterà alla cura del Dispaccio (che sarà sempre e comunque fondamentale), ma che includerà anche eventi e iniziative, soprattutto con i giovani, per fare, oltre che informazione, anche formazione.

Come mai avete deciso di realizzare un progetto locale piuttosto che offrire le vostre qualità e competenze su un ambito/mercato nazionale? Sappiamo bene che avete le carte in regola… Cosa vi spinge a realizzare il vostro progetto editoriale proprio a Reggio?
Reggio Calabria è la nostra città. Io sono sempre rimasto qui, la mia collega Alessia Candito, che con me ha dato l’anima per Il Dispaccio, vi è invece tornata dopo anni in giro per l’Italia e per il mondo. La nascita del Dispaccio, secondo me, può anche essere intesa come un atto d’amore verso questa città e questa regione più in generale. E’ un tentativo di fare qualcosa per i luoghi in cui siamo nati e cresciuti ed è anche un tentativo, rivolto ai nostri coetanei, affinché questa terra non venga spopolata delle personalità migliori.

Una domanda un po’ piccante devo farvela (e in realtà è anche un po’ una critica dal mio punto di vista di semplice lettore), so che mi capirete. Ad una prima occhiata, la strutturazione dei contenuti e il layout della homepage hanno molte similitudini con altri due noti siti di informazione reggini (www.strill.it e www.newz.it). Per esempio, non è possibile commentare gli articoli. Come mai questa scelta? Non credete sia controproducente?
Abbiamo cercato di dare al giornale un’impronta professionale e, passatemi il termine, “vintage”. Per questo abbiamo scelto (ma quasi nessuna scelta è irrevocabile) di partire così, pur specificando, sin dall’editoriale di presentazione, che saremo sempre dalla parte della gente e che con la gente, attraverso il confronto e le lettere che arriveranno in redazione, vogliamo essere sempre in stretto contatto. Anzi, se posso ribaltare la domanda: staccando i contributi, i consigli e, perché no, le critiche, dagli articoli e pubblicandoli in maniera autonoma, cercheremo di dare ancor più risalto alla voce dei lettori.

Dal punto di vista economico come vi sostenete? Abbiamo visto che avete degli sponsor che hanno creduto in voi sin da subito, ma non credo basti affinchè sia un progetto sia economicamente sostenibile. Che obiettivi avete da questo punto di vista?
Come dicevo siamo un’Associazione Culturale che, per raggiungere i propri fini previsti dallo Statuto, metterà a disposizione degli spazi sul proprio sito alle aziende che vorranno fornirci un contributo volontario. Noi in questo progetto crediamo fermamente, non l’avremmo avviato se fosse stato diversamente…

Grazie mille e in bocca al lupo!!!
Grazie a voi e crepi il lupo!

articolo e foto di Alessio Neri 

TAV, ndrangheta e grandi opere al nord, se n’è parlato a Roma

Come la ndrangheta si è infiltrata al nord? Canale privilegiato è da sempre il cemento e l’attualità ce lo conferma.

Nei video seguenti gli stralci degli interventi di Alessio Magro, Ivan Cicconi e Giovanni Tizian e all’incontro dal titolo #ndranghetav, tenutosi a Roma presso la Città dell’Utopia, il 27 marzo.

Purtroppo il video è pessimo, ma l’audio si sente benissimo. Ascoltate con attenzione!

Alessio Neri

Sentenza Crimine, com’è triste la prudenza!

È un grumo di sensazioni quello che ti lascia dentro una giornata come questa. Doveva essere un giorno di festa, e invece a brindare nei bar di Reggio ci sono andati imputati e familiari. Doveva essere una sentenza epocale quella del processo Crimine, e così è stato solo in parte. “Siamo già nella storia” diceva nella sua requisitoria il pm Nicola Gratteri al gup Giuseppe Minutoli. Evidentemente la toga reggina nella storia fatica a starci, sente il disagio della pressione ambientale, preferisce lidi tranquilli e una pilatesca sentenza con cui fa salvo il principio dell’unitarietà della ‘ndrangheta, ma manda assolti più di trenta imputati e condanna gli altri 90 circa – certo non pochi e nemmeno di secondo livello – a pene inferiori di meno della metà rispetto alle richieste della pubblica accusa.

Non si tratta di fare i conti della serva, di lamentarsi o esultare per l’entità delle pene. Se è vero come è vero che gli ergastoli fanno malissimo agli ‘ndranghetisti, ma non impediscono alle cosche di continuare a fare affari, è vero anche che una sentenza morbida può essere molto più insidiosa se si basa sul principio dell’esistenza di una struttura gerarchica e piramidale che governa cose e uomini di ‘ndrangheta. E allora che gli imputati scarcerati si godano la libertà, come è giusto che sia, e che quelli in carcere vivano l’illusione della quasi impunità. In un futuro prossimo l’esistenza di una cupola calabrese tornerà utile alle indagini, e il principio si farà sentire anche nelle aule di giustizia: non tutti i giudici sono pavidi. Lo hanno sottolineato i vertici della procura reggina, da Giuseppe Pignatone agli Aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri: il lavoro della Dda è stato confermato, le condanne non possono che essere maturate riconoscendo l’esistenza della Provincia e dell’unitarietà delle cosche.

Durante la lettura del dispositivo, tra un urletto di gioia e un applauso represso dalle guardie, i volti dei magistrati erano però tesi e scuri più che mai. Una sentenza del genere non fa bene a nessuno. Serviva chiarezza, e non c’è stata. Perché, in attesa delle motivazioni, appare un’acrobazia incomprensibile l’aver accolto l’impianto accusatorio poggiato sull’associazione mafiosa e sull’appartenenza al “Crimine” e l’aver disconosciuto l’aggravante della transnazionalità. La ‘ndrangheta ha la sua cabina di regia nella provincia di Reggio Calabria, si estende nel Nord Italia, In Europa, Canada, Stati Uniti, Australia e chi più ne ha più ne metta, ma non è un’organizzazione transnazionale. Mah. Una sentenza alla reggitana, ha commentato qualcuno… Come dargli torto.

Il principio è passato, ma quanta fatica. E soprattutto a quale prezzo: i corvi del foro e quelli della stampa gracchieranno a lungo, cercando di dare la spallata decisiva al processo, e lo faranno trovando sponde e appigli che sarebbe stato meglio non concedere. E ancora: la dimensione simbolica è fondamentale e noi con questa sentenza stiamo dicendo ai giovani che paga di più affiliarsi alla ‘ndrangheta che lanciare qualche sasso velleitario in piazza contro la crisi e la precarietà. I tantissimi ragazzi che hanno aderito con entusiasmo alla campagna UNAeNDRINA, in città e in giro per l’Italia, testimoniano che qualcosa di nuovo cresce e si moltiplica. Oggi, è indubbio, la gente è perplessa e c’è il rischio che si ricada nella cronica rassegnazione. Chi si prende la responsabilità di tutto ciò?

Che indietro non si torna lo avevamo già detto e lo ribadiamo adesso: il dato giudiziario ci interessa relativamente. Le immagini del summit di Polsi e quelle nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano non hanno bisogno di commenti. La ‘ndrangheta è una e una sola. Punto. Dunque il principio è quello che conta. Ci sentiamo però di esercitare fino in fondo il sacrosanto diritto-dovere costituzionalmente garantito alla critica dei magistrati e del loro operato. Perché che ci fossero delle note stonate era già chiaro nel momento in cui il gup Minutoli ha rigettato, con una motivazione fallace e palesemente infondata (“…la natura camerale dell’udienza col rito abbreviato…” sic), la richiesta di organizzare una diretta video dall’aula bunker. La verità, ci ha confessato nel chiedergli una spiegazione, è che il gup Minutoli è allergico alle telecamere. Non si può invocare una nuova mentalità antindrangheta nella gente e poi restare ancorati a vecchie logiche: o i tribunali si aprono alla città o la città si farà sempre i fatti suoi. In fondo, forse è stato meglio così: ci metteremo meno tempo a dimenticare le stecche, e la memoria si soffermerà sul suono del principio finalmente affermato. Però, giudice Minutoli, com’è triste la prudenza!

Alessio Magro

Donne di mafia

« Mi dissero: “Mamma questa è vita secondo te?” E allora gli ho detto: “Cosa volete da me? Cosa volete che io faccia?” Ero disperata, non riuscivo più nemmeno a controllare le mie figlie. E loro mi hanno detto: “Perché non dici la verità? Collabora!”»…

…« Mi manca la mia terra, il mare, il sole, ma mi piace questa nuova Carmela: mi sento pulita, libera, sono una persona normale come tutti, non sono più impigliata in quella ragnatela che è la mafia, che ti stringe fino a non farti più respirare. La mafia non finirà mai, fino a quando la gente, i commercianti, gli imprenditori e i politici continuano ad abbassare la testa e ad aver paura di dire no e di denunciare…allora sì che la mafia non finirà mai».

La testimonianza di Carmela Iaculano, sposa di un mafioso e successivamente divenuta collaboratrice di giustizia, è solo una delle tante storie di donne, mogli, sorelle e figlie  nate e cresciute all’interno di famiglie mafiose, tra i cosiddetti “uomini d’onore”.

Il ruolo della donna all’interno delle organizzazioni criminali ha sempre avuto importanza rilevante.

Le mogli dei mafiosi  dovevano e devono mostrare al mondo la rispettabilità della famiglia di appartenenza con orgoglio e fierezza. Sono state sempre nell’ombra e all’ombra dei mariti. Madri e allevatrici di futuri mafiosi, è sempre spettato loro il compito di conservare e trasmettere quei “valori mafiosi”, quali l’onore, l’omertà, la vendetta che hanno da sempre contraddistinto il mondo dell’anti-Stato . Le “donne d’onore” non “fanno parte” ma “appartengono” all’organizzazione mafiosa nel senso più letterale del termine:  ne “sono proprietà”, solo perché sono nate da padre mafioso o sposate ad uomini affiliati.

 Ma recenti indagini hanno portato a galla una realtà fatta di donne non più (o almeno non solo) sottomesse alla volontà di padri e mariti padroni, ma a delle vere e proprie macchine da guerra che, in assenza dei mariti,  assumono il pieno controllo dell’organizzazione. Quello che ne è emerso, è  uno spaccato inedito, che coinvolge a pieno titolo l’universo femminile, il volto più nascosto della criminalità, di cui si parla meno, ma non per questo di minore importanza.

Come ha affermato lo stesso Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, le donne di mafia rappresentano un punto di forza all’interno delle cosche, sono una sorta di valore aggiunto. Oltre a comunicare al mondo esterno la potenza del sistema mafioso, esse hanno assunto ruoli di preminenza all’interno delle famiglie.  Sono loro che assistono e aiutano i mariti nella loro latitanza, loro controllano le attività criminose, dal traffico di armi e stupefacenti al riciclaggio di denaro sporco. Vigilano sull’andamento delle estorsioni, riscuotono le tangenti e sono intestatarie di beni appartenenti al sodalizio tra le famiglie. Sono le mogli a curare i rapporti con l’esterno, prodigandosi di far arrivare a destinazione notizie e istruzioni provenienti dalle carceri o dai luoghi di latitanza. Sono sempre loro,  macchiate dal sangue delle faide, delle vendette e degli omicidi , che inveiscono contro le forze di polizia e vanno a messa tutte le domeniche.

A quanto pare, quel sistema descritto troppo spesso e per molto tempo con coppole e lupare in un contesto di ignoranza e arretratezza, si è dimostrato abile ad adattarsi e mimetizzarsi nella società, rivalutando completamente il ruolo delle donne. Chissà, magari sono stati influenzati o sensibilizzati dalle  lotte femministe, o magari hanno semplicemente dedotto, che le consorti sarebbero state delle buone coperture per i loro traffici, essendo da sempre e solo considerate ( anche dalle istituzioni) “l’angelo del focolaio”.

Nell’ agosto 2007, nei giorni che succedettero la strage di Duisburg, la madre del minorenne ucciso, Teresa Giorgi si presentò al funerale vestita di bianco come segno di perdono verso gli assassini.  «Noi abbiamo perdonato –disse- ed ora chiediamo che in questo Paese i cuori si aprano alla pace e alla serenità.» Fu un gesto che colpì gran parte dell’opinione pubblica, attirando plausi e consensi.  Ma ai più attenti non sfuggì quella piccola linea di demarcazione che fece e fà la differenza! Auspicare la pace nel Paese, tra le famiglie, dire “No alle faide ”, non equivale ad un “No alla ‘ndrangheta”. Fu un messaggio che evidenziò a pieno la realtà mafiosa! Già perchè molto spesso si tende a collocare il tutto tra il bianco e il nero, dimenticando le sfumature, le zone grigie, quelle costituite da chi sa ma non parla, da chi convive e condivide quotidianamente la propria vita con tali parassiti! Vicini, concittadini, amici che con la loro omertà fanno più male del male stesso! L’importante è che non ci siano morti ammazzati! Che importa se le nostre terre vengono avvelenate, se i nostri figli sono costretti ad allontanarsi dalla propria terra per trovare un lavoro, che importa se un cittadino onesto per curarsi deve trasferirsi al nord, a causa di un sistema sanitario sull’orlo del baratro, quasi totalmente dissestato da infiltrazioni mafiose e una gestione politica inetta e a volte accondiscendente con ambienti poco raccomandabili?! L’importante è non far parlare di sè, non far clamore sui giornali e sui tg nazionali!

Ma accanto a questi tristi episodi, vi sono anche e per fortuna storie  di donne dell’antimafia. Donne, che pur cresciute in quel contesto, non accettano di stare accanto a criminali, non condividono nulla di quel mondo e tanto meno vogliono farne parte. Preferiscono un futuro incerto all’omertà e al sangue dei morti ammazzati.

Eroine, che hanno dato la loro vita pur di far crescere i propri figli lontano da quel mondo criminale.

Ed è dall’esempio di queste donne, tra le quali  Lea Garofalo che  è stata punita con la morte e sciolta nell’acido per aver raccontato ai magistrati gli affari della cosca gestita dal marito,  che dovrebbe partire una vera e propria rivoluzione civile che includa cittadini e istituzioni. Come non citare Angela Montagna, la “mamma coraggio” d’Italia. Scomparsa recentemente, dopo una grave malattia, fu protagonista di una storia che la Nazione non ha mai dimenticato. Essa fu per tutti esempio di madre e cittadina forte e coraggiosa, combattendo per due anni, per far ritornare il figlio a casa, rapito dalla ‘ndrangheta.

Nel rispetto di queste donne, perché il loro sacrificio non venga reso vano, perché queste morti non rappresentino una sconfitta totale dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, servirebbe una sorta di “primavera italiana”, scaturita da principi e valori che si discostano nettamente dalla mentalità mafiosa, contornata invece da un forte senso di responsabilità civica, espletata in qualsiasi gesto quotidiano.

Per quanto riguarda il ruolo delle donna, la giurisdizione dovrebbe iniziare ad allontanarsi dall’aprioristica presunzione d’innocenza di quest’ultime. Pur riconoscendo il fatto che alcune, forse molte di loro, vivano in una condizione di paura per se stesse e per i loro figli, vi sono situazioni in cui l’universalità della legge, il senso civico e la responsabilità dovrebbero prevalere anche sui legami familiari.

L’art. 384 del codice penale che prevede in alcuni casi l’impunità per i familiari, non dovrebbe essere usato come un privilegio per le donne di mafia. Concorso, favoreggiamento,  partecipazione all’associazione mafiosa ,frode processuale, complicità e “copertura delle latitanze”, soprattutto per quanto riguarda i  processi di mafia, dovrebbero essere perseguiti in qualsiasi caso non solo moralmente, ma anche giuridicamente.

La battaglia contro gli atteggiamenti omertosi è innanzitutto una battaglia culturale, civile e politica, che deve partire prima di tutto da chi sta in prima linea. “Subire”, “acconsentire” ,  “ sottostare”  sono termini che non possono più essere accettati. Il muro della criminalità può essere abbattuto solamente attraverso il coraggio e la determinazione di chi dice no ai compromessi! Scalfire, giorno dopo giorno, quel muro che preclude futuro e libertà, rappresenta il vero investimento sociale, economico e politico a cui tutti dovremmo ambire.

«Certo dovremmo ancora per molto tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo, non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».

Da Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, 1991.

Crimine, la ‘ndrangheta è una e una sola

Verso la sentenza dello storico processo alla cupola delle cosche.

Scusate il ritardo, verrebbe da dire se la cosa non fosse oltremodo seria. In pochissimo tempo, dopo anni di oblio, s’alza finalmente il velo sulla realtà ‘ndrangheta. Per scoprire quello che, in fondo, tutti sapevano, quello che pervicacemente è stato negato per lungo tempo. Con l’operazione Crimine la Dda di Reggio Calabria nell’era Pignatone dimostra definitivamente, e al di là del dato giudiziario, che la ‘ndrangheta ha una struttura di comando, la Provincia, che tutto orienta e a cui tutti fanno capo, dal Canada all’Australia passando per l’Europa e il Nord Italia. Il fatto che l’inchiesta Crimine abbia urlato quello che fino a ieri si diceva tutti a bassa voce non ne sminuisce l’importanza storica. Anzi.

Come è ovvio, la testa del serpente sta in provincia di Reggio Calabria, tra il capoluogo, la Piana di Rosarno e la Locride di Polsi, San Luca, Siderno e  Africo. E come è ovvio c’è un capo dei capi. È rimasto deluso solo chi si aspettava un padrino alla Marlon Brando. Il capocrimine Mico Oppedisano girava invece in motoape e non passava le sue giornate in una villa alla Scarface, ma nel suo agrumeto. Modernità liquida. Perché come nelle grandi società le cosche azioniste eleggono ogni anno le cariche del loro cda, in base ai rapporti di forza delle varie cordate che, come in tutte le organizzazioni, lottano tra di loro per il potere ma che sanno trovare una sintesi nel nome della prosperità collettiva. Ecco perché don Mico, uomo di pace fissato con le regole e le prescrizioni, memoria storica dell’onorata società, è più adatto a governare il buon andamento dell’impero criminale. È questa la forza della ‘ndrangheta: al contrario della politica e dell’associazionismo riesce a trovare l’unità, a tutelare la propria identità pur facendo i conti con i mutamenti sociali, a rinnovarsi nella tradizione. Uno smacco per tutti noi.

Non è la prima volta che si parla di Provincia, di Crimine, di mandamenti, cariche, gradi superiori, summit e quant’altro. A ben vedere è tutto scritto nelle carte del processo alla ‘ndrangheta di Montalto, che data 1970. Anche dal processone De Stefano+59 emerge l’esistenza di un qualcosa che governasse le cosche. Tanto che da quel procedimento, decisamente fallito, il legislatore ha saputo finalmente trarre una lezione importante: nasce così il 416 bis, il reato di associazione mafiosa. Che cosa fosse diventata la ‘ndrangheta ha provato a spiegarlo sin dal 1983 il superpentito rosarnese Pino Scriva. Il “re delle evasioni” ha parlato della Santa, dei vertici, dei mandamenti. Ai magistrati che ne hanno raccolto le dichiarazioni, il primo collaboratore calabrese ha consegnato una metafora perfetta: la ‘ndrangheta è come i carabinieri, ci sono le stazioni, le compagnie, i comandi, ma la famiglia è sempre la stessa. Il “tragediatore”, come lo chiamavano i nemici ‘ndranghetisti, il “Canta Calabria”, come lo descrivevano i loro avvocati, non ha avuto la stessa fortuna del coevo Tommaso Buscetta e la prima stagione del pentitismo calabrese è naufragata, pur portando a casa decine di ergastoli in processi epocali come quello alla “Mafia delle tre province”.

Anche la seconda stagione, quella del maxiprocesso Olimpia, s’è impantanata nelle aule di giustizia: le condanne sono arrivate, ma non il pronunciamento finale sull’esistenza della cupola. Eppure pentiti del calibro di Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca hanno descritto le origini della Santa, l’accostamento delle cosche alla massoneria, la suddivisione in società maggiore e minore, l’esistenza dei mandamenti. Hanno anche parlato di un organismo di vertice, una Cosa nuova nata dopo la grande guerra degli anni ’80. È quel qualcosa che emerge anche nella sentenza del procedimento Armonia, pur non sufficientemente provato secondo i giudici dell’epoca.

E così la ‘ndrangheta, che già dai primi anni ’90 viene definita dagli esperti come la più aggressiva e pericolosa delle mafie, entra nel nuovo millennio mantenendo un’aura di invincibilità. Diventa la più forte essendo la meno conosciuta. Per un decennio, va detto, ci si accontenta della versione minimalista: nessuna indagine punta a svelare i meccanismi di quel qualcosa che pur nei decenni è rimasto costante e che, addirittura, gli scrittori del Dopoguerra descrivono sin nei minimi dettagli. La verità è che il Crimine c’è sempre stato. Tocca a tutti noi, adesso, fare in modo che questa verità resti tale.

Alessio Magro