I diplomati si sistemano prima dei laureati: i dati dell’indagine

Più alto è il livello di istruzione, più tardi ci si sposa e si fanno figli.

E’ questo il dato emerso da un’indagine* empirica promossa e portata avanti, nei primi giorni di primavera, da un team di osservatori sociali per conto di Terrearse.it.

La prima fase dell’indagine, basata sull’osservazione diretta di duecento giovani coppie under 35, mette in evidenza un trend che in prima analisi potrebbe risultare inspiegabile o paradossale: più consistente è l’iter formativo, più si va oltre il diploma di maturità, meno ci si stabilizza o, come si dice, ci si “sistema”. Una situazione apparentemente illogica ma che, se studiata con attenzione, descrive invece una tendenza ormai consolidata che sembrerebbe destinata a durare nel tempo.

Anche se il lavoro di indagine è stato condotto nella ridente Città Metropolitana di Reggio Calabria, è facile intuire come tale fenomeno si estenda in tutto il Sud Italia e, nei prossimi anni, non è escluso possa interessare anche il ricco e produttivo Nord.

Su duecento giovani coppie con già un evento riproduttivo alle spalle, ben 150 non sono andate oltre il diploma, conseguito il quale si sono da subito impegnate in una serie di impieghi più o meno stabili e più o meno remunerativi. Solo 30 coppie possiedono almeno una licenza liceale e le restanti 20, in possesso di almeno una laurea, appartengono o a note famiglie benestanti locali, o a note famiglie malavitose locali. Solo in 6 casi ci si è trovati di fronte a dei veri e propri geni. Si tratta di giovani che hanno ottenuto il massimo voto alla maturità e che hanno conseguito con tre sessioni di anticipo la laurea, naturalmente con un voto esagerato. Fatta eccezione per l’ultima categoria, trascurabile ai fini statistici sia per numero che per eccezionalità, lo studio appare abbastanza sconfortante per tutti i laureati che, dopo aver concluso con ordinario entusiasmo il loro corso di studi, nell’impossibilità di poter concretizzare un progetto di vita indipendente, decidono di ripiegare su soluzioni ormai abbastanza consuete. La prima tra tutte, la più quotata, è senza dubbio il dottorato di ricerca. Questo nuovo tipo di posteggio-proroga, generalmente privo di importanti prospettive, consente tuttavia, in caso di vincita di una borsa di studio, di poter essere definito come una sorta di lavoro. C’è poi il fenomeno dei “fuggitivi”, ossia i laureati che decidono di mettere una x (detta anche una croce) sulla città natale per cercare futuri meno mortificanti in realtà con ancora qualche piccola offerta lavorativa basata sul merito. Per chi resta, invece, non sono da sottovalutare i casi di lavori lievemente sottoqualificati come ad esempio il call-center o la vendita di assicurazioni o spazi pubblicitari porta a porta.

Sembra dunque che le coppie meno qualificate dal punto di vista degli studi riescano a tagliare con netto anticipo i traguardi classici del matrimonio e dell’accoppiamento finalizzato alla riproduzione. L’età media è di 25 anni, contro gli oltre 35 dei laureati. Probabilmente ciò è dovuto ad un approccio differente con i concetti di lavoro, di ambizione, di aspettativa e di realizzazione. I diplomati mostrano un carattere più pragmatico e risoluto nell’intraprendere da subito un qualsiasi percorso lavorativo mentre i laureati, in larga misura, non vorrebbero accontentarsi di un lavoro sotto qualificato convinti ancora che esistano, per loro, alternative maggiormente professionalizzanti. Proprio per questo, allora, restano a lungo inoccupati e a casa dei genitori.

La seconda fase dell’indagine si è basata proprio su interviste realizzate ad un campione di 50 laureati non sistemati. Le interviste hanno fatto emergere un certo senso di sfiducia verso lo Stato e di ostilità verso il Paese. Paese che, nell’aver garantito a tutti gli studi universitari per non apparire antidemocratico, ha in realtà creato una profonda discrepanza tra le aspettative dei giovani e le loro reali possibilità. Così si è espresso Alfonzo, un giovane trentenne laureato e disoccupato: “L’Università a numero chiuso ci sembrava antidemocratica, perchè tutti hanno il diritto a studiare. Così ci siamo iscritti tutti, e ci siamo laureati tutti, incuranti del fatto che la nostra terra prima, e la nostra Nazione dopo, non erano in grado di fornire un lavoro a tutti noi laureati. Eravamo contrari alle università a numero chiuso, e adesso siamo rassegnati alla migrazione a cancelli aperti e alla disoccupazione o al lavoro sottoqualificato. Ed ultimamente, per evitare la rivoluzione o il suicidio di massa, hanno deciso di elargire facili 110 e lode, così dalle statistiche risulterà che si sfornano dei bei laureati. A me la democrazia mi sembra sempre più una gran cazzata.

Parole dure che denunciano un senso di frustrazione che accomuna l’ampia categoria dei laureati, sia quelli che decidono di restare nella propria città, sia quelli che con tristezza decidono di abbandonarla per sempre. Tra loro e i loro coetanei diplomati (ma anche meno che diplomati) potrebbe nascere una vera “lotta di classe”. Il fatto che i secondi, con un impegno minore e con minori ambizioni (o velleità?), riescano in tempi relativamente brevi a sposarsi e a fare figli, rischia di innescare una sorta di rivalsa intragenerazionale ingiustificabile, dato che la colpa di tale situazione, è facile intuirlo, è delle classi dirigenti, dei politici locali e nazionali e della ‘ndrangheta che, operando un sottilissimo e importante controllo sociale, riesce a gestire meglio la rabbia, l’insoddisfazione e i voti di tutti questi giovani speranzosi. Così un laureato di Reggio Calabria che aspira ad una famiglia con dei figli, assecondando alcune note dinamiche, potrebbe ambire ad un posto da Vigile Urbano o ad un ruolo, creato appositamente, presso qualche pubblica amministrazione.

Ma non tutti i numerosi giovani laureati possono beneficiare di tali opportunità, per questo la tensione cresce, alimentata da un’incertezza che, da queste parti, diviene serena rassegnazione. Non di rado qualcuno tenta di spronare questi giovani con consigli impregnati di paternalismo, come ad esempio “inizia a fare il muratore, o il cameriere, perchè il lavoro se lo cerchi lo trovi“. Ma voi, cari genitori di eterni figli laureati, vorreste che vostro figlio, con una bella laurea in tasca, facesse il muratore o il cameriere? C’è chi lo fa già, è vero, ed è encomiabile. Ma se deve diventare questa la normalità, si faccia volentieri a meno dell’Università che, diciamocelo chiaramente, per questi mestieri non aiuta molto.

Nicola Casile

* L’indagine in questione non esiste. Il fenomeno purtroppo si, e probabilmente ha numeri molto più consistenti.